Man Ray a Fondazione Marconi: il linguaggio come enigma tra dada e surrealismo

di | 29 apr 2026
“Man Ray: M for Dictionary”, 2026. Veduta dell’installazione. Galleria Gió Marconi, Milano. Fondazione Marconi, Milano. Foto di Fabio Mantegna

La retrospettiva “Man Ray: M for Dictionary” – organizzata da Fondazione Marconi nei suoi spazi milanesi – evita consapevolmente la forma della celebrazione cronologica per costruire invece un dispositivo critico sul rapporto dell’artista con il linguaggio. Non si tratta semplicemente di attraversare i diversi media praticati dall’artista – fotografia, oggetto, disegno, pittura –, ma di leggerli come articolazioni di un unico problema: il modo in cui le immagini producono senso. In questa prospettiva, Man Ray ci viene presentato come un anticipatore di una sensibilità che potremmo definire, senza forzature, semiologica. La mostra, organizzata in occasione dei cinquant’anni dalla morte dell’artista, è stata sviluppata insieme allo storico dell’arte e curatore Yuval Etgar e a Deborah D’Ippolito, con il supporto progettuale dello studio di architettura Kuehn Malvezzi. 
Il punto di partenza è già inscritto nel nome. Emmanuel Radnitzky diventa Man Ray. La famiglia, trasferitasi a Brooklyn, nel 1912 inglesizza il proprio cognome per nascondere le proprie radici ebraiche. Lo stesso fa qualche anno dopo Emmanuel accorciando il proprio nome. È un’operazione che ha qualcosa di profondamente linguistico, una trasformazione del significante che apre a una nuova identità senza stabilizzarla del tutto. In questo senso, l’intera pratica dell’artista sembra muoversi dentro la tensione tra forma e contenuto, tra arbitrarietà e convenzione. In Man Ray, tuttavia, questa relazione non viene semplicemente descritta; viene messa in crisi. Il segno non è mai stabile, e il significato non è mai garantito.

Man Ray, Autoritratto, 1916. Fotografia, stampa d’epoca. 28 x 20,5 cm. © Man Ray 2015 Trust, SIAE 2026 

La mostra insiste su questo aspetto soprattutto attraverso il progetto Alphabet for Adults risalente al 1940. Mentre si trova a Hollywood, Man Ray realizza un libro d’artista ispirandosi ai sillabari per bambini. I quarantuno disegni realizzati in quell’occasione – che in seguito sono stati raccolti in Alphabet for Adults, poi pubblicato da Studio Marconi – vengono esposti per la prima volta insieme. A prima vista, il riferimento ai sillabari per l’infanzia potrebbe suggerire una struttura didattica, ordinata, quasi normativa. Ma è esattamente il contrario. Ogni lettera, associata a immagini e parole, produce slittamenti, ambiguità, cortocircuiti. L’alfabeto non è più uno strumento di apprendimento, bensì un campo di possibilità definite dall’artista. La relazione tra segno e significato si fa mobile, instabile, aperta. In questo senso, Man Ray non costruisce un sistema, ma lo disarticola dall’interno, mostrando come il linguaggio non sia mai un codice trasparente, ma un dispositivo di trasformazione.

Gli objectives di Man Ray. “Man Ray: M for Dictionary”, 2026. Veduta dell’installazione. Galleria Gió Marconi, Milano. Fondazione Marconi, Milano. Foto di Fabio Mantegna

Questa logica attraversa anche gli altri nuclei della mostra, in particolare la sezione dedicata agli oggetti, o meglio agli «objectives», come lo stesso artista li definiva. Qui l’influenza di Marcel Duchamp e del dada è evidente. Possiamo infatti apprezzare come i suoi ready-made non si esauriscano semplicemente nello spostare un oggetto funzionale dal proprio contesto per inserirlo in uno espositivo. Con Man Ray, oltre alle varie modifiche scultoree che rendono di fatto molti dei suoi objet trouvé inutilizzabili, osserviamo una riattivazione degli oggetti attraverso il linguaggio. Il titolo non accompagna l’opera, ma la costituisce. È nel rapporto tra parola e cosa che si genera il senso, sempre precario, sempre esposto allo slittamento.
Un esempio emblematico è L’Énigme d’Isidore Ducasse, presente in mostra in una delle sue versioni. Il celebre lavoro consiste in un oggetto – tradizionalmente identificato come una macchina da cucire – completamente avvolto in un panno e legato con una corda, così da risultare irriconoscibile e sottratto a ogni uso. L’oggetto è dunque presente e al tempo stesso negato: non può essere visto né verificato, ma solo immaginato. Ciò che resta è una forma chiusa e aperta al medesimo tempo. Il riferimento allo scrittore franco-uruguaiano Isidore Ducasse – conosciuto anche con lo pseudonimo di Conte di Lautréamont – è centrale nello sviluppo dell’opera. È a lui che si deve la celebre formula de «l’incontro casuale di un ombrello e di una macchina da cucire su un tavolo operatorio», spesso considerata una delle matrici del pensiero surrealista. Man Ray non si limita a evocare questa immagine, la materializza, rendendola paradossalmente opaca. L’enigma non è più solo una figura retorica, ma un oggetto reale, che mette in scena l’impossibilità di ricondurre il senso a un’origine univoca.

Man Ray, L’Énigme d’Isidore Ducasse, 1920-1971. Macchina per cucire avvolta in una coperta, 45 x 58 x 23 cm. Edizione di dieci esemplari. Galleria Schwarz, Milano, 1971. © Man Ray 2015 Trust, SIAE 2026 

È proprio qui che si apre il nodo, centrale tanto nella mostra quanto nell’intera pratica dell’artista: il rapporto tra dada e surrealismo. Da un lato, l’eredità dadaista è evidente nella logica della rottura, nella decontestualizzazione, nell’ironia che attraversa gli oggetti. Dall’altro, emerge una dimensione più ambigua, legata al desiderio, al corpo, a una tensione simbolica che eccede la pura provocazione. Opere come Venus Restaurée o le numerose frammentazioni del corpo umano mostrano come la componente surrealista non sia un semplice sviluppo differente, ma una presenza estetica già attiva dentro la logica dada.
Man Ray si muove così tra due posizioni liminari, senza mai aderire completamente a una delle due. Se il dada lavora sull’alienazione del senso, e il surrealismo sulla sua proliferazione attraverso l’inconscio, l’opera di Man Ray sembra tenere insieme entrambe le tensioni: da un lato la freddezza concettuale dell’operazione, dall’altro la carica erotica e perturbante delle immagini. Il risultato è una pratica che non si lascia ridurre né a gesto iconoclasta né a visione onirica, ma che abita lo spazio instabile tra i due. “Man Ray: M for Dictionary” ci dà la possibilità di leggere questo spazio attraverso linguaggio e alla scrittura, e a immaginare un Man Ray che partecipa – insieme ai suoi colleghi surrealisti e dadaisti, tra cui il poeta Éluard, velatamente richiamato in mostra – a prefigurare una sensibilità già anticipatrice di quello che poi sarà lo strutturalismo.

Dal 10 aprile al 24 luglio 2026; Galleria Gió Marconi, Via Alessandro Tadino 20, 20124, Milano; info

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