Ritratti: Alice Visentin

di | 17 mar 2026
Alice Visentin. Foto di Rachele Maistrello

«Your fictions become history», urla una stampa di Barbara Kruger realizzata nel 1983 e raffigurante il volto di una statua greca ridotto in frantumi. Associate all’immagine, queste parole non dichiarano soltanto il carattere parziale di ogni narrazione culturale, ma paiono anche ravvisarne il potere trasformativo, la capacità di plasmare la realtà e di conseguenza mutare il corso degli eventi. 
Escludendo ogni analogia formale, l’opera dell’artista statunitense può essere assunta come immagine-guida di questo testo per sintetizzare, sin dalle prime righe, quanto credo costituisca principio e sviluppo della ricerca di Alice Visentin, volta a ricucire gli strappi prodotti dalla Storia e rimediare alle sue amnesie. 

Alice Visentin con Mattia Splendore e Magda Antoniazzi, Child Voices in the Park, 2026. Fasten Seat Belt, Milano. Foto di Erik De Felice

Il suo lavoro, infatti, sembra ricorrere alla medesima idea di frammentazione sia in termini visivi che narrativi, per reimmettere, nel discorso generale, il particolare e il marginalizzato, ciò che pertiene alla cosiddetta “storia minore”. Allo stesso modo riconosce la natura arbitraria (per non dire finzionale) del racconto ufficiale (history) opponendosi a esso, modificandone struttura, trama e soggetti per mezzo della fabulazione e dello storytelling.
La discontinuità è eletta a principio organizzativo, la testimonianza artistica si nutre della moltiplicazione di memorie e prospettive, la linearità viene sostituita non tanto dal suo opposto, quanto da un tempo palinsesto (categoria mutuata dalla scrittrice Annie Ernaux) scandito da un vociare insieme personale e collettivo che ambisce a comprendere il fluire ininterrotto del mondo. 

Alice Visentin con Arianna Brunori e Farnaz Modarresifar, Alchimia Quotidiana, 2025. Villa Medici, Roma. Foto di Margherita Nuti e Daniele Molajoli

Nell’economia della sua pratica, oltre a quelli pittorici e scultorei, risultano essenziali i media che permettono la dilatazione e la conseguente riorganizzazione delle coordinate spazio-temporali dell’opera. 
La dimensione performativa, nello specifico, include spesso quella filmica e sonora, assumendo la forma ibrida di un’installazione ambientale che è simultaneamente proiezione e sessione di ascolto: è il caso, per esempio, di Alchimia quotidiana (2025, con Arianna Brunori e Farnar Modarresifar), lavoro presentato nel contesto di Villa Medici ma all’interno di un ambiente dalle dimensioni ridotte, più confortevole e domestico, pensato per facilitare l’immersione in un racconto fatto di luci e ombre, immagini e parole, voci e suoni. O di Materials for Thousand Stories, realizzato l’anno precedente nella sede milanese dell’Istituto Svizzero, dove i ricordi dell’artista, disegnati o verbalizzati, si mescolano alle parole di Marguerite Duras, a componimenti musicali, alle registrazioni effettuate in viaggio come in spazi a lei familiari. 

Alice Visentin, Arcano Mistico, 2025. Walk & Talk Biennial, Arquipélago, Azzorre. Foto di Mariana Lopes

In entrambi i casi l’immagine in movimento conserva una matrice democratica e amatoriale tramite l’utilizzo dell’episcopio, uno strumento dal funzionamento simile a quello di una lanterna magica. I fotogrammi proiettati, corrispondenti a fogli trasparenti, equivalgono a unità narrative su cui si sedimentano memorie che testimoniano, più di ogni altro intervento, il desiderio da parte della loro creatrice di comprendere altre identità, mescolandole caoticamente alla propria. 
L’inclusione avviene in risonanza con figure del presente o del passato. 
Fin dall’inizio della sua carriera, infatti, Visentin si è servita del formato laboratoriale per costruire o rievocare storie di luoghi, gruppi o specifiche figure. Avviene in Il comizio, la merenda, il canto (2020), celebrazione delle tradizioni e dei canti del paese valdostano di Avise, al contempo occasione di incontro e condivisione per gli stessi abitanti; oppure nel più recente Child voices in the Park (2026, in collaborazione con Mattia Barro Splendore e Magda Antoniazzi), installazione filmica creata a partire dai disegni dei bambini e dei membri di una comunità sociale milanese, ulteriormente arricchita da una traccia audio e una scenografia di elementi mobili che riproducono alcuni dei contenuti resi graficamente.  
In altre occasioni è la ricerca archivistica a guidare il lavoro: Arcano Mistico (2025), per esempio, è una scultura robotica dedicata a Madre Margarida do Apocalipse, autrice dell’omonima monumentale opera, un microcosmo in miniatura che è anche manifesto devozionale e speculativo. 
“Amanti Fabula”, personale inaugurata a Londra nel 2024, prende invece avvio dalla consultazione di documenti pertinenti ai movimenti femministi come Wages for Housework, per adottarne il codice linguistico: semplici silhouette sono poste a corredo delle tele, abitate anch’esse da campiture di colore e figure rese elementarmente, per illustrare l’efficacia comunicativa raggiunta dai movimenti di emancipazione femminile tramite l’esemplificazione e il linguaggio metaforico.

Alice Visentin, “Amanti Fabula”, 2024. Sundy and Almanac Inn, Londra, UK

L’impiego di tale registro stilistico, comune alla maggioranza delle opere di Visentin, si configura come un omaggio reso alle strategie elaborate da artiste, scrittrici e filosofe in risposta alla marginalizzazione. Un presupposto analogo motiva l’interesse per l’oralità, principale, o per meglio dire unica, modalità di trasmissione culturale concessa al sapere femminile: accolti finalmente su un supporto materiale, resi in forma pittorica o trascritti, frammenti di discorso, storie, episodi posti da sempre ai margini della narrazione ufficiale acquistano valore documentario, al pari di ogni altro materiale d’archivio. 
La dimensione sonora e vocalica viene tuttavia integrata per non assumere una prospettiva meramente videocentrica, immemore del ruolo rivestito dalla voce e dall’ascolto nell’individuazione e nel riconoscimento dell’alterità, della sua differenza: tramite performance e formati audio, l’artista preserva la componente immateriale del racconto, mettendo in pratica quanto teorizzato da pensatrici quali Arendt, Federici e Cavarero. 
Alcuni progetti come “The morning tide of moods” (2023), presentano infine bocche, lingue e denti che assumono proporzioni monumentali, se non mostruose. Accanto a esse, ancora una volta, la parola, riportata su lunghe strisce di carta e plastica trasparente. Spesso disseminate entro lo spazio espositivo, queste ultime si presentano come dispositivi sinestetici, emblemi di una pratica che utilizza il campionamento e l’assemblaggio, il mescolamento di media e codici, per rovesciare le gerarchie e per tessere una trama complicata quanto la realtà. Uno spazio, come quello creato sulla pagina da Gloria Anzaldúa, in cui «diverse specie d’idee fanno capolino qua e là, piene di variazioni e apparenti contraddizioni», generando «un’entità ribelle». 

Alice Visentin, “The morning tide of moods”, 2023. Lateral Rome, Roma. Foto di Roberto Apa

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Alice VisentinGiulia Gaibisso