Palermo: una mappatura dei luoghi del contemporaneo

di | 19 feb 2026
Vanessa Traum y Los Perros, “Infinite Jest, io sono la tua insonnia”. Veduta dell’allestimento, ALL, Palermo. Courtesy di ALL e dell’artista

L’ultimo segnale è arrivato dal fronte mare. L’acquisizione di Palazzo Forcella De Seta alla Kalsa da parte di Hauser & Wirth ha reso esplicito qualcosa che a Palermo era in corso da tempo: il passaggio da città osservata con curiosità a luogo in cui vale la pena investire sul lungo periodo. Il palazzo, affacciato sul Foro Italico e incastonato tra la costa tirrenica del golfo e il tessuto compatto del centro storico, non è soltanto un contenitore monumentale pronto a una nuova destinazione culturale. È un edificio stratificato, cresciuto inglobando la Porta dei Greci, legato alla storia marittima e commerciale della città e già attraversato dall’arte contemporanea quando, nel 2018, fu una delle sedi di Manifesta 12 Palermo. Il suo passaggio a una delle più importanti gallerie d’arte internazionali non rappresenta quindi una rottura, ma l’innesto di una nuova scala su una traiettoria già avviata.

Palazzo Butera a Palermo. Courtesy di Palazzo Butera. Foto di Massimo Listri

Per capire perché proprio qui, bisogna guardare alla Kalsa non come a un quartiere “in via di recupero”, ma come a uno dei pochi luoghi del Mediterraneo dove patrimonio, fragilità sociale e sperimentazione culturale convivono in modo ancora aperto. Un momento decisivo risale a circa dieci anni fa, quando Massimo e Francesca Valsecchi scelgono Palermo e avviano il lungo restauro di Palazzo Butera, trasformandolo in casa-museo e fondazione culturale. Non un museo privato tradizionale, ma un dispositivo ibrido che intreccia collezione, ricerca, mostre e residenze, assumendo il centro storico come spazio di produzione e non come semplice scenario. Tre anni dopo, nel 2018, la Kalsa diventa il cuore operativo di Manifesta 12, la biennale europea itinerante che sceglie Palermo come piattaforma per riflettere su convivenza, ecologie e migrazioni. L’ottocentesco Teatro Garibaldi, in piazza Magione, funge da quartier generale della manifestazione, riportando al centro un edificio che negli anni Novanta era stato simbolo di rinascita culturale e che aveva poi conosciuto nuove fasi di abbandono. 
Oggi quel teatro è affidato dal Comune alla Fondazione Studio Rizoma, attiva a Palermo da una decina di anni con progetti che intrecciano arte contemporanea, ricerca politica e dimensione civica. La loro non sarà una semplice gestione di uno spazio culturale, ma un lavoro di riattivazione fatto di residenze, produzioni e programmi pubblici, spesso in dialogo con soggetti del territorio come l’Ecomuseo Mare Memoria Viva, ospitato nell’ex deposito locomotive di Sant’Erasmo, che da anni lavora sul rapporto tra città e mare attraverso pratiche culturali partecipate. Attorno a questi poli, la Kalsa ospita una rete fitta di realtà indipendenti e gallerie. RizzutoGallery, con una programmazione che intreccia artisti italiani e internazionali e una recente seconda sede a Düsseldorf, è uno dei punti di riferimento della scena locale. Con la galleria collaborano artisti come Francesco De Grandi e Daniele Franzella, figure centrali del contesto palermitano e docenti all’Accademia di Belle Arti di Palermo, dove il loro lavoro si intreccia con la formazione delle nuove generazioni. Accanto alle realtà più strutturate si estende una geografia di spazi nati dall’iniziativa diretta degli artisti. In via Merlo, La Siringe mantiene una vocazione sperimentale e relazionale, mentre poco distante Spazio Rivoluzione –  dal nome della piazza su cui si affaccia l’edificio che ospita anche lo studio di Adalberto Abbate, artista palermitano e direttore artistico dello spazio –  si configura come un luogo espositivo di piccola scala gestito in autonomia, secondo un modello non profit fondato su collaborazione, condivisione e indipendenza curatoriale; un’esperienza che di recente si è ampliata con l’apertura di una seconda sede a Roma. In questo stesso orizzonte si inserisce ALL, fondato nel 2024 da Cristina Giarnecchia e Adriano La Licata in una delle strade della movida cittadina vicino alla Vucciria, con una programmazione che mette in dialogo artisti nazionali e internazionali e lavora sull’equilibrio instabile tra arte, vita e tessuto urbano.

“Between Land and Sea, 2025 – Capitolo 1”. Fondazione Studio Rizoma, Teatro Garibaldi di Palermo. Foto di Tito Puglielli

Bastano pochi minuti a piedi per trovarsi in un’altra Palermo. Ai Quattro Canti, il barocco scenografico del centro storico convive con una trasformazione sempre più spinta in chiave turistica. Eppure, anche qui, resistono presidi fondamentali per la scena contemporanea. Tra questi la Galleria Francesco Pantaleone, attiva in città da oltre vent’anni – prima alla Vucciria, poi stabilmente nei pressi dei Quattro Canti –  continua a essere un punto di incontro per artisti, curatori e collezionisti, mantenendo un dialogo costante tra scena locale e circuito internazionale. Con la galleria lavorano artisti come Ignazio Mortellaro e Maia Regis, che hanno i loro studi non lontano, all’interno di palazzi nobiliari dove è ancora possibile trovare spazi ampi e suggestivi per la ricerca quotidiana dei creativi.

Concetta Modica e Ignazio Mortellaro, “All fall down”. Veduta dell’allestimento, Galleria Francesco Pantaleone Arte Contemporanea, Palermo. Courtesy della FPAC. Foto di Fausto Brigantino

Lungo l’asse di via Maqueda, segnato da una pressione turistica sempre più evidente, alcune realtà culturali provano a costruire un’alternativa che non sia semplice decorazione del flusso. La Fondazione Ghenie Chapels per l’Arte Contemporanea ha avviato negli ultimi anni un dialogo tra arte contemporanea e spazi sacri storici, a partire dalla presenza a Palermo dell’artista Adrian Ghenie, che ha scelto di stabilire qui una base stabile. L’iniziativa presieduta da Alessandra Borghese, in collaborazione con padre Giuseppe Bucaro, ha portato alla riapertura e rifunzionalizzazione di luoghi come la chiesa della Madonna della Mazza e la Cappella di Santa Rosalia all’interno della Chiesa di Santa Ninfa dei Crociferi con opere permanenti del celebre pittore di origini rumene. Più di recente, la collaborazione con il Sistema Museale di Ateneo ha esteso il progetto anche alla sede della Facoltà di Giurisprudenza, inserendo l’arte contemporanea in un contesto frequentato quotidianamente da migliaia di studenti universitari e lavorando sul tema urgente delle migrazioni attraverso opere site-specific, incontri e dibattiti aperti al pubblico.
Questa attenzione verso i luoghi della spiritualità ha precedenti significativi. Da oltre vent’anni l’Associazione Amici dei Musei Siciliani, guidata da Bernardo Tortorici di Raffadali, lavora all’Oratorio di San Lorenzo, segnato dal furto nel 1969 della Natività di Caravaggio, mai ritrovata. Ogni anno l’associazione invita un artista contemporaneo a realizzare una nuova Natività, trasformando una perdita irreparabile del patrimonio in occasione di dialogo creativo tra memoria e presente. Nel tempo si è formata una collezione che, negli anni più recenti, ha accolto opere di Vanessa Beecroft, Michelangelo Pistoletto ed Emilio Isgrò, tra gli altri.
Nelle vicinanze, l’anno scorso è nata un’altra iniziativa insediata in uno spazio sacro, quella della Fondazione RIV, promossa da Patrizia Monterosso all’interno della chiesa di San Mamiliano, accanto all’Oratorio di Santa Cita. La fondazione si propone di sostenere e promuovere pratiche artistiche contemporanee in dialogo con la storia e l’architettura del luogo, inaugurando un nuovo capitolo di sperimentazione in un edificio carico di stratificazioni urbane e culturali. Non lontano, sempre l’anno scorso, ha aperto Officine Bellotti, iniziativa privata e indipendente che in poco tempo si è affermata come piattaforma per la produzione artistica e l’innovazione culturale, trasformando l’ex sede industriale di una storica tipografia-cartoleria in atelier e spazi di sperimentazione condivisa.
Su un altro fronte si inserisce l’arrivo a Palermo di Farm Cultural Park. Dopo le esperienze di rigenerazione a Favara e Mazzarino, Andrea Bartoli e Florinda Saieva hanno aperto un nuovo avamposto nel centro storico palermitano, all’interno dell’ex Convento dei Crociferi su via Maqueda: il Temporary Farm che ospita un progetto dal titolo Museo delle Città del Mondo.
A pochi minuti da questo asse si incontra RISO – Museo d’Arte Contemporanea della Sicilia, istituzione regionale dedicata al contemporaneo ospitata in Palazzo Belmonte Riso. Spostandosi verso Ballarò, la scena prende una piega più sperimentale, con realtà indipendenti – come la Galleria Rollò – che operano in contesti urbani lontani dalle rotte più battute, oppure Parentesitonde in Discesa dei Candelai e, più periferico, lo Studio Topo, fondato l’anno scorso. 
Un altro nodo cruciale è l’area attorno all’Accademia di Belle Arti di Palermo, cuore pulsante della vitalità artistica cittadina. Non lontano dalla sede dell’Accademia al Papireto, si inserisce la nuova fase de L’Ascensore, artist-run space (prima diretto da Gianluca Concialdi e adesso dal duo artistico Genuardi Ruta) che ha celebrato dieci anni di attività inaugurando da pochi mesi una sede più ampia in una zona ad alta densità artistica.
Se istituzioni e fondazioni contribuiscono a ridisegnare la mappa culturale della città, non sempre il sistema pubblico riesce a trasformare queste energie in una struttura organica e continuativa: le politiche culturali procedono spesso per episodi, con risorse discontinue e una visione strategica ancora fragile. È in questo spazio di mancanza, però, che si inserisce la forza reale della scena palermitana.
A dare spessore al contesto è infatti la presenza continuativa degli artisti, che qui trovano condizioni sempre più rare altrove: affitti ancora accessibili, una rete di relazioni dirette e non gerarchiche, un tessuto urbano che non è sfondo ma materia viva del lavoro. Oltre agli artisti locali, diversi autori italiani e stranieri hanno scelto di trasferirsi a Palermo proprio per questa combinazione di spazio, tempo e densità umana: una città dove è ancora possibile costruire processi, non solo inseguire visibilità. Nel 2007 Stefania Galegati sceglie di trasferirsi stabilmente a Palermo e diventa anche lei docente in Accademia. Dieci anni dopo, nel 2017, anche il collettivo Claire Fontaine decide di lasciare Parigi e stabilire qui il proprio studio in piazza Magione, nel cuore della Kalsa, come ha fatto anche Andrea Masu, del collettivo Alterazioni Video. Durante il periodo della pandemia arrivano in città anche Beatrice Gibson e Nick Gordon: dal loro insediamento nasce La Nuova Orfeo, progetto che intreccia video arte, cinema, arti visive e pratiche collettive e sperimentali.
A rendere ancora più tangibile questa vitalità diffusa contribuiscono iniziative come studio moy, fondato da Giulia Monroy, che organizza visite guidate negli studi d’artista per connettere direttamente pubblico e produzione contemporanea. Una delle prime visite organizzate è stata nello studio di Giulia Sofi che condivide lo spazio accanto allo Studio Tomo di Federico Lupo, una delle prime realtà indipendenti nate a Palermo negli ultimi vent’anni sull’esperienza di Zelle. 
Quello che emerge è che la scena palermitana non è costruita solo da istituzioni o investimenti, ma soprattutto dall’energia di chi decide di restare, insegnare, produrre e costruire reti. Molti artisti attivi in città sono anche docenti all’Accademia, contribuendo a formare nuove generazioni che non vedono più Palermo come periferia da cui partire, ma come base possibile su cui investire. Palermo non è una nuova capitale dell’arte: è una città in cui l’arte contemporanea cresce dentro le contraddizioni urbane, intrecciandosi, a volte, con la vita quotidiana. Ed è questa densità, più che qualsiasi etichetta, a renderla oggi uno dei laboratori più vitali del Mediterraneo.

Giulia Sofi, “Zàbara e Zabàra”. Veduta dell’allestimento, ALL, Palermo. Courtesy di ALL e dell’artista

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