Rebecca: il corpo è un’architettura molle, spazio di accoglienza e di cura

di | 09 mar 2026
Benni Bosetto, “Rebecca”. Veduta della mostra. Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026. Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto Agostino Osio  

Rebecca è la casa, lo spazio domestico. Rebecca è la casa dall’architettura molle e accogliente, la casa di tutti. Rebecca è l’inquilina precedente [1], quella che resta nelle cose. Rebecca è anche la pianta selvatica rampicante, tanto infestante quanto salvifica, che, se lasciata indisturbata, può generare nuova vita. Rebecca, da cui la mostra prende il nome, un nome proprio femminile, è fatta di cellule.
Così è stata pensata la personale di Benni Bosetto (Merate, 1987), la  mostra allestita nello Shed del Pirelli HangarBicocca, a cura di Fiammetta Griccioli. L’artista trasforma manualmente lo spazio fino al 19 luglio 2026 in un ambiente domestico vivente e attraversabile, dove stanze, pareti, mobili, tende prendono vita, conferendo allo spazio una dimensione umana. Umanizzando gli ambienti, Bosetto mette in dubbio la stessa natura delle cose e degli esseri umani. La mostra è pensata come un vero e proprio percorso di cellule come micro-ambienti narrativi, ciascuno con il proprio titolo, che rimandano a quello successivo, e hanno bisogno di essere percorsi seguendo un tempo non-ciclico. Si entra dalla “bocca”, si passa per il centro dell’emotività, la “pancia”, fino ad arrivare al “cuore”. Lo Shed diventa dunque palcoscenico di meta-narrazioni; un luogo in cui si può riposare, fantasticare e persino assistere alla danza, domandandosi chi siamo, e riflettendo sul fatto di essere meno soli di quanto possiamo pensare. La pratica artistica di Benni Bosetto, che spazia dal disegno alla scultura, dall’installazione alla performance e alla danza, qui esplora le rappresentazioni del sé e il concetto di verosimiglianza. L’artista de-costruisce, sovrappone, mescola, stratifica e il corpo è lo strumento della messa in scena. La casa, e il corpo, in questo caso interscambiabili, sono architetture molli; spazi intimi che l’artista chiama a lavorare insieme, come una comunità. Benni Bosetto ricorda quanto il sogno sia necessario e che non esiste immaginazione senza un senso di sicurezza. L’architettura, o la scenografia, dunque, dev’essere necessariamente legata al senso di cura e al concetto di amore per far sì che germogli, o si avveri.

Benni Bosetto, La bocca, 2022. Particolare. Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026. Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto Agostino Osio 

La bocca
Sulla casa gli esseri umani proiettano sé stessi, come racconta l’artista: se manca la casa, la sensazione è che manchi un organo. Il visitatore si addentra dunque negli organi, o nelle sezioni della mostra, accorgendosi della presenza-assenza di Rebecca, entrando dalla parte anatomica da cui deriva il linguaggio: La bocca (2022). In Le cellule (2026), è evidente la capacità dell’artista di coniugare il disegno alla dimensione architettonica e scenografica, e viceversa. La predilezione degli ambienti domestici nei lavori di Benni Bosetto non è casuale. Non sarà dunque difficile riconoscere nelle opere-ambienti, o in parti di esse, i riferimenti alla Storia dell’arte, al cinema, alla letteratura, al mondo della televisione e dei mass media. La stratificazione di elementi cinematografici è presente sin dal titolo, che fa riferimento al romanzo di Daphne du Maurier, poi trasformato da Hitchcock nel film Rebecca – La prima moglie [3]. L’immaginario del romanzo gotico evocato da Bosetto nella mostra allude a un’assenza che continua ad abitare la casa attraverso la sua memoria, inscritta negli oggetti che la compongono. La presenza degli oggetti negli ambienti suggerisce infatti un corpo femminile che, pur non essendo visibile, si manifesta come una forma di presenza evocata e diffusa nelle sue tracce materiali.

Benni Bosetto, Le cellule, 2026. Particolare. Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026. Prodotto da Pirelli HangarBicocca. Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto Agostino Osio 

La guancia 
La guancia, invece, suggerisce sia il momento del saluto sia quello del ristoro. In questa sezione ritroviamo opere come Jewels (III versione) (2026), parte di una serie di gioielli ai quali l’artista ha voluto togliere il corpo più pesante, rendendoli più leggeri. Le sculture appaiono dunque come ornamenti che decorano lo spazio e lo alleggeriscono, invitando gli spettatori a rallentareQui, lavori come Gli occhi (2026) e altri con nomi propri di persone, invitano il visitatore a sdraiarsi, a immergersi nelle sculture e a resistere al tempo lineare e produttivo incessante. Il percorso procede verso strumenti che sembrano dei cabinets de curiosité ma sono in realtà strumenti accessibili a tutti, che liberano e guariscono. Un po’ come le stesse piante infestanti all’ingresso della casa di Rebecca, che, nel sogno, dopo un periodo di assenza degli esseri umani, avevano preso il sopravvento. Le stesse opere di Benni Bosetto sono costituite di parti che vogliono aiutare le altre opere, perpetuando un’idea di cura e mutuo soccorso delle cose, e delle persone.

Benni Bosetto, Gli occhi, 2026. Veduta dell’allestimento. Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026. Prodotto da Pirelli HangarBicocca. Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto Agostino Osio 

La pancia
Se la guancia è associata al riposo, quest’ultimo è associato al sogno e alla simbologia ad esso connessa, oggetto di ricerca costante nel corso di tutta la Storia dell’arte. Basti pensare a elementi come gli insetti e le cozze, che ritroviamo associati alle porte nelle opere di Benni Bosetto: nella sezione una serie di porte, tutte poste in orizzontale, perdono la loro funzionalità per assumerne altre, illogiche, forse dettate proprio da un sogno. Il riferimento onirico deriva anche da film quali Gli invasati, film del 1963 diretto da Robert Wise, a sua volta basato sul romanzo L’incubo di Hill House di Shirley Jackson. Le porte in orizzontale sono le stesse degli incubi, quelle che non si chiudono mai, o che non portano da nessuna parte. Nelle porte di Benni Bosetto sono però adagiati insetti o altre creature, solo all’apparenza infestanti. Sono creature sotterranee, animali o esseri viventi spesso incompresi; una presenza scomoda e spaventosa che tuttavia rimanda al concetto di agency, e di cura.

Benni Bosetto, Porta sussurri, 2026. Particolare. Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026. Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto Agostino Osio 

Gli occhi, verso il cuore
A volte, si ha la sensazione che le pareti abbiano gli occhi. Nel cuore, c’è spazio anche per la danza. Così, procedendo nel percorso, si va verso il “cuore”, la zona che ospita, una volta a settimana, con una durata di circa due ore, un corpo di ballo impegnato in una milonga. L’idea è che lo spazio viva la durata della performance Tango (II version) (2026). Secondo l’artista, il tango è una casa aperta, una famiglia espansa, una danza che nasce dalla necessità di stare insieme. Con il tentativo di rendere la danza al tempo stesso rigorosa e drammatica, l’artista aggiunge dei copricapo indossati dai ballerini. Il tentativo, è quello di parlare di un concetto d’amore in termini universali e collettivi. Che cos’è la stessa l’architettura che la ospita, se non una cellula culturale sperimentale? Tutto parte dalle cellule. Tutto finisce, o inizia, in un abbraccio, come nel tango.




[1] Daphne du Maurier, Rebecca la prima moglie, Milano, Il Saggiatore, 1938 [ultima edizione 2020].
[3] Rebecca secondo Hitchcock, in Rebecca la prima moglie, cit., pp. 419-425.