Beatrice Favaretto e Andrea Pozzato, Incarnato. BIM – Display di Specific, Milano

Lo storico d’arte e curatore Jean Clair nel suo saggio Court traité des sensations (Éditions Gallimard, 2002), nel capitolo dedicato all’Incarnazione, sollevava l’interrogativo: «Di che colore è la pelle? Questa semplice domanda non aveva cessato, nell’infanzia, di inquietarmi, e si riproponeva ogni volta che, a scuola, ci si chiedeva di dipingere una figurina umana. Con gli abiti, era facile, blu, verde, rosso, giallo, nero o grigio […]. Ma la pelle? Tutti gli oggetti del mondo avevano un colore ben definito, gli abiti, le auto, i libri, i mobili, gli alberi, gli animali, le polveri, il cielo avevano tutti avuto la loro livrea, il loro pelame, la loro tinta, ma la pelle sembrava di un’altra natura. Come mettere da parte, per confrontarli, un bastoncino di colore o una macchia di guazzo e il tono di una pelle? La pelle non era bianca. E non era rosa. Né gialla, malva o viola, o bruna. Un po’ di tutti questi colori, probabilmente».
Nell’apparente banalità, quello di Jean Clair è un quesito capace di disarmare, perché mina la percezione di ciò che è costantemente sotto i nostri occhi e che rappresenta anche lo strato più scoperto della nostra identità, il nostro involucro, la cui superficie non coincide mai con la “verità”, dove il colore diventa una questione morale oltre che visiva. Da queste e altre considerazioni sembra muovere “Incarnato”, la mostra curata da Davide Giannella allo spazio BIM – Display di Specific, il primo capitolo del programma d’arte contemporanea 2026 che movimenterà lo spazio milanese, e che in questo episodio trova nel colore della carne un leitmotiv nelle opere di Beatrice Favaretto (1992) e Andrea Pozzato (1971) inseriti in un display che è soprattutto un modo di interrogare ciò che vediamo e ciò che scegliamo di non vedere.
“Incarnato” non si limita a presentare opere che parlano a vario titolo di corpo: costruisce un’esperienza in cui il corpo dello spettatore è coinvolto, perché per accedere ai lavori occorre avvicinarsi, scostare, insinuarsi tra le pieghe di un allestimento che non espone frontalmente ma vela, non espone tutto frontalmente ma invita a una forma di corteggiamento visivo. Le tre nicchie disegnate da Specific, schermate da (eco)pellami di diverse tonalità e consistenze epidermiche, sono insieme scenografia e parte integrante del percorso: membrane che evocano la pelle come confine poroso tra interno ed esterno, tra pubblico e privato, tra desiderio e norma. Non si entra in mostra come si entra in una vetrina; si entra come si entra in una stanza in cui qualcuno ci ha preceduti, lasciando tracce e residui, quelle delle “orme” dei visitatori, ad esempio, impresse sulle opere-tappeto di Favaretto. È un piano inclinato, per usare un’espressione che ben descrive l’atmosfera del progetto: un terreno in cui le questioni (sessualità, religione, politica, genere) non si presentano come slogan o bandiere, ma come nodi complessi, difficili da sciogliere, e proprio per questo da abitare senza scorciatoie. Il dialogo tra Beatrice Favaretto e Andrea Pozzato si articola in questa oscillazione continua tra vedere e celare, tra esposizione e ritrazione, tra frammentazione e condensazione, come se l’incarnato fosse il punto in cui le loro ricerche si sfiorano senza sovrapporsi, mantenendo una tensione viva, non pacificata.
Favaretto, con Piss Fountain e con la serie Der Traum, affronta l’immaginario pornografico non come linguaggio per scandalizzare o da riabilitare, ma come immaginario condiviso, grammatica collettiva che attraversa le nostre vite ben oltre la soglia dello schermo; in Piss Fountain materiali d’archivio dell’industria hard si intrecciano a clip amatoriali fornite da amici e conoscenti dell’artista, in un flusso che annulla la gerarchia tra icona e persona comune, tra professionista e dilettante, suggerendo che certe pratiche e certe immagini appartengono a una sfera diffusa, quasi quotidiana, e che il confine tra pubblico e privato è già da tempo incrinato. Il corpo, in questo dispositivo, non è mai unità compatta; è dettaglio, è segmento, è zona ingrandita fino a perdere riconoscibilità, e proprio in questa parcellizzazione si annida una riflessione sottile sul modo in cui guardiamo, consumiamo, archiviamo le immagini del desiderio. Favaretto non indulge nella morbosità né nella provocazione fine a sé stessa; sospende il giudizio, sottrae la pornografia al recinto della pruderie e la restituisce come lingua da analizzare, da scomporre, da riassemblare, come se il vero oggetto del suo lavoro non fosse l’atto rappresentato ma il dispositivo dello sguardo che lo rende possibile. In Der Traum le immagini d’archivio vengono stampate su tappeti di feltro, oggetti domestici, apparentemente innocui, che introducono un cortocircuito percettivo tra la quiete dell’interno borghese e l’erotismo originario delle figure; ciò che era destinato allo schermo scivola sul pavimento, si lascia calpestare, si integra nello spazio abitativo, e in questa traslazione perde e insieme guadagna potenza. Il corpo, ancora una volta, è scomposto, tradotto, reso superficie: non più carne da dipingere, ma immagine da calpestare con la stessa noncuranza con la quale attraversiamo un tappeto domestico. Di che colore è la carne dell’immaginario hardcore evocato dall’artista? Non quello che ci si aspetterebbe, ma giallo e viola, cromie che praticano un allontanamento di percezione dalla palette cromatica che associamo a quel repertorio pornografico e raffreddano quelle immagini, proiettandole su tutt’altro piano.

Se in Favaretto l’incarnato si frantuma in pixel, in dettagli, in frammenti che destabilizzano la visione, in Pozzato si condensa nel segno e nel colore, in una scrittura febbrile che chiede prossimità e attenzione. I Disegni 2006-2008, realizzati con semplici penne BIC e pennarelli, strumenti che evocano l’infanzia, la scuola, i primi tentativi di dare forma a un pensiero, si dispongono nello spazio come trittici-rebus, sequenze che intrecciano parola e immagine, allusione e giochi di parole, seguendo il ritmo dell’alfabeto Morse, quasi a stabilire un codice da decifrare non tanto con la logica quanto con una disponibilità emotiva, incoraggiando lo spettatore a guardare queste vignette senza malizia ma con una curiosità e humor quasi infantile, sorridendo e allo stesso tempo ponderando il peso talvolta politico di tali associazioni. Qui il colore è protagonista in una modalità che ci rimanda a quel rapporto primario, infantile, con la pratica espressiva del disegno, delle superfici da colorare e del possedere forme, concetti, figure dal mondo della rappresentazione direttamente nel proprio perimetro di un foglio A4, dove il bambino/artista riconfigura la realtà a suo piacimento.
La quantità di disegni rappresenta insieme attrazione e vertigine che costringe l’occhio a fermarsi, a cercare un orientamento in una trama di segni che spaziano dalla geopolitica alle inquietudini più intime, dal macro al micro, inanellando riferimenti e scarti con una spietatezza sorniona che non concede appigli facili. Per vedere davvero questi disegni bisogna avvicinarsi, quasi entrare sotto la pelle delle tende che li proteggono; l’allestimento impone una distanza iniziale e poi la riduce, come se la mostra stessa mettesse in scena il movimento dello sguardo che si fa più acuto quando accetta di esporsi. In questo senso, il display di Specific non è un semplice contenitore ma un organismo che respira insieme alle opere, un’epidermide ulteriore che racconta le diverse sfumature di senso e di possibilità interpretative che attraversano l’intero progetto. Al di là delle differenze anagrafiche, di genere e di linguaggio, Favaretto e Pozzato condividono un’attitudine: partire dalla realtà per immaginarla, sovvertirla, ricontestualizzarla, suggerendo che ciò che ci circonda può essere guardato oltre la superficie della cronaca, oltre la semplificazione mediatica che appiattisce tutto su poli estremi. “Incarnato” diventa allora il tentativo di restituire complessità a temi che spesso vengono ridotti a slogan, di ridare corpo a contenuti indigesti o dati per scontati, chiedendo al pubblico non adesione ma partecipazione, non consenso ma capacità critica. La pelle non si lascia dipingere, ma può essere attraversata; e attraversarla significa accettare che il vedere non sia mai innocente, che ogni immagine porti con sé una responsabilità, che ogni colore sia già un’interpretazione. “Incarnato”, con la sua coreografia di veli, frammenti, segni e superfici, ci ricorda che guardare è un atto complesso, che implica prossimità e distanza, desiderio e pudore, e che forse l’unico modo per restituire dignità alla carne (alla sua ambiguità, alla sua intensità) è sottrarla alle definizioni troppo rapide, lasciarla vibrare nella sua irriducibile, inquieta mescolanza.
