New York, a maggio, è la reunion del mercato dell’arte

New York, a maggio, è lo stress test di primavera. Prima con le grandi fiere di contemporary art, poi con le battaglie di rilanci che dal Rockefeller Center rimbombano fino al Breuer Building di Madison Avenue. A ritmo di bid. Sono gli States il principale mercato dell’arte, i numeri parlano chiaro: rappresentano il 44% delle vendite in valore, e hanno raggiunto 26 miliardi di dollari nel 2025 (con una crescita del 5% rispetto al 2024, dopo due anni di calo). States che si riconfermano, senza reali contendenti all’orizzonte, anche come primo centro mondiale per la vendita di opere di fascia alta – vedi il Ritratto di Elisabeth Lederer (1914-1916) di Gustav Klimt, schizzato a 236,4 milioni di dollari (Sotheby’s New York, novembre 2025), vedi ancora l’ensemble di quindici specchi realizzati da Claude Lalanne per Yves Saint Laurent e Pierre Bergé (1974-1985), un record fresco da 33,5 milioni di dollari (Sotheby’s New York, aprile 2026). Adesso la resa dei conti, sotto gli occhi di un sistema in cerca di conferme. E di spettacolo, come da migliore tradizione.

Quindi, capitolo fiere. Parte Frieze con oltre sessantacinque booth internazionali, allo Shed, dal 13 al 17 maggio: «Unisce il dinamico ecosistema artistico della città alla vicinanza delle sue gallerie, delle rinomate istituzioni locali e dei collezionisti più attenti», dichiara Christine Messineo, direttrice per le Americhe. «In questa edizione, le gallerie offrono un quadro più ampio e pluralistico dell’arte americana: intergenerazionale, diasporica e radicata nel territorio e nella storia». Trentatré le gallerie con sede a New York, tutti a rapporto i grandi nomi blue-chip. Da Hauser & Wirth che espone le nuove opere di Avery Singere e Cindy Sherman, fino a David Zwirner, con una mostra personale di nuovi dipinti e lavori su carta di Joe Bradley, a ruota della retrospettiva alla Kunsthalle Krems. Passando per Gagosian, Thaddaeus Ropac, White Cube, Mendes Wood DM, Pace Gallery, Perrotin, Victoria Miro, la bolognese P420. Mentre in Italia, alla Biennale di Venezia, si discute stancamente di rappresentanza e sistema-Paese; ma questa è un’altra storia.

Seconda tappa a Park Avenue Armory, nell’Upper East Side, sotto le cascate di fiori di TEFAF New York. Inaugurazione il 14 maggio, apertura al pubblico dal 15 al 19 maggio, e una premessa incoraggiante alle spalle: «A marzo, TEFAF Maastricht metteva in evidenza una certa resilienza del mercato, con una forte affluenza e vendite sostenute per tutta la durata della fiera», dichiara ad «ARTnews Italia» la direttrice Leanne Jagtiani. «Molti espositori l’hanno definita una delle edizioni di maggior successo fino ad oggi, e ci aspettiamo che questo slancio si irradi fino a New York». E quindi: ottantotto stand da quindici Paesi, un equilibrio elegante tra moderno e contemporaneo. Tra gli highlight anche Story di Minjung Kim da Robilant+Voena, asking price di 175.000 euro. Functor Hideaway di Cecily Brown, da Berggruen Gallery, ha una richiesta nell’ordine dei 4 milioni di dollari. Stime a sette cifre anche da Yares Art, con Phoebe di Helen Frankenthaler da 3,2 milioni di dollari e Open #184 di Anthony Caro da 1,8 milioni di dollari. E si resta nei parametri museali da Macklowe Gallery, dove la scultura in bronzo Lionne de Nubie di Rembrandt Bugatti è in lizza per 1,2 milioni di dollari, mentre un lampadario Moorish Turtleback di Tiffany Studios – marchio fresco di record, proprio a New York – è in vendita per 695.000 dollari. «TEFAF New York ha un senso di comunità unico, sembra una vera reunion del mondo dell’arte», prosegue Jagtiani. «Non vediamo l’ora di accogliere i partecipanti storici e di introdurre nuove voci che entrano rapidamente a far parte di questo tessuto». Tutto intorno, intanto, le cosiddette fiere satellite sparse per la città. Independent (agli Spring Studios, Tribeca, dal 14 al 17 maggio), la kermesse alternativa ideata da e per i galleristi, che riesamina i metodi standard di fruizione dell’arte. Nada – New Art Dealers Alliance (Starrett-Lehigh Building, da 13 al 17 maggio), il collettivo non-profit di professionisti che lavorano con l’arte contemporanea. Poi Future Fair, che punta sul coinvolgimento della comunità artistica (Chelsea Industrial, dal 14 al 16 maggio). E ancora 1-54, la fiera internazionale dedicata all’arte africana e alla sua diaspora, stavolta in veste americana (Starrett-Lehigh Building, dal 14 al 17 maggio).

Ma è ancora tutta in divenire la primavera del mercato newyorkese, mancano i risultati delle grandi aste a sancire la tenuta del settore. E gli indicatori, quest’anno, sono davvero molto buoni: «Abbiamo registrato risultati fantastici a novembre, con le nostre vendite che hanno segnato una delle settimane di punta più forti mai viste prima», rivela ad «ARTnews Italia» Lisa Dennison, Chairman di Sotheby’s Americas. «Ma, fattore ancora più importante, questo slancio è proseguito anche dopo: abbiamo avuto un primo trimestre 2026 da record in termini di tasso di vendita (92%), la domanda è rimasta alta. E ciò che è particolarmente entusiasmante è la profondità e la qualità delle opere che arrivano sul mercato». Per rendere l’idea: Brown and Blacks in Reds (1957) di Mark Rothko, proveniente dalla collezione di Robert Mnuchin, passa al vaglio con una stima di 70-100 milioni di dollari – è in aria da record. Mentre Museum Security (Broadway Meltdown) di Jean-Michel Basquiat, che fece il suo debutto nella storica solo exhibition alla Larry Gagosian Gallery di Los Angeles nel 1983, potrebbe superare i 45 milioni di dollari. Untitled III (1975) di Willem de Kooning da 25-35 milioni, Brigitte Bardot (1974) di Andy Warhol da 14-18 milioni, l’Arlequin (Buste) di Picasso (1909) con un pronostico oltre i 40 milioni. «Le opere eccezionali di questa stagione», chiude Dennison, «testimoniano la fiducia dei venditori in un mercato solido». Il mantra che si rincorre, beneaugurante, dai corridoi delle fiere alle salesroom.

Dello stesso avviso è la competitor Christie’s, che risponde con un’altra sfilza di trophy lots. A partire dai capolavori di Agnes Gund, menzione d’onore per No. 15 (1964) di Mark Rothko, in lizza il 18 maggio per 80 milioni di dollari, e un Untitled di Cy Twombly (1961), dedica d’amore alla Città Eterna stimata fino a 60 milioni di dollari. Sempre da Christie’s, L’Embellie (1941) di René Magritte, tre Grazie vista mare, da 6-9 milioni di dollari, e una Anxious Girl (1964) di Roy Lichtenstein che racconta l’estetica della vulnerabilità pop e sfida il mercato per 40-60 milioni di dollari. Poi gli assi nella manica, che puntano dritti all’Olimpo dei 100 milioni: Number 7A (1948) di Jackson Pollock, appartenuto alla collezione di Samuel Irving Newhouse (co-proprietario dell’impero mediatico Condé Nast). Max Carter, Global Chairman of 20th and 21st Century Art, lo definisce «di gran lunga e in ogni senso il dipinto più importante dell’artista apparso all’asta negli ultimi decenni»; in buona compagnia con la Danaïde (1913 circa) di Constantin Brâncuși, con la stessa provenienza blasonata: «Uno dei pochi oggetti veramente perfetti del Modernismo», dichiara Carter, «ha stabilito il record mondiale per qualsiasi scultura di qualsiasi artista quando è stato acquisito da Christie’s nel 2002». Ora tenta di nuovo il colpo grosso, nella primavera ottimista di New York. Il resto del mondo sta a guardare.