La nostalgia nello scrolling infinito. Romane de Watteville all’Istituto Svizzero di Milano

Lo scrolling, il gesto con cui l’utente fa avanzare il contenuto di una pagina, generalmente in senso verticale, potrebbe essere definito come «la rottura provvisoria di una comune solitudine[1]». C’è una forma di piacere nel riconoscere, fuori di noi, immagini familiari; ma anche una sottile disperazione, un senso di perdita legato alla consapevolezza che di quel flusso continuo di immagini e video non resta quasi nulla. È a partire da questa ambivalenza che Romane de Watteville (Losanna, 1993) costruisce un’installazione ambientale pensata per gli spazi dell’Istituto Svizzero di Milano, visitabile fino al 4 luglio 2027.
La mostra “I’ll miss you when I scroll away”, inaugurata in occasione della Milano Art Week e della Milano Design Week, e curata da Lucrezia Calabrò Visconti, si articola in sei paraventi modulari, sproporzionatamente lunghi e dipinti su entrambi i lati, che costruiscono un percorso attraversabile di pareti labirintiche. Ne emerge un collage visivo composto da immagini provenienti da ricettari vintage, riviste di moda, internet, film, screenshot e frammenti della quotidianità dell’artista: visioni parziali, deformate, intercambiabili, simili ad allucinazioni. Le tavole imbandite non sono più luoghi di condivisione, ma superfici attraversate e contaminate. In questo paesaggio frammentato, la dimensione domestica e conviviale si trasforma in un teatro perturbante. L’immaginario richiama quello delle grottesche, motivi decorativi mostruosi, che da elementi ornamentali diventano progressivamente protagonisti della composizione, occupando la scena e alterando le gerarchie visive.

L’artista spiega così la struttura del lavoro: «quando Lucrezia mi ha invitata a lavorare all’Istituto, mi ha chiesto di evitare una mostra di pittura tradizionale: lo spazio non si presta a opere semplicemente appese alle pareti. È stata per me l’occasione di spingere ulteriormente la dimensione installativa della mia pratica, ampliando il lavoro nello spazio e costruendo ambienti in cui le immagini potessero essere attraversate e abitate. Da tempo volevo lavorare sui paraventi. Nella mia pittura ho sempre costruito falsi interni e superfici che si sfondano, come porte o passaggi, per suggerire che esista sempre un altro livello dell’immagine. I paraventi mi permettevano di portare questa logica nello spazio, trasformando la pittura in qualcosa di attraversabile, quasi immersivo. Abbiamo mantenuto i pannelli il più possibile modulari, così da poterli spostare e riorganizzare. Anche il processo è stato fondamentale: ho dipinto tutto in situ, per due mesi, e ogni pannello finito entrava immediatamente nello spazio, generando nuove combinazioni. Era come costruire un puzzle, un collage in continua trasformazione. Alcune sequenze restano più stabili, perché hanno un senso preciso tra fronte e retro; altre possono cambiare. Questo riflette il tema della mostra: uno scorrimento continuo di immagini, in cui non sai mai cosa arriverà dopo. Un amico, una guerra, una pubblicità, tutto coesiste senza gerarchie. È un accumulo visivo che rispecchia il modo in cui oggi consumiamo le immagini».

Stanze nella stanza, in cui tavole un tempo imbandite sono ora abitate da presenze grottesche e misteriose che si appropriano dei resti, come in What Ever Happened o Everything Will Happen. I resti diventano residui emotivi di ciò che è stato: il tempo è sospeso, in uno scenario da after party. Tutti hanno lasciato la stanza, la cena è ancora sulla tavola, e piccole creature fantastiche arrivano a nutrirsi di ciò che resta.

Le scene notturne, come Specter at the Feast e Night Blooming Jasmine, restituiscono invece un immaginario hollywoodiano segnato da un marcato “effetto notte”. Come racconta l’artista: «di notte la luce della città diventa blu: sai che le vite continuano, ma restano fuori campo. È un’immagine che ho sempre trovato molto cinematografica. Il grande pannello su Hollywood nasce da questa suggestione: una città quasi spenta, come dopo un blackout. All’inizio pensavo a una scena di un film noir degli anni Cinquanta, con la pioggia e un segno pittorico quasi invisibile. Un riferimento fondamentale è stato Ed Ruscha, soprattutto nel suo modo di costruire un immaginario americano fatto di segni, superfici e narrazioni sospese. Parallelamente, ero ossessionata da David Lynch: dopo la sua scomparsa, questo lavoro si è trasformato anche in uno spazio di riflessione sulle conseguenze della sua assenza, su come la sua morte abbia inciso sull’immaginario collettivo e su come, da quel momento, Hollywood non potesse più essere percepita allo stesso modo. Il titolo Night Blooming Jasmine viene da lui: parlava delle colline di Hollywood e del profumo del gelsomino notturno, che per me evoca un passato ormai perduto. È qualcosa di profondamente nostalgico, quasi un epitaffio. Anche i titoli, nel loro insieme, funzionano come una sorta di poesia: molti provengono da canzoni o film».

Al centro della ricerca dell’artista resta tuttavia l’esperienza stessa dello scrolling: «quando scorriamo, guardiamo le immagini come se le fotografassimo mentalmente. Mi interessa molto anche osservare le reazioni: vado spesso nella sezione dei commenti. Una volta, su TikTok, ho visto il video di una ragazza che ballava: niente di speciale, ma abbastanza per soffermarsi un momento. Nei commenti, il primo diceva: “ti mancherò quando scrollerai via”. Mi ha dato una sensazione di nostalgia immediata: come se fossimo tutti d’accordo sul fatto che fosse un bel video, ma senza possibilità di rivederlo. Ho già dimenticato il video, ricordo solo il commento. Non riesco più a ricostruire quell’immagine. Consumiamo continuamente immagini che sappiamo che non rivedremo mai più. Continuiamo a scorrere senza trattenerle davvero. Credo che ci sia qualcosa di profondamente nostalgico in questo: avere troppe immagini nello stesso momento, senza sapere cosa farne. Tutto esiste già, tutto è già stato visto. È una sensazione complessa, ma profondamente malinconica». Quella che inizialmente si presenta come una rottura dalla solitudine si rivela così un circuito chiuso: si costruisce l’illusione di una memoria condivisa che, in realtà, resta profondamente artificiale, in cui più nostalgia si consuma, più nostalgia si produce. L’unica possibile via d’uscita sembra allora coincidere con il collasso, come nelle esplosioni di Screens, Clashes and Tomorrow, Sometimes the Lighte Valentine Drive. Tutto finisce: il set viene smantellato, la festa finisce, le luci si riaccendono, e l’immagine appena vista è già sostituita da quella successiva.

[1] Christian Metz, Cinema e psicoanalisi, Il significante immaginario, Venezia, Marsilio, 1980, p.125.