Agnes Gryczkowska racconta la curatela della grande rassegna berlinese di Marina Abramović

di | 30 mag 2026
Marina Abramovic presenta “Balkan Erotic Epic. The Exhibition” al Gran Teatre del Liceu di Barcellona, 21 gennaio 2026. Foto di Gisela Jané / Getty Images

Lo scorso 15 aprile Marina Abramović ha inaugurato la sua prima personale a Berlino dagli anni Novanta, al Gropius Bau, con un titolo senza mezze misure: “Balkan Erotic Epic. The Exhibition”.
In programma fino al 23 agosto, la mostra riunisce opere storiche e recenti ripercorrendo il lungo e radicato dialogo dell’artista con il rituale, l’erotismo, la morte e il corpo come territorio di intensità politica e spirituale. Attingendo al folklore balcanico e alla produzione di Abramović, la mostra attraversa video, installazione, scultura e performance, creando un ambiente in cui i confini tra esperienza individuale e collettiva sono costantemente messi alla prova. Il fulcro è l’erotico come forza trainante che connette fertilità, mortalità e trasformazione. Momenti di comicità convivono con lo struggimento del lamento funebre e del rito, sottraendo la mostra a letture univoche.  
Alla serata d’inaugurazione, nella sala gremita, è stata proiettata l’opera video Tito’s Funeral (2025): donne che si battono il petto in uno stato di trance, attingendo a formule rituali di lutto collettivo. Davanti al grande schermo, Svetlana Spajić si è esibita mentre una processione di ottoni attraversava la sala.
Ne abbiamo parlato con Agnes Gryczkowska, co-curatrice della mostra assieme a Jenni Schlenzka, direttrice del museo. La pratica curatoriale di Gryczkowska, storica dell’arte e scrittrice, mira a creare mostre simili ad una Gesamtkunstwerk, un’opera d’arte totale. Il suo lavoro intesse dialoghi tra narrazioni contemporanee e storiche attraverso una lente interdisciplinare dall’impronta deliberatamente oscura. Tra le mostre da lei curate di recente figurano “Au-delà” a Lafayette Anticipations di Parigi e “Theatre of Cruelty” al Casino Luxembourg. È stata inoltre curatrice allo Schinkel Pavillon di Berlino e assistente curatrice alle Serpentine Galleries di Londra.

Agnes Gryczkowska. Foto di Dave Benett / Getty Images

ARTnews Abramović ha a lungo fatto del corpo il suo medium e messaggio. In che modo “Balkan Erotic Epic. The Exhibition” porta avanti o sovverte l’eredità dei lavori precedenti, in particolare per ampiezza e impianto immersivo?

Agnes Gryczkowska La mostra amplia idee già presenti fin dagli albori della carriera di Abramović – corpo, rituale, dolore, erotismo, morte, trasformazione. In performance precedenti come Rhythm 5 (1974) e Lips of Thomasm(1975-2005), c’è solo il corpo, quello dell’artista, portato ai propri limiti in atti di resistenza e trascendenza. Qui quella logica si apre verso l’esterno, dal singolo al collettivo, dalla prova solitaria al rito comunitario. Diventa uno strumento cerimoniale radicato nella terra, nel mito slavo e nella memoria degli antenati. Rimane centrale, ma non più singolare: è moltiplicato, comunitario, attivato dal gesto condiviso anziché da quello individuale portato all’estremo.
Questa espansione affonda le radici nel progetto Balkan Erotic Epic (2025), presentato in prima assoluta alla Factory International, a Manchester. Mentre la versione scenica fonde video, performance, suono, azione rituale e folklore in un’esperienza immersiva totale, la mostra al Gropius Bau segue un percorso diverso: ripercorre il rapporto di Abramović con i Balcani e la sua concezione dell’erotismo attraverso l’intera carriera, mettendo questo nuovo corpus in dialogo con i lavori precedenti.

ARTnews È una mostra vasta e complessa. Quali sono state le sfide maggiori nella sua curatela?

A.G. Una sfida fondamentale è stata tradurre l’immediatezza viscerale della performance in un contesto museale senza ridurla a documentazione. Il problema era preservarne l’intensità all’interno di una struttura statica, mantenendo visibile il contesto integrale dell’opera: le radici nella storia balcanica, la biografia di Abramović e l’orizzonte concettuale più ampio dell’erotismo.
Abbiamo messo al centro la storia della Jugoslavia, di Tito e dell’infanzia di Abramović in una rigida famiglia partigiana, in cui l’identità collettiva e il controllo plasmavano la vita quotidiana. Questi elementi hanno segnato profondamente l’opera dell’artista, che torna con insistenza su ideologia, lutto, sacrificio, comunismo, appartenenza e politica del corpo.
Altrettanto importante è stato resistere a una lettura riduttiva dell’erotismo nella sua accezione meramente esplicita. Qui agisce come forza fondamentale: per Abramović, come per uno dei miei filosofi preferiti, Georges Bataille, è legato all’estasi, alla perdita di controllo e alla dissoluzione del sé, ed è quindi inseparabile dalla morte. Strutturare la mostra in tre capitoli – Il corpo politico, Erotismo della terra ed Erotismo e morte – ha permesso a queste idee di emergere con maggiore chiarezza.

ARTnews In che modo la tua pratica curatoriale ti ha preparata a questa mostra? Senti delle affinità con la visione di Abramović?

A.G. In questa mostra convergono questioni che esploro da anni: la ritualità, le pratiche pagane, la congiunzione tra morte ed erotismo, il rapporto dell’umano con le forze primordiali. Mi ha sempre affascinato il modo in cui le opere storiche dialogano con la produzione contemporanea, rivelando come sistemi simbolici arcaici perdurino ancora nel presente.
L’inclusione di un frammento di statuetta femminile neolitica proveniente dalla Macedonia del Nord àncora la mostra al tempo profondo, sottolineando la persistenza di queste formeQuello che Abramović fa, e quello che questa mostra tenta di fare a sua volta, è riattivare e reinterpretare sistemi antichi e lasciare che parlino di nuovo in un linguaggio contemporaneo. In questo senso, esiste una forte affinità tra la sua visione e i miei interessi curatoriali: una curiosità condivisa per la ritualità, per il nesso tra morte ed erotismo, e per la capacità dell’arte di rendere presente il sacro, il corporeo e il metafisico.

ARTnews L’opera di Abramović si nutre ampiamente del folklore e del rituale balcanico. Come avete restituito queste pratiche senza svuotarle né spettacolarizzarle? 

A.G. Era fondamentale evitare di trattarle come spettacolo esotico o oggetto di studio etnografico. Alcune sono antichi sistemi di conoscenza, modi di mettere il corpo in relazione con la fertilità, la morte e la sopravvivenza.
Abramović porta la propria visione, con un ricorso fondamentale all’umorismo che impedisce all’opera di scivolare nell’eccesso di solennità o nel sensazionalismo. È una peculiarità delle culture rituali balcaniche, in cui lutto, oscenità, riso e magia convivono. Il radicamento della mostra nelle realtà politiche e storiche della Jugoslavia restituisce a queste pratiche la loro concretezza, sottraendole all’astrazione e all’estetizzazione.

ARTnews Com’è stato lavorare con Abramović a un progetto così vasto?

A.G. Abramović ha una visione molto chiara, ma rimane straordinariamente aperta, eternamente curiosa, ricettiva alle nuove idee e disposta a rischiare: un’apertura simile è rara in un’artista del suo calibro. La sua presenza forte, quasi materna, si unisce a una curiosità tutta infantile, e questa combinazione segna profondamente il processo curatoriale. Lavorare con lei a questo progetto è stato semplicemente un privilegio.

ARTnews La mostra è particolarmente esplicita. Come pensi che possa reagire il pubblico a questa intensità? Il disagio è necessario?

A.G. Il disagio è necessario: non è una provocazione, ma un modo per misurarci con esperienze da cui la cultura contemporanea spesso prende le distanze: la morte, l’eros, la fertilità, il lutto, la vulnerabilità, la resa. La mostra vive di contraddizioni – immagini grottesche e sacre, comiche e terrificanti, fisiche e metafisiche. Il corpo non è rappresentato come oggetto di consumo, ma come qualcosa di esposto e poroso. Non sono immagini senza precedenti nella storia dell’arte: ciò che è mutato è il nostro rapporto con esse. In definitiva, Abramović ci chiede di riconsiderare il modo in cui guardiamo e ciò che siamo disposti ad affrontare. 

ARTnews È significativo che questa sia la prima mostra di Abramović a Berlino dagli anni Novanta?

A.G. Sì, penso che lo sia. Berlino, segnata dalla divisione, dall’ideologia, dalla controcultura e dalla trasformazione, vibra delle stesse tensioni di “Balkan Erotic Epic”– tra Est e Ovest, comunismo e capitalismo, narrazioni storiche contrapposte.
Portare la sua opera qui, adesso, è insieme urgente e carico di significato. È una reintroduzione, non una retrospettiva: Abramović riletta attraverso una nuova prospettiva che ne rivela la crudezza, l’intensità e l’intatta capacità di provocare.

ARTnews Come hai affrontato la responsabilità di curare la mostra per un’artista così decisiva?

A.G. La sfida era restituire la portata del pensiero di Abramović in un percorso che il pubblico potesse attraversare. Trascorrere del tempo con lei, inclusa una settimana nella sua leggendaria casa nera a forma di stella a cinque punte e approfondire il progetto insieme si è rivelato fondamentale. È stata un’esperienza intensa e indimenticabile, e una rara opportunità di lavorare a stretto contatto con un’artista in continua evoluzione.

Da «ARTnews US».