La Società Delle Api di Silvia Fiorucci ha inaugurato la sede romana con circa settanta artisti esposti

di | 17 feb 2026
Allison Grimaldi Donahue, cartolina per La Società delle Api. Courtesy La Società delle Api

Per poter fiorire, arte e cultura hanno bisogno di tempo, spazio e supporto. Lo sa bene Silvia Fiorucci, presidente e fondatrice dell’organizzazione no-profit La Società delle Api che dal 2018 sostiene artisti, designer, critici e curatori nel coltivare e condividere le proprie ricerche, favorendo dialogo e scambio culturale.
L’apertura della nuova sede in via Gregoriana a Roma, luogo di storica importanza per artisti e intellettuali che da sempre vi gravitano attorno – a pochi metri si trova la Galleria d’Arte Moderna, come pure la Biblioteca Hertziana e la Galleria Giustini/Stagetti –, segna un nuovo capitolo di un progetto itinerante, che Fiorucci non sa se definire «un arrivo o una partenza».
L’approdo romano è soltanto l’ultimo tassello di un programma culturale che finora ha prodotto sedici mostre e quindici residenze, passando per Venezia, le città francesi Grasse e Megève, l’isola greca Kastellorizo, il mar Mediterraneo: una geografia viva e in costante evoluzione.
Per l’ultima apertura, avvenuta lo scorso sabato 14 febbraio, circa settanta personalità sono state chiamate a partecipare, tutte provenienti da un network affettivo che la collezionista romana coltiva da anni. «Quando ho deciso di inaugurare questo spazio a Roma ho pensato che La Società delle Api non poteva aprire con una mostra di un singolo artista perché noi rappresentiamo un gruppo e un’anima, siamo un grande abbraccio», racconta ribadendo come per lei la vicinanza umana sia condizione necessaria per operare nell’ambito dell’arte contemporanea. «Gli artisti che sono qui presenti sono tutti dei cari amici con cui abbiamo realizzato progetti insieme, tra residenze, mostre e vacanze».
Fiorucci non ha chiesto un’opera ai suoi amici artisti, piuttosto un contributo semplice e di piccole dimensioni: un foglio A4 da trasformare ognuno a modo proprio, e da donare a La Società delle Api. «Più che delle vere e proprie opere, questi fogli rappresentano gli artisti stessi, la loro essenza», spiega.
Nasce così un percorso espositivo che raccoglie, sulle superfici in cellulosa, le declinazioni del bene, dell’affetto e della gratitudine rivolte a una cara amica: la poesia di Alex Cecchetti, i ricordi di Cecilia Canziani, le cuciture di Massimo Bartolini, il disegno di Diego Perrone e il colore di Silvia Bächli, gli assemblaggi di Formafantasma e la cartolina di Allison Grimaldi Donahue. Un percorso corale, polifonico, sfaccettato e sintomo di una partecipazione attiva e autenticamente vissuta.
La dimensione intima e affettiva è palpabile mentre si attraversano le stanze del palazzo. Appesi su ogni parete – anche quelle delle camere da letto e dei corridoi più stretti – i fogli A4 scandiscono uno spazio sontuoso ed elegante, una volta dimora dell’architetto esponente del razionalismo romano Vittorio Morpurgo, oggi una vera e propria “casa” per artisti. «Non so neanche se si possono definire residenze quelle che facciamo, – spiega Fiorucci – sono piuttosto momenti di condivisione. Noi non chiediamo mai niente agli artisti: possono anche soltanto venire a dormire, portare chi vogliono, magari una persona con cui hanno bisogno di parlare».
Ciò che distingue l’approccio de La Società delle Api è dunque un’apertura totale verso le soggettività artistiche contemporanee, senza vincoli, pressioni o scadenze: «Io non lavoro con gli artisti, io con gli artisti gioco», ci racconta Fiorucci, e prosegue a rimarcare che il progetto espositivo appena inaugurato «non è una mostra, ma un ritratto collettivo, una partecipazione e una migrazione». Tutt’altro che immune agli effetti delle trasformazioni geopolitiche, il sistema dell’arte ne è anzi da sempre riflesso lampante: «Io penso che in questo momento, segnato da grandi cambiamenti a livello globale, più che mai gli artisti devono essere aiutati e protetti», spiega Silvia Fiorucci, che con La Società delle Api sta infatti restituendo alla comunità artistica contemporanea ciò che nella nostra sempre più isterica società dei consumi spesso scarseggia: calma, pazienza e ascolto.