Ostinato, dove il corpo si offre e si sottrae. Roberto de Pinto da Francesca Minini

di | 09 apr 2026
Roberto de Pinto,“Ostinato”, 2026. Veduta dell’installazione, Francesca Minini, Milano. Courtesy di Roberto de Pinto e Francesca Minini, Milano. Foto di Andrea Rossetti

Nella tradizione neoclassica il corpo era rappresentato come perfetto e divino, inarrivabile allo spettatore. Nelle opere di Roberto de Pinto, invece, il corpo ci viene sbattuto in faccia con una presenza umana e reale, non tanto nella tecnica quanto nell’idea. Ed è proprio attraverso le sue imperfezioni che ci appare così vicino, quasi toccabile. Forse perché, anche se è il corpo dell’artista, conserva sempre qualcosa che ricorda il nostro. Nella personale “Ostinato”, in mostra a Milano da Francesca Minini fino al 9 maggio, la figura maschile torna al centro della sua ricerca con una presenza più intensa, più esposta, a tratti beffarda. Il titolo allude a qualcosa che insiste, che ritorna, che si ripresenta ogni volta in una forma diversa: ed è proprio questo il movimento che attraversa la mostra.

Roberto de Pinto,“Ostinato”, 2026. Veduta dell’installazione, Francesca Minini, Milano. Courtesy di Roberto de Pinto e Francesca Minini, Milano. Foto di Andrea Rossetti

La poetica di de Pinto lavora attorno a una figura ricorrente, una presenza che attraversa i suoi dipinti tra slittamenti e variazioni. In “Ostinato” questa figura non cambia natura, ma intensità. Il corpo resta al centro del discorso visivo, ma acquista una forza diversa: più fisica, più frontale, più consapevole del proprio stare in scena. Il protagonista delle opere è plasmato a partire dai connotati dell’artista, ma non è un autoritratto in senso stretto. Piuttosto, è una figura che prende avvio dalla prossimità fisica del suo corpo per trasformarsi in qualcos’altro: un alter ego attraverso cui mettere in scena un corpo, spostarlo in situazioni altre, attribuirgli una disinvoltura e un coraggio che appartengono più all’immagine che alla biografia. Anche in questo senso, per de Pinto la pittura sembra funzionare come strumento di indagine: non per fissare un’identità, ma per aprirla a proiezioni e desideri.

Roberto de Pinto,“Ostinato”, 2026. Veduta dell’installazione, Francesca Minini, Milano. Courtesy di Roberto de Pinto e Francesca Minini, Milano. Foto di Andrea Rossetti

È qui che la mostra segna un’evoluzione evidente. Se in altri lavori dell’artista il segno manteneva una leggerezza più lineare, qui la superficie pittorica si fa più stratificata e compatta. La materia prende corpo, i fondi si scuriscono, la luce si raccoglie attorno alle figure invece di disperdersi. Ne nasce un’immagine più densa, in cui la pelle non è solo un dettaglio anatomico, ma una soglia sensibile, il punto in cui desiderio, esposizione e fragilità si incontrano. Nella sua pratica, del resto, la pelle è anche un vero banco di prova della pittura: l’encausto a freddo, con la sua finitura vellutata e i suoi passaggi tra trasparenza e coprenza, gli permette di lavorare sull’epidermide come una superficie vibrante, quasi reattiva.

Roberto de Pinto,“Ostinato”, 2026. Veduta dell’installazione, Francesca Minini, Milano. Courtesy di Roberto de Pinto e Francesca Minini, Milano. Foto di Andrea Rossetti

L’allestimento rafforza questa impressione, costruendo un’alternanza molto precisa di ritmo e di sguardo. I corpi, riprodotti su tele di grande formato, arrivano al pubblico in modo diretto e immediato: appaiono isolati, spesso sospesi su sfondi scuri che ne accentuano la presenza e la tensione. A queste opere si alternano lavori di formato più contenuto, realizzati con la tecnica del collage, che aprono invece una dimensione più intima e raccolta. Non si tratta di un semplice cambio di scala o di supporto: questi lavori nascono da una recente performance, la prima dell’artista, e conservano qualcosa di quella dimensione teatrale e fisica. I ritagli, le sagome, i frammenti sembrano diventare elementi mobili di un vocabolario visivo e affettivo, come se l’artista stesse provando a scomporre la figura per ricomporla in una forma più libera e mutevole. Se le tele di grande formato si impongono con una forza quasi frontale, i collage chiedono invece al visitatore di avvicinarsi, di soffermarsi, di leggere più da vicino la trama delle relazioni che li costruiscono.

Roberto de Pinto,“Ostinato”, 2026. Veduta dell’installazione, Francesca Minini, Milano. Courtesy di Roberto de Pinto e Francesca Minini, Milano. Foto di Andrea Rossetti

Uno degli aspetti più interessanti della mostra è che questa intensificazione non chiude il lavoro in una formula, ma al contrario lo apre. Accanto ai dipinti più compatti si percepisce una spinta verso una costruzione più mobile dell’immagine, meno centrata su un equilibrio unico e più disponibile alla frammentazione, all’inserto, al dettaglio che sposta il senso. È come se de Pinto stesse mettendo alla prova il proprio lessico dall’interno, senza rinnegarlo ma forzandolo verso una maggiore libertà.

Roberto de Pinto,“Ostinato”, 2026. Veduta dell’installazione, Francesca Minini, Milano. Courtesy di Roberto de Pinto e Francesca Minini, Milano. Foto di Andrea Rossetti

In questo processo diventano particolarmente importanti anche gli elementi che accompagnano il corpo: i dettagli floreali, i frammenti testuali, i segni che interrompono o dilatano la figura. Non hanno una funzione decorativa né illustrativa. Lavorano piuttosto come prolungamenti emotivi dell’immagine, come indizi di una dimensione più simbolica e nascosta. Qui torna utile anche un altro dato della ricerca di de Pinto: la sua pittura è attraversata da una memoria sensoriale legata al Sud, al calore mediterraneo, a un rapporto ravvicinato tra corpo e natura. Per questo i dettagli naturali non appaiono come semplici accessori, ma come elementi capaci di suggerire tatto, odore, temperatura, ricordo.

Roberto de Pinto,“Ostinato”, 2026. Veduta dell’installazione, Francesca Minini, Milano. Courtesy di Roberto de Pinto e Francesca Minini, Milano. Foto di Andrea Rossetti

In “Ostinato”, però, c’è anche qualcosa di ulteriore: le figure sembrano aver perso l’ironia più evidente dei lavori precedenti e si offrono allo sguardo con una sensualità più ferma, quasi inaccessibile. È anche per questo che la mostra produce una strana sensazione di prossimità e distanza: chi guarda ha l’impressione di assistere a un rapporto esclusivo tra il pittore e il suo soggetto, di entrare in una scena che non gli appartiene fino in fondo. In questo equilibrio sottile, i fiori e i frammenti poetici acquistano un ruolo decisivo. Non decorano l’immagine, ma la aprono, la commentano; forse sono l’unico varco concesso allo spettatore dentro questo passo a due. Così “Ostinato” trova la sua forza migliore: non nel dichiarare un’identità, ma nel trasformare il corpo in una scena emotiva, intensa e sfuggente, che chiede di essere guardata senza lasciarsi mai possedere del tutto.

Roberto de Pinto. Foto di Marco Barigazzi