Come una strega, una mattina, una mattina italiana

di | 20 feb 2026
Marco Pio Mucci, “Come una strega una mattina, una mattina italiana”. MATTA, Milano, 2025. Courtesy of MATTA. Foto di Luisa Porta 

Mando un messaggio su WhatsApp a un po’ di gente: «stasera biliardo?». Chi viene, viene. Non c’è mai un gruppo fisso, anzi – si mescolano persone che normalmente non starebbero allo stesso tavolo. Nuovi e vecchi amici, ex, qualcuno che a Roma è solo di passaggio. Di solito funziona. Non c’è un torneo e non c’è una lista: solo luci bianche al neon e birre che arrivano veloci e si accumulano sulle sedute attorno al tavolo. Di solito le ordiniamo di fretta e ci spostiamo nella sala secondaria – quella in cui si fuma ancora dentro, con l’arredamento molto meno curato della stanza centrale. I tavoli non sono perfettamente allineati, il panno è leggermente consumato, le lampade non cadono esattamente al centro del rettangolo verde. L’illuminazione è più alta e rumorosa e l’aria sa di muffa. Non è un posto dove si va per migliorare, è piuttosto un posto dove si va per restare. È uno spazio più accogliente dell’altro: si gioca peggio ma si sta meglio.
Mi piace dire che ho un club del biliardo a Roma, anche se non so giocare. Lo organizzo più per noia che per bravura. Ci vediamo sporadicamente al MBM Biliardi in via Nino Bixio.

Marco Pio Mucci, “Come una strega una mattina, una mattina italiana”. MATTA, Milano, 2025. Courtesy of MATTA. Foto di Luisa Porta 

Poi entro nella mostra di Marco Pio Mucci, “Come una strega, una mattina, una mattina italiana”, da MATTA a Milano, e rivedo esattamente il gioco come lo giochiamo noi. Non quello ideale, non quello tecnico. Quello che conosco io, sospeso: nessuna scena di vittoria, nessun gesto decisivo, nessun trionfo da raccontare il giorno dopo. La luce è sempre leggermente sbagliata, troppo fredda o troppo bassa, eppure è proprio quella che ci piace, quella da cui siamo ossessionati, la stessa che ci spinge a tornare. Nei dipinti di Marco quella luce è trasformata in colori che non esistono davvero, eppure hanno completamente senso. Sono sexy, sì, ma in modo silenzioso, direttamente connessi alle nostre emozioni: funzionano perché assomigliano a come ricordiamo, non a come vediamo. Il biliardo nei quadri di Mucci non serve a giocare ma a esplodere; non succede molto, eppure quello che c’è resta. Come quando passi tre ore in una sala giochi e alla fine non ricordi le partite, ma l’energia maniacale del gruppo.

Marco Pio Mucci, “Come una strega una mattina, una mattina italiana”. MATTA, Milano, 2025. Courtesy of MATTA. Foto di Luisa Porta 

Mi nomina Alberto Moravia. Pomeriggi pigri. «La noia non è mancanza di occupazione, ma mancanza di realtà». In quel racconto si sta seduti in una stanza calda. Si ascolta qualcuno parlare senza ascoltarlo davvero. Qui è diverso ma non troppo. Non si sta seduti: si gioca; il desiderio non è romantico, è più semplice: fare un buon tiro, sistemare la serata, cambiare aria.
Nei tavoli di Marco Pio Mucci riconosco il club organizzato per noia e questi quadri che insistono su uno spazio dove qualcosa potrebbe accadere ma non accade. Mi immagino lo studio di Marco non così distante da una sala da biliardo. Non formalmente – energeticamente. Stessa concentrazione alternata, stessa energia elettrica proiettata verso una superficie verde che assorbe.

When I look out my window
Many sights to see
And when I look in my window
So many different people to be
That it’s strange, so strange
You’ve got to pick up every stitch

Mm-hmm, must be the season of the witch [1]

E poi ci sono le streghe: nel titolo arrivano imponenti, ma non decorative. Sono archetipi locali – presenze che appartengono a un folklore che attraversa campagne, province e racconti familiari vicini a Marco. Ma sono anche figure sociali: chi sta ai margini, chi osserva senza essere del tutto dentro, chi – come noi – conosce i tempi morti.

Marco Pio Mucci, “Come una strega una mattina, una mattina italiana”. MATTA, Milano, 2025. Courtesy of MATTA. Foto di Luisa Porta 

Chiunque giochi a biliardo diventa una strega, non per qualcosa di mistico, ma per come si comporta. Si agita, beve un sorso, grida. Guarda un punto sul panno verde e si convince che da lì passerà qualcosa. È una forma di fede minima, un atto di concentrazione un po’ ostinato. Sono molto meno nobili di quelle delle fiabe – anche se le streghe, nobili, non lo sono mai state. Arrivano al biliardo con una giornata lunga ed eccitata sulle spalle.
Nel lavoro di Marco le streghe non compaiono in modo esplicito, ma si percepiscono appena fuori dalla tela: la postura inclinata, il bicchiere in mano, lo sguardo fisso su una palla pronta a colpire. Non c’è magia spettacolare, ma una semplice presenza – quell’atmosfera da sala che si riconosce subito. If you know, you know.
Per scrivere di questa mostra ho dovuto usare i miei ricordi, perché è di ricordi che la mostra parla. Marco non ha paura della nostalgia e, per agganciarmi davvero al suo lavoro, ho dovuto riconoscere qualcosa di personale dentro quelle immagini. Le tavole che dipinge sono storie di tutti: l’atmosfera sensuale delle sale – le luci basse, i corpi immaginati, le ore che si allungano senza fretta – è la vera materia della storia. Sono scene di incontri per ammazzare il tempo, ma proprio per questo piene di tempo. Guardandole, si capisce che non sta dipingendo un gioco, ma il modo in cui certe ore restano addosso. E per entrarci, ho dovuto ricordare come restano addosso anche a me.
Nei quadri di Mucci quel tempo intermedio non si scioglie mai del tutto. È un pomeriggio che scivola verso sera e sembra sprecato, mondano – e proprio per questo così carico di senso.

[1] Così cantava Donovan nel 1966, in Season of the Witch – poi ripresa anni dopo da Lana Del Rey per la colonna sonora Scary Stories to Tell in the Dark (2019).

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