Ritratti: Guendalina Cerruti

di | 27 mar 2026
Guendalina Cerruti

Nell’ultimo mese ho trascorso la maggior parte delle mie giornate a chiudere e riaprire scatoloni. Dentro, ogni volta, finivano un ripiano della libreria, un’anta della dispensa o un cassetto del guardaroba; quindi numeravo, catalogavo e trasferivo tutto in un poderoso foglio Excel. Alcuni oggetti non hanno trovato collocazione: un vagone del treno in legno, una marionetta da dito straordinariamente simile al mio compagno, uno stemma in metallo, un coccodrillo di plastica, un cioccolatino di cera, una foto di Vincenzo, dei fischietti pugliesi, una Polaroid con Allison. Erano, a tutti gli effetti, gli ospiti inquietanti del mio riordino. Dopo giorni di negligenza, li ho riposti in una scatola più piccola, lasciata senza coperchio fino al fatidico giorno del trasloco. 
Guendalina Cerruti (Milano, 1992) chiamerebbe questi oggetti i dettagli della quotidianità che «diventano molto rumorosi»: sono fotografie, amuleti inventati, souvenir, simboli generazionali, ma anche piccole creazioni, lettere confessionali e diari scarabocchiati, in cui affiorano insicurezze e fragilità insieme a passioni e grandi sentimenti.
I traslochi, si sa, sono esperienze piuttosto chiassose: il passato riaffiora in ogni oggetto che ci troviamo tra le mani e la mappa concettuale che creiamo per non rimanere sopraffatte non ci lascia incolumi da malinconie, ferite rimaste aperte, ricordi di amicizie finite e detriti della nostra infanzia. 
In Tutte le Mie Penne (2025), presentata nella collettiva “Tutte le opere sono opere” da Martina Simeti, a Milano, le penne custodite nell’astuccio dell’artista sono ciò che, simbolicamente, rimane del suo studio londinese dopo il trasferimento a Milano. Su una colonna in tela bianca, sono trattenute da piccoli elastici cuciti al tessuto, disposte come colori in un astuccio scolastico: allineate, separate, pronte all’uso, si offrono come una forma elementare di catalogazione affettiva.

Guendalina Cerruti, Tutte le Mie Penne, 2025. Struttura in filo metallico, tela, penne, matite e pennarelli vari, perline di plastica colorate. Courtesy dell’artista e di Martina Simeti. Foto di Andrea Rossetti

Cerruti riorganizza questi «dettagli rumorosi» costruendo display, piattaforme attraverso cui trasformare il vissuto in un racconto maneggiabile. Spesso ricorre al cambiamento di scala, privilegiando la riduzione come espediente formale. Mentre parliamo del suo lavoro, Cerruti cita On Longing di Susan Stewart, in cui la miniatura è descritta come una «metafora» dell’interiorità. Capace di rendere il quotidiano «esageratamente» intimo e, insieme, distante, essa permette di instaurare un rapporto quasi trascendente con la realtà e i suoi ricordi. Innescare questa verticalità, infatti, consente di costruire meticolosamente una nuova storia e di trasformare personaggi, scenari e parole nel suo rumore di fondo.
In questo senso l’opera Smile Baby (2020), parte della mostra “Primary Domain”, presso Ordet, Milano, si presenta come una cassettiera IKEA modificata dove sono collocate fotografie dell’artista da piccola con il viso imbronciato, insieme a una serie di altri oggetti come una statuetta della fontana verde tipica dei parchi milanesi, un modellino di Lamborghini e un soprammobile raffigurante un “orsetto dell’amore”. Cerruti inscena un diorama dove elementi apparentemente discordanti sussurrano, anziché urlare, i conflitti interiori che attraversano un periodo della vita, quello infantile e adolescenziale, in cui le aspettative sociali e culturali si scontrano con un sé in via di definizione. Una fotografia mal digerita, ritrovata nell’album di famiglia, diventa lo spettro di una mancata corrispondenza, di uno scarto tra la proiezione di un immaginario esterno e la percezione di sé. 

Guendalina Cerruti, Smile Baby, 2020. Cassettiera IKEA RAST personalizzata, cornici argentate, foto ritratto, Lamborghini Sián in scala 1:18, orso in ceramica. Courtesy dell’artista e di Ordet. Foto di Nicola Gnesi

Riassemblare questi detriti incandescenti altro non è che una forma di autonarrazione, una tecnica finzionale, centrale nella pratica di Cerruti, che pratichiamo quotidianamente quando selezioniamo i feticci da conservare nel tempo o più comunemente mentre organizziamo i contenuti per le nostre Stories o prepariamo con cura il photo dump di fine anno. Facendo il verso all’autorialità improvvisata di questo storytelling personale, le opere di Cerruti possono essere lette come autoritratti: specchi che amplificano e restituiscono le inquietudini di una soggettività che oggi si ritrova sempre più inscritta in logiche prestazionali.
In Life is a Rollercoaster (2023), la miniatura di una montagna russa presenta alla base diverse fotografie scattate dall’artista. Il “superfluo” della galleria fotografica dei nostri smartphone si rivela qui come un archivio loquace, in cui momenti ordinari lasciano trapelare, come scrive l’artista, il «turbolento viaggio emotivo» che li attraversa.

Guendalina Cerruti, Life is a Rollercoaster, 2023. Legno, perline di plastica multicolore, rete metallica in acciaio, glitter, colla, pastelli morbidi, corda arcobaleno, trasferimento fotografico su tela, tessuto. Courtesy dell’artista e di Ginny On Frederick

In occasione di “Facile ironia. L’ironia nell’arte italiana tra il XX e il XXI secolo”, l’opera ha trovato collocazione su Emotionally Wheeling (2025), un prespaziato applicato su una base circolare che propone un decalogo di sentimenti, originariamente concepito come strumento di educazione emotiva. Qui, una forma di autoaiuto si rovescia in una sorta di dispositivo coercitivo, quasi una tortura medievale.

Guendalina Cerruti, Emotionally Wheeling, 2025. Installazione multimediale mista. Courtesy dell’artista e di Mambo Bologna. Foto di Manuel Montesano

Analogamente, Life Is Bigger (2025), parte dell’installazione, trasforma un carillon in una giostrina perturbante, in cui gli automi sono sostituiti da personaggi-fantocci ricavati da ritratti fotografici dell’artista, stampati e modificati con l’aggiunta di un sorriso da pagliaccio, che danzano su un tappeto di chiodi. Nel “troppo grande” della vita riecheggia l’impresa di sopravvivere nel mondo, la stessa che attraversa un “pagliaccio triste”, sospeso in un’eterna performance.

Guendalina Cerruti, Life is bigger, 2025. Trasferimento fotografico su tela, cintura in pelle marrone, cintura in gomma ricavata da copertoni di bicicletta, legno, griglia metallica, chiodi, viti, strass, vari tessuti, braccialetti portafortuna brasiliani, specchio, farfalle in stagno fuso.
Courtesy dell’artista e di Mambo Bologna. Foto di Manuel Montesano

L’impalcatura emotiva che sostiene il lavoro di Cerruti trova corrispondenza nella tecnica e nello stile formale. I materiali appartengono all’universo delle pratiche DIY – filo di ferro, griglie metalliche, legno multistrato – arricchiti da dettagli che richiamano un’estetica adolescenziale, come perline colorate, glitter adesivi, fiocchi, cordini e scritte realizzate in Uni Posca. Collage, cucito, assemblaggi tramite punte metalliche, il pirografo e piccoli saldatori costituiscono l’insieme di strumenti e procedure impiegati dall’artista. 
Una certa idea di artigianato e decorazione è qui esaltata come forma di addomesticamento di un’emotività che straborda. Non a caso, queste pratiche – storicamente considerate minori – sono state spesso associate a soggettività marginalizzate o al femminile: il controllo meticoloso della tecnica e la ricostruzione quasi maniacale del dettaglio trattengono l’interiorità entro una forma, rendendola temporaneamente abitabile. Similmente operano magie e rituali: non a caso, Cerruti sarà presto parte della collettiva “Show d’Houdini”, presso CRAC Brétigny, appena fuori Parigi, con un’opera architettonica (una rete metallica adornata di perline) che funge da porta d’accesso all’incantesimo finzionale e allo stesso tempo fa da display per le altre opere in mostra.
In questi giorni di traballamento emotivo, un’attività mi ha particolarmente sollevata: nella casa nuova ho foderato di carta i ripiani di un vecchio armadio imbruttito dal tempo. Mentre le mie mani si muovevano attente, il frastuono del passato che lasciavo alle spalle ha smesso, lentamente, di disturbare.

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Caterina MolteniGuendalina Cerruti