La liana arborea: le pratiche curatoriali di studioconcreto da Collezione di Vicinato al Canzoniere Grecanico Salentino

studioconcreto è stato fondato da Luca Coclite, artista, e Laura Perrone, curatrice, nel 2018 a Lecce. È una piattaforma di ricerca radicata nel sud, un progetto che fonde vita, arte e investigazione culturale, ospitato nel loro spazio domestico nel quartiere INA-Casa di Via del Mare, nella periferia di Lecce. Negli anni studioconcreto ha sviluppato e proposto progettualità molto eterogenee che hanno portato in Salento artisti italiani e internazionali di diverse generazioni, ma sempre all’interno di pratiche di cura e pedagogia radicate nella ricerca sull’abitare e modellate dai concetti di prossimità e vicinanza.
La scelta di stabilirsi a Lecce, dopo una vita professionale nel nord Italia, corrisponde a una decisione di abitare con consapevolezza il margine di un sistema di produzione culturale, con l’intenzione di non esserne fagocitati. Luca e Laura parlano spesso della distinzione tra un sistema dell’arte – come insieme di infrastrutture istituzionali ed economiche – che a Lecce è fragile e precario, e un sistema artistico – come un ecosistema di pratiche e relazioni situate nel territorio – che invece è forte ma va alimentato con cura, anche ritessendo la memoria di ciò che nel territorio è già stato fatto nel corso degli anni.

Architettura come contesto del vivere, gesto artistico, archivio e territorio, sono alcuni dei punti cardinali attraverso cui si orienta il lavoro di studioconcreto che, seguendo l’invito di Édouard Glissant, si propone costantemente di «agire nel proprio luogo pensando con il mondo». Il territorio in cui opera studioconcreto è stato per anni quello del quartiere INA-Casa, un importante progetto di edilizia popolare promosso dallo stato tra il 1949 e il 1963 per rispondere all’emergenza abitativa del secondo dopoguerra. Il progetto non si limitava alla costruzione di alloggi ma voleva strutturare forme di vita collettiva attraverso un’attenta integrazione tra architettura, spazi comuni e tessuto sociale. Negli anni questo tessuto sociale ha attraversato cambiamenti drastici, generando una progressiva perdita di consapevolezza sull’importanza storica di questo patrimonio moderno della città. È proprio qui che inizia il lavoro di studioconcreto, introducendo gesti artistici capaci di attivare processi di autocoscienza, in una costante osmosi tra spazio domestico e spazio pubblico.

Tra i molti progetti di studioconcreto ce n’è uno che trovo particolarmente significativo: si intitola Collezione di Vicinato (https://www.collezionedivicinato.net/) ed attualmente è in una fase di sperimentazione. L’idea è molto semplice: una piccola collezione di opere d’arte contemporanea (da Giuseppe De Mattia ad Adelita Husni-Bey, da Calori & Maillard a Claire Fontaine) viene offerta in comodato d’uso temporaneo agli abitanti del quartiere che, su richiesta, possono prendersene cura all’interno della propria casa. Le opere entrano così nel tempo ordinario della vita quotidiana, ribaltando le nozioni consolidate di collezione pubblica e privata, ma agiscono anche come strumenti facilitatori di piccoli rituali di convivialità in un momento storico in cui il semplice atto di incontrarsi tra vicini non è più da considerare un gesto banale. Il progetto nasce in maniera piuttosto naturale anche in risposta agli atti di ospitalità del vicinato che negli anni ha progressivamente aperto le proprie case, offrendole come possibile estensione dello spazio espositivo di studioconcreto. Si tratta di processi lenti e delicati in un quartiere che invece cambia in continuazione; i processi possono interrompersi e il fallimento, in questa come in molte altre azioni di studioconcreto, è da considerare una parte imprescindibile dell’equazione.

Nelle nostre conversazioni domando a Luca e Laura quali siano i loro riferimenti essenziali, ovvero le loro radici metodologiche. Ne citano molti, tra questi l’Experimental Intermedia Foundation di Elaine Summers e Phill Niblock, il lavoro di Anna e Lawrence Halprin e il Judson Dance Theater, tutte esperienze newyorkesi rilevanti nella loro capacità di mescolare linguaggi e corpi. In Italia, naturalmente, le prime esperienze dell’arte relazionale. Ma i riferimenti essenziali per la loro ricerca radicata nel sud non vengono dall’arte quanto piuttosto dall’antropologia, dalla sociologia e dalla filosofia. Gianni Bosio, Ernesto De Martino, Danilo Dolci, Adriano Olivetti, Goffredo Fofi, Nicola Savarese, Alessandro Leogrande, Alfredo Esposito, e poi Deleuze, Guattari, Latour, Sennett – tra gli altri – costituiscono per loro letture e riferimenti fondamentali. Ma è Rina Durante (1928-2004), intellettuale, scrittrice e poeta, fondatrice del Canzoniere Grecanico Salentino, che considerano una mentore imprescindibile. Citano con affetto un suo racconto intitolato La liana arborea, in cui la ricerca di una specie vegetale endemica e un ricordo dell’infanzia dell’autrice diventano occasione per una discesa nel paesaggio cancellato del Salento, una metafora della perdita culturale, ecologica e antropologica di questo territorio.

Ed è proprio in questa direzione che si orienta il lavoro più recente di studioconcreto, che sceglie di uscire progressivamente dalla dimensione del vicinato per collocare al centro della propria ricerca la riscoperta di quelle esperienze storiche che in maniera rigorosa si sono occupate del territorio salentino. È così che nascono grandi progetti espositivi come “Il Mito – Unconventional Archive”, ospitato nell’estate del 2025 nel Palazzo Marchesale Castriota di Melpignano. La mostra, realizzata in occasione del cinquantesimo anniversario del Canzoniere Grecanico Salentino – uno dei gruppi più rilevanti nella ricerca e reinterpretazione della musica e della cultura di tradizione orale del sud Italia – assume il Canzoniere come un archivio vivente, capace di attraversare cinque decenni di trasformazioni socio-culturali, politiche e musicali. Nato nel 1975 nel contesto delle ricerche sulle culture subalterne, il Canzoniere Grecanico Salentino si è configurato fin dall’origine come un dispositivo al tempo stesso musicale, antropologico e politico, dedito alla raccolta, allo studio e alla riscrittura del patrimonio orale contadino, con particolare attenzione ai dialetti, alle lingue minoritarie e al rituale del tarantismo. Combinando nello spazio espositivo materiali d’archivio inediti, testimonianze orali dei protagonisti, opere d’arte e installazioni multimediali, il progetto costruisce una narrazione del Canzoniere Grecanico Salentino come esperienza in grado di rimettere al centro la comunità, piuttosto che le biografie degli artisti o le singole opere.

Quello sul Canzoniere non va considerato esclusivamente un lavoro sulla memoria, quanto piuttosto uno sforzo teso a riarticolare un immaginario di futuro a partire da un determinato territorio. Luca e Laura si interrogano spesso su quali siano oggi i corpi politici, ovvero quei corpi e quelle voci capaci di restituire un fervore e un’emozione politica che sembrano essersi assopiti. Guardano con attenzione ai linguaggi del teatro e del suono, ma anche all’agricoltura in cui oggi vanno a confluire pensatori, artisti, ricercatori delle più diverse generazioni. Il futuro, mi dicono, passa dalla possibilità di non stancarsi, di tornare costantemente a rinegoziare un insieme di relazioni nel territorio. Domando loro quale sia il fine ultimo del lavoro di studioconcreto, mi rispondono che in fondo sta nel facilitare la crescita di «spazi edificanti». «Edificante», mi dicono, «è qualcosa che cresce insieme a te in base alla necessità, qualcosa che ha a che fare con un’architettura spontanea, significa farsi spazio in maniera non violenta ma generando benessere».