Ritratti: Paolo Bufalini

di | 18 feb 2026
Paolo Bufalini. Courtesy dell’artista. Foto di Mattia Pastore

Quattro anni fa visitai lo studio di Paolo Bufalini e ne scrissi. Il breve testo che elaborai assunse la forma di un excursus, una ricognizione piuttosto istintiva intorno alle opere realizzate fino al 2022, momentaneamente allestite nel suo spazio di lavoro.
Due museruole erano adagiate su un tavolino metallico, una paletta dello stesso materiale accoglieva, al posto della polvere, un teschio umano parzialmente sommerso da coriandoli. Un giornale, sul quale erano stampate diverse fotografie provenienti dalla medesima serie, era aperto su un ritratto dell’artista settenne, in posa di fronte ai reperti di un non meglio identificato museo di storia naturale. Due cuscini motorizzati respiravano in sincronia, quasi impercettibilmente, mentre sulla seduta di una sella nera era posta in equilibrio una sfera di cristallo.

Proposal, 2020. Federe, arduino, schede xbee, stampa 3D, cotone, gommapiuma, due elementi da 50 x 50 x 20 cm ciascuno. Link video: https://vimeo.com/686352042. Video di Luke Walker. Courtesy dell’artista. 

Tornata a casa trascorsi diversi giorni nel tentativo di organizzare le informazioni e tradurre in parole il fascino esercitato da quegli oggetti prodotti dall’associazione, per analogia o contrasto, di materiali, iconografie e contenuti psichici. 
La difficoltà, lungi dal motivarsi con un difetto di coerenza interna alla produzione dell’artista, derivava dalla resistenza che quest’ultima opponeva all’interpretazione didascalica, univoca, stabile. 
Nel corso del tempo la pratica di Bufalini si è arricchita di riferimenti e “complicata” mediante l’impiego di nuovi media, soprattutto tecnologici. Immutata (e perciò sostanziale) è invece l’ambiguità che la contraddistingue, generata da un immaginario refrattario alla decodifica e irrorata da forze tanto archetipiche quanto attuali. 
È come se una sottile nebbia si ponesse perennemente a difesa del significato, e sottolineasse l’irriducibile distanza che separa la forma dal contenuto, l’opera dalla sua ekphrasis.
Che l’artista intenda preservare l’enigma connaturato al reame del simbolico lo dimostrano i progetti più recenti, sviluppati negli anni successivi al nostro incontro, nei quali risultano approfonditi due nuclei tematici, due modalità di costruzione di senso fondate su meccanismi solo parzialmente intelligibili: la dimensione alchemica e quella onirica.
Entrambe sono poste a fondamento delle opere presentate in occasione di “beloved”, progetto espositivo inaugurato a Gelateria Sogni di Ghiaccio nel 2024, dove a materializzarsi sono immagini di natura differente, si direbbe quasi antitetica, presenze fantasmatiche fissate per mezzo dello shock termico e dell’obiettivo fotografico.
Senza titolo (2023) corrisponde a un dittico composto da quarantacinque forme in stagno realizzate ricorrendo alla molibdomanzia, tecnica divinatoria effettuata colando il metallo fuso in un liquido freddo. The Sleeper (life-size) (2022) è invece a una fotografia che ritrae la compagna dell’artista dormiente ed equipaggiata con uno strumento diagnostico che ne registra i parametri cardiaci e respiratori, trasponendoli in dati numerici. Tali informazioni confluiscono in The Sleep (2022), file NFT posto idealmente a corredo del ritratto. 

Paolo Bufalini, “beloved”, 2024. Gelateria Sogni di Ghiaccio, Bologna, a cura e con un testo di Condylura. Courtesy dell’artista. Foto di Manuel Montesano

La casualità che determina la solidificazione delle piccole sculture di stagno, pur sottoposta a leggi fisiche, si contrappone all’occhio e, più in generale, al funzionamento della macchina, incaricata di ricostruire il reale mediante calcoli computazionali. 
Il ruolo che quest’ultima riveste nelle ricerche di Bufalini è ambivalente: sembra elevarsi a dispositivo di controllo o standardizzazione, come accade in The Sleep dove il contenuto simbolico dell’immagine viene “datizzato” per introdurre un livello di indicalità supplementare; al tempo stesso è chiamata a processare la memoria personale per generare scenari e ricordi fittizi, sebbene verosimili, come nei ritratti confluiti all’interno della mostra intitolata “Argo” (Palazzo Ducale, Genova e Fondazione Home Movies, Bologna, 2024), elaborati dall’intelligenza artificiale a partire dagli album di famiglia dell’artista.
Al pari della partner, padre, madre e sorella appaiono dormienti, a occhi chiusi, negando all’osservatore la reciprocità dello sguardo, la possibilità di corrispondere all’opera.
Un simile presupposto informa anche Rückenfiguren, solo che in questo caso gli stessi soggetti sono rivolti di spalle, agendo come figure-filtro, ostacoli a una visione già limitata dal fondale neutro e indifferenziato. 
È questa perpetua oscillazione tra presenza e assenza, occultamento e rivelazione, a determinare l’ambiguità che caratterizza il lavoro di Bufalini, a mio avviso solo in parte intenzionale, motivata cioè dalla volontaria e premeditata definizione di uno scarto. 
Ciò che è latente, infatti, sembra inaccessibile allo stesso artista. 

Portrait of the mother as a Rückenfigur I, 2024. Immagine generata, stampa a getto d’inchiostro, 60 x 120 cm. Courtesy dell’artista. Foto di Manuel Montesano

Il ricordo, plasmato dall’intervento di intelligenze non umane, rivela la propria naturale fallacia, si presta all’imprevisto, annulla sé stesso. La materia è trasformata, alle volte fino a scomparire, divenendo pulviscolo, componente impercettibile in un amalgama che ne cela la preziosità. 
Tale trasmutazione alchemica si compie di continuo, esplicitandosi attraverso l’associazione di elementi che assumono alternativamente lo stato solido e liquido.
In HEALTH (2024), per esempio, una coppia di beute contiene una soluzione fosforescente in perenne sollecitazione, nella quale sono disciolti dei gioielli in oro: resi invisibili da un procedimento chimico reversibile, i preziosi oggetti sono sottratti alla vista e tuttavia ancora presenti, sebbene in una nuova forma. 
La serie Y (2023), invece, è composta da sculture in vetro al cui interno, immerso in una soluzione acida, è inserito un dente che, per effetto di quest’ultima, andrà incontro a un’inevitabile disgregazione.
Emblematiche del binomio “presenza-assenza” e dell’azione trasformativa del tempo su quanto ci costituisce, queste opere sembrano produrre un’ulteriore suggestione: riproponendo la forma biforcuta della bacchetta da rabdomante, esse paiono corrispondere a un ritratto-oggetto di Bufalini. 
Come il mago, l’artista si avvale di un approccio divinatorio ed euristico, scandaglia il passato e il futuro, agendo sull’inconscio e manifestandone tutta la potenza.

Paolo Bufalini, “Argo”. Veduta dell’installazione. Fondazione Home Movies, Bologna. Courtesy dell’artista. Foto di Manuel Montesano

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