Dentro MASSIMODECARLO. Ludovica Barbieri racconta il lavoro dell’Artist Liaison

Nel sistema dell’arte contemporanea esistono figure che lavorano in una zona poco visibile ma decisiva per il funzionamento stesso delle gallerie. Tra queste c’è l’Artist Liaison: un ruolo ponte tra artista e galleria, che tiene insieme ascolto, mediazione e accompagnamento nel tempo, ben oltre la dimensione strettamente commerciale. Fondata a Milano nel 1987, MASSIMODECARLO è oggi una delle gallerie italiane più radicate nel sistema internazionale dell’arte contemporanea. Ludovica Barbieri, Partner e Global Director of Artist Liaison della galleria, racconta un lavoro costruito sulle relazioni, sulla fiducia e sulla possibilità di creare nel tempo un dialogo continuo tra artisti, collezionisti, curatori e istituzioni. Entrata in galleria negli anni Novanta, Barbieri ha attraversato trasformazioni radicali del sistema dell’arte: dall’espansione globale delle fiere all’accelerazione imposta dai social media, fino alla nascita di nuove figure professionali e nuovi modelli di relazione tra artisti e gallerie. Dalla conversazione emerge anche quanto il lavoro collettivo e lo scambio continuo con gli Artist Liaison del suo team siano oggi fondamentali per ampliare e rinnovare il processo di scoperta. In un momento di profonda trasformazione del mercato dell’arte, il lavoro della galleria sembra continuare a ruotare attorno a qualcosa di più fragile e difficile da misurare: il tempo delle relazioni, la fiducia reciproca e la possibilità di lasciarsi ancora sorprendere da un’opera o da un incontro.

Eugenia Pacelli Nelle gallerie strutturate esistono figure diverse che sembrano descrivere ruoli vicini ma non identici: art dealer, Artist Liaison, director, advisor. Il lavoro dell’Artist Liaison sembra svolgersi in una zona poco visibile del sistema, fatta di ascolto, mediazione, costruzione di relazioni, accompagnamento degli artisti. Che cosa fa concretamente un Artist Liaison all’interno di una galleria?
Ludovica Barbieri L’Artist Liaison coordina i rapporti tra la galleria e l’artista. È una figura che si occupa dell’artista in modo molto diretto e continuativo, considerando che gli artisti sono, per una galleria, quasi una grande famiglia: sono indispensabili alla realtà stessa della galleria. Nel nostro caso è una divisione che abbiamo strutturato in maniera più sistematica dopo il Covid, separando il reparto vendite, guidato da Massimo, dal reparto artisti, che seguo io. Ogni Artist Liaison ha un gruppo di artisti, che varia a seconda delle necessità e delle situazioni, e mantiene con loro un rapporto costante, quotidiano o settimanale. Questo significa occuparsi di richieste per le fiere, proposte di mostre, coordinamento di progetti esterni, inviti da parte di musei o istituzioni, selezione delle opportunità più adatte. È un lavoro che richiede una comunicazione continua e una presenza molto costante.
E.P. In un mondo sempre più competitivo e accelerato, quanto conta oggi questa dimensione umana rispetto a quella più strettamente commerciale?
L.B. Secondo me la dimensione umana è fondamentale, sia commercialmente sia rispetto agli artisti. Si condivide un percorso che è chiaramente artistico, ma anche di vita. Ci sono artisti che lavorano con la galleria da quando Massimo ha aperto, nel 1987, come John Armleder o Olivier Mosset, e questo significa letteralmente crescere insieme. Si sviluppano rapporti che sono principalmente umani: non riesci a lavorare con qualcuno con cui non hai un’affinità intellettuale ma anche personale. È un po’ come essere una grande famiglia, con tutto quello che una famiglia comporta: fiducia, dialogo, ma anche momenti di tensione o discussione. Non è una situazione sempre perfetta, ma è proprio questa dimensione relazionale che rende possibile lavorare insieme nel lungo periodo. Per esempio, Massimo lavora con Maurizio Cattelan dal 1991, io l’ho incontrato nel 1995, quando ancora non lavorava con MASSIMODECARLO. Nonostante oggi la sua notorietà e indipendenza rispetto alla galleria siano enormi, si mantiene comunque un rapporto che deriva da un passato condiviso insieme. Quello che rimane è una forma di riconoscenza reciproca.

E.P. Quanto conta creare un ambiente di fiducia attorno agli artisti?
L.B. La fiducia è un aspetto fondamentale del nostro lavoro, non solo con gli artisti ma anche con i collezionisti. Bisogna costruire rapporti che consentano di mantenere dei canali aperti nel tempo. Con gli artisti significa creare un dialogo che permetta loro di sentirsi sostenuti e compresi; con i collezionisti vuol dire creare fiducia rispetto all’acquisto, alla qualità delle opere e alla visione della galleria. Senza questa fiducia è molto difficile costruire percorsi duraturi. Alla fine il nostro lavoro si basa moltissimo sulle relazioni umane.
E.P. Dopo più di trent’anni nel sistema dell’arte contemporaneo, che cosa significa oggi per te il processo di scoperta di un artista?
L.B. Io principalmente cerco la qualità. Cerco un lavoro che abbia un significato, una necessità e un’energia importante. Naturalmente si fanno anche degli errori (li facciamo tutti), ma la ricerca resta sempre una ricerca estetica e di qualità. Per me è importante percepire che dietro un lavoro esista una ricerca autentica, qualcosa che abbia davvero la capacità di aprire un dialogo o di lasciare un segno. Quando si sceglie un artista, deve piacerti. Ci sono artisti a cui riconosco un valore ma con cui non riesco a entrare in sintonia, e allora diventa molto difficile creare un rapporto. Il primo approccio è sempre: «Mi piace, mi interessa». Poi vado in studio, approfondisco. Questo succede quando andiamo a vedere mostre, biennali, o anche attraverso il passaparola. Oggi gli Artist Liaison più giovani sono molto d’aiuto, perché hanno uno sguardo diverso dal nostro. Quando io ho iniziato a lavorare in galleria si vendeva un lavoro al mese, il mondo era completamente diverso: non c’erano i mezzi di comunicazione istantanea, la cosa più veloce era il fax. Oggi invece tutto è molto accelerato. Però il primo approccio resta sempre quello: vedere qualcosa che ti incuriosisce e poi approfondire, anche attraverso la conversazione con l’artista.
E.P. C’è un esempio di un artista scoperto recentemente di cui ci vuoi parlare?
L.B. C’è un’artista francese, Diane Dal-Pra (Périgueux, 1991), che vive e lavora a Parigi, con cui collaboriamo da ormai cinque anni e con cui faremo una mostra alla Maison La Roche di Le Corbusier proprio a Parigi. Ho visto una sua immagine su Instagram durante il Covid e mi ha subito incuriosito. Ci siamo messe in contatto e poi incontrate quasi un anno dopo. È risultata essere un’artista di grande qualità e serietà, pur essendo molto giovane.

E.P. Anche la tua collezione personale sembra nascere da questo rapporto molto emotivo e intuitivo con le opere. Puoi raccontarci com’è nata e qual è la sua peculiarità?
L.B. La mia collezione è nata naturalmente dal fatto che faccio questo mestiere. A un certo punto ho pensato: perché non collezionare opere rosa? Così è nata questa collezione che vive in una casa a Venezia che è rosa anch’essa. Ci sono opere di artisti che lavorano con noi e opere di artisti che non lavorano con la galleria, lavori di artisti giovani e meno giovani. Alcune opere sono regali ricevuti dagli artisti, altre sono scoperte fatte nel tempo. Anche il dono, in fondo, diventa una forma di archivio del rapporto.
E.P. Tra poche settimane arriverà Art Basel, uno dei momenti centrali del calendario dell’arte internazionale. Che cosa ti interessa osservare oggi in una fiera come questa?
L.B. Le fiere sono principalmente un momento di vendita, molto più che di ricerca. Però, essendo aumentato il numero delle fiere e delle gallerie, oggi si possono ancora trovare sorprese artistiche anche all’interno di una fiera. Quando si costruisce uno stand si cerca sempre di avere artisti che possano attirare il collezionista e portarlo dentro lo spazio della galleria, ma che allo stesso tempo permettano di scoprire altri artisti. Instagram ha cambiato tantissimo questo sistema: è diventato una vetrina, nel bene e nel male. È bello ogni tanto riguardare le vecchie cose fatte in galleria, gli inviti, le mostre, i progetti costruiti negli anni. L’archivio non serve solo a conservare il passato, ma ti dà anche un senso del futuro. Alla fine questo lavoro si costruisce nel tempo, attraverso relazioni, conversazioni e collaborazioni che continuano a trasformarsi.
E.P. Dopo tanti anni, che cosa riesce ancora a emozionarti davvero del sistema dell’arte contemporanea?
L.B. Del mio mestiere amo la sorpresa, la scoperta, l’idea di essere ancora alla ricerca della bellezza. L’arte dovrebbe regalarti un istante di leggerezza, nel senso di sentirsi completi rispetto all’esistenza. È il motivo per cui ho scelto di fare la gallerista. Quando ho iniziato, nel 1995, fare questo lavoro significava stare insieme a un gruppo di persone per pensare, creare e dare al mondo qualcosa di bello. La vendita è venuta molto dopo. All’epoca c’era molto più dialogo, molta più conversazione e attenzione all’aspetto intellettuale dell’essere artista o gallerista. Eppure, nonostante tutto, ancora oggi un’opera d’arte può emozionare, può aprire qualcosa. Andare nello studio di un artista resta sempre una scoperta, ed è una scoperta che quasi mai mi ha delusa.