Luce. Intervista a Luisa Lambri

di | 13 mar 2026
Luisa Lambri, Untitled (Barragan House, #01), 2005. C – Print, 86 × 96 cm. Courtesy della Thomas Dane Gallery. Architecture © Barragan Foundation 

Luisa Lambri (Como, 1969) è un’artista che pone la luce al centro di una ricerca concentrata sull’esperienza dello spazio. Attraverso la fotografia – intesa non come strumento documentario ma come esercizio di presenza – Lambri indaga l’architettura, che nei suoi lavori diventa materia da trasformare e trasfigurare. I suoi lavori nascono dall’osservazione paziente di frammenti, margini, interstizi e superfici: dettagli privati di funzione didascalica che si trasformano in immagini aperte, sospese, prossime all’astrazione, lasciando spazio alla visione di chi guarda.

Qual è il primo ricordo che ti affiora pensando alla parola “luce”?
Posso parlare della mancanza di luce in Scandinavia, soprattutto in Finlandia e in Svezia, dove ho passato lunghi periodi, e della luce della California, dove ho vissuto a lungo. Ho lavorato in entrambi i luoghi, in modo non a caso opposto. Mi sento sicuramente più a mio agio nella luce della California.

In alcuni tuoi lavori la luce si fa traiettoria; una direzione possibile. Possiamo pensarla come una forma di orientamento nello spazio?
L’uso della luce è sicuramente legato all’esperienza dello spazio nel mio caso, più che a una ricerca fotografica. Gli artisti del movimento Light and Space della California sono stati di grande ispirazione per il mio lavoro negli anni, e ne ho fotografato opere d’arte e installazioni in molte occasioni per fare il mio lavoro. Si tratta di materiale ideale per me, e di artisti di cui amo molto il lavoro, con cui mi identifico. 

In alcune serie la luce è così intensa da condurre l’immagine verso l’astrazione. È un modo per lasciare spazio alla visione di chi guarda?
Sì, è anche un modo per creare immagini astratte e aperte, per fare un lavoro che non vuole descrivere o informare, ma trasformare e trasfigurare.
In questo momento sto lavorando a una mostra che inaugurerà alla Thomas Dane Gallery di Napoli a maggio. Il mio lavoro verrà presentato con quello di Salvatore Emblema. Si tratta proprio di un incontro tra artisti che ha a che fare con l’utilizzo della luce, della trasparenza, e dell’astrazione, in modi fondamentalmente diversi. 

La luce può divenire un’architettura invisibile?
L’architettura può essere smaterializzata attraverso l’uso della luce. Per me si tratta di creare immagini astratte ed effimere. Ho una predilezione per l’architettura contemporanea giapponese proprio perché spesso ha qualità e una natura simili. I volumi e i materiali che caratterizzano l’architettura a volte svaniscono quasi completamente nelle mie immagini. Il mio lavoro emerge da quello che rimane dopo un processo di riduzione al minimo indispensabile, pur mantenendo una relazione con il materiale originale. Non si tratta però di un lavoro che si rivolge all’architettura, ma di un lavoro che usa l’architettura come materiale per creare immagini, e anche creare un’ulteriore esperienza attraverso quelle stesse immagini nello spazio. Il posizionamento delle fotografie nello spazio le trasforma a loro volta in un ambiente.
I rapporti tra bidimensionalità e tridimensionalità sono al centro del mio lavoro, ed è il motivo per cui sento un legame con gli artisti italiani del movimento spazialista.
Anche l’uso della luce e dell’atmosfera nel lavoro di Ettore Spalletti mi hanno sempre colpito. Il suo lavoro significa molto per me, e sono stata davvero fortunata ad avere aver avuto un dialogo diretto con il suo lavoro da Vistamare a Milano nel 2024. La mostra si intitolava appunto “The Essence of Light. Dialogues between Luisa Lambri and Ettore Spalletti”. Ho potuto scegliere alcuni suoi lavori per creare dei dialoghi specifici coi miei, e ho installato i lavori di entrambi come se fosse stata l’opera di un solo artista. L’installazione era quindi il vero lavoro.

Nei tuoi lavori seriali la luce segue l’incedere del giorno, muta con il passare delle ore. Possiamo leggerla come una misura del tempo?
Sì, si tratta anche di un’esperienza nel tempo. È capitato spesso che potessi fotografare lo stesso luogo nel corso di diversi giorni, oppure che potessi tornarci in stagioni diverse, ogni volta per creare immagini diverse. È anche successo che avessi un tempo molto limitato per fotografare. Ho sempre però sviluppato serie di fotografie ed evitato di creare immagini singole e iconiche per questo motivo. All’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston ho fatto una mostra con un gruppo di fotografie apparentemente simili, che cambiava con le stagioni, durata quasi un anno. Si tratta di eventi speciali e preziosi, quasi impercettibili, che accadono grazie a persone che hanno una conoscenza e una comprensione per il lavoro molto profonda.

Luisa Lambri, Untitled (Barragan House, #28), 2005. C – Print, 86 × 96 cm. Courtesy della Thomas Dane Gallery. Architecture © Barragan Foundation 

La luce implica sempre un’ombra. Che rapporto hai con ciò che resta invisibile o non pienamente definito?
Ho sempre fotografato dettagli, spesso apparentemente insignificanti. Si tratta di una ricerca interiore, sull’astrazione, non di una rappresentazione fotografica. Non a caso mi sono sempre concentrata sugli interni in architettura, oppure ho usato dettagli di opere d’arte di altri artisti per fare il mio lavoro. Uso anche una palette di colori molto limitata, spesso per stampare delle fotografie monocromatiche, o quasi, che possono sembrare in bianco e nero ma sono in realtà a colori. 

Nella serie Untitled (Ambiente Spaziale), 2012, ti confronti con i tagli di Lucio Fontana. Mi viene in mente la sua celebre frase «Io buco, passa l’infinito di lì, passa la luce, non c’è bisogno di dipingere»; ti riconosci in questa concezione della luce come apertura verso l’infinito?
Sì. Il lavoro di Lucio Fontana ed Enrico Castellani in particolare, solo per fare due esempi, è fonte di infinita e continua ammirazione, ispirazione e interesse per me. Nel caso di Untitled (Ambiente Spaziale) (2012) ho fotografato il taglio nello spazio da prospettive leggermente diverse, creando una sequenza all’interno della ricreazione dell’Ambiente Spaziale presentato da Lucio Fontana a Documenta nel 1968. Si tratta quindi sempre di un mio lavoro sullo spazio. Quell’Ambiente Spaziale era stato ricreato nel 2012 a New York, in una mostra curata da Germano Celant intitolata “Lucio Fontana: Ambienti Spaziali”. Era anche un modo per ricordare il lavoro di Lucio Fontana nella rappresentazione fotografica, in particolare la sequenza di Ugo Mulas che lo ritrae nel suo gesto più iconico.

Hai più volte dichiarato di utilizzare esclusivamente luce naturale. È una scelta legata a una precisa esigenza percettiva?
Quando ho cominciato a fare fotografie usavo la pellicola per la luce artificiale di giorno, virando le immagini di azzurro. Era un modo per trasformarle in altro e renderle più metafisiche, e per allontanarle dal genere documentario. Il mio lavoro ha comunque a che fare con la sottrazione. Fotografo solo dettagli di architetture e opere d’arte, e in laboratorio il processo di riduzione continua fino a quando rimane solo l’essenza del luogo o dell’opera d’arte che ho fotografato.
Inoltre, uso la stessa macchina fotografica dal 2005, e anche un solo obiettivo da allora. Non ho una macchina fotografica digitale. Alcune delle fotografie più recenti sono state realizzate senza nemmeno usare la macchina fotografica, e sono state stampate direttamente da files creati in laboratorio. Sono fotografie completamente astratte. L’utilizzo della luce naturale fa parte di questo processo per creare immagini lavorando con il minimo indispensabile, e con le condizioni che si presentano, senza necessariamente aspettare o cercare di creare un momento perfetto per fotografare, e senza cercare di fotografare gli aspetti iconici di architetture o opere d’arte. Non creerei mai intenzionalmente condizioni di luce ideali per fare delle fotografie. Non ho mai avuto uno studio, o meglio, gli studi che ho avuto all’inizio erano completamente vuoti, e poi ho smesso di averli. Il luogo dove il mio lavoro accade quasi completamente è il laboratorio fotografico, e considero l’installazione delle fotografie nello spazio, intesa come un’installazione scultorea e non fotografica, il vero lavoro.

Nel tuo lavoro la luce è più presenza o assenza?
Il mio lavoro è profondamente radicato nella presenza. Ha a che fare con la mia esperienza dei luoghi che fotografo, e si tratta fondamentalmente di un esercizio nell’essere il più possibile presente e ricettiva nei confronti dell’ambiente in cui mi trovo. Non ho mai studiato fotografia, si tratta per me di una pratica esistenziale che ho sviluppato negli anni da quando ero piccola. La macchina fotografica è solo un’estensione di me stessa, per questo motivo non ho mai sentito il bisogno di averne più di una o usare obiettivi diversi. Per molti anni ho anche preferito fotografare, se era possibile, a piedi nudi o scalza, per essere più presente. Non l’ho fatto in modo consapevole, ma faceva parte di un modo di lavorare che riguarda fondamentalmente l’essere, e non la fotografia, e un utilizzo della fotografia che non ha molto a che fare con la tecnica fotografica. Condividere la mia esperienza con altri poi è il vero senso del lavoro.

Luisa Lambri, Untitled (Barragan House, #13), 2005. C – Print, 86 × 96 cm. Courtesy della Thomas Dane Gallery. Architecture © Barragan Foundation 

luce s. f. [lat. lūx lūcis, ant *louks, affine al sanscr. roká-, armeno loys, gotico liuhath, ted. Licht, e all’agg. gr. λευκός «brillante, bianco»]. – 1. a. Ente fisico al quale è dovuta l’eccitazione nell’occhio delle sensazioni visive, cioè la possibilità, da parte dell’occhio, di vedere gli oggetti: sorgente di l., il corpo che la irradia; ldiretta, che arriva all’occhio direttamente dalla sorgente; fascio di luce, insieme di raggi luminosi che si dipartono da una sorgente; ldiffusariflessarifratta, che ha subìto diffusione o riflessione o rifrazione; le stelle brillano di lpropriai pianeti di lriflessail riverbero della l.; lnaturale o artificiale, a seconda che la sorgente luminosa sia naturale oppure costituita da un apparecchio di illuminazione artificiale (per es., lampade elettriche, la fiamma del gas, del petrolio, di una lucerna, di una candela, ecc.); lsolare o diurna o del giorno, la luce naturale per antonomasia, e che secondo le ore d’illuminazione può dirsi ldell’albalcrepuscolarelmeridiana; è naturale anche la ldella luna e la ldelle stelle. […] b. Con riguardo all’intensità luminosa, la luce, naturale o artificiale, è determinata nell’uso comune da molti aggettivi che ne indicano le diverse gradazioni: una lvivissimauna gran l.; labbaglianteche accieca o accecantevivafortefulgidasplendidasfavillantesfolgorantepurissima; oppure moderatadeboletenuefiocapallidalanguidascarsaincerta, ecc.; se l’intensità è regolata dall’uomo, si può avere una lattenuatasmorzatavelata; riguardo al modo con cui si distribuisce, può essere temperatauniformeuniformemente diffusaugualedolcetranquilla; inoltre, può essere stabile oppure tremula (delle candele), scintillante (delle stelle), continua oppure intermittente (come quella di un faro, dei lampeggiatori, ecc.). […] c. Con riferimento al suo manifestarsi: la lapparespuntasorges’accendebrillasplendesfavillaaumentacrescesi spandesi diffondes’indeboliscesi attenuaillanguidiscesi spegnemuore. Con riferimento all’emissione, un corpo luminoso dà l., manda l., spargespandediffonde luced. In senso più soggettivo, in quanto la luce è percepita dall’occhio o illumina gli oggetti: c’è poca (o moltatroppalin questa stanzale scale prendono (o ricevonolda un lucernarioocchi sensibili alla l., che non sopportano la ltroppo vivanon vedere più la l., di persona cieca, di chi è defunto e, per iperbole, di chi è stato condannato a vita. Degli oggetti: essere in piena l., essere pienamente illuminato da luce diretta; essere in mezza l., nella penombra; essere nel giusto o nel vero punto di l., essere collocato nel posto e nell’orientamento più adatto perché la luce ne metta in rilievo la forma, i pregi, e sim. […].

Per saperne di più

Iacopo CeniluceLuisa Lambri