Sotto la città, oltre la funzione: Mark Leckey presenta Catabasis

di | 30 apr 2026
Mark Leckey, “Catabasis”, 2026. Veduta dell’installazione. Courtesy Cripta747; EXPOSED Photo Festival Torino. Foto di Eugenio Schirone

Con “Catabasis”, Mark Leckey esplora la possibilità che una dimensione di trascendenza emerga proprio dove la modernità sembra averla sostituita. Il progetto – a cura di Cripta747 e Caterina Avataneo nell’ambito di EXPOSED Torino Photo Festival – si sviluppa nel secondo livello sotterraneo del parcheggio GTT di Valdo Fusi attraverso undici nicchie contenenti immagini stampate su blueback e affisse direttamente sulle pareti della struttura di cemento. 
Il titolo richiama direttamente la catabasi, ovvero il motivo ricorrente già a partire dell’antichità classica, della discesa agli inferi di un soggetto ancora in vita. Il sottosuolo urbano diventa così un dispositivo temporale attraverso il quale la sua funzione viene erosa per lasciare spazio a forme collettive di immaginazione. L’installazione si articola come una sequenza non lineare di immagini – fotografie, estratti dal video O Magic Power of Bleakness (2019) ed elementi generati tramite intelligenza artificiale. 
Al centro di questo processo c’è un tema frequente nella pratica di Leckey, riguardante le infrastrutture periferiche. Cavalcavia, sottopassi, fermate dell’autobus non sono semplicemente elementi del paesaggio urbano, ma spazi ambigui, eccedenze funzionali che sfuggono alla logica per cui sono stati progettati. Il riferimento al cavalcavia dell’M53 – autostrada del nord-ovest dell’Inghilterra che collega l’area di Liverpool con Chester, già centrale in O Magic Power of Bleakness – ruota esattamente attorno a questo nodo. Costruito come risultato del progresso modernista, il ponte diventa nel tempo un luogo residuale, riappropriato da soggettività giovanili. 

Mark Leckey, “Catabasis”, 2026. Veduta dell’installazione. Courtesy Cripta747; EXPOSED Photo Festival Torino. Foto di Antonio Jordan

È qui che emerge una tensione cruciale tra modernità e micro-cultura, tra razionalità infrastrutturale e immaginazione collettiva. Se l’architettura modernista si fonda sull’idea che la forma segua la funzione, Leckey mostra come questi spazi vengano inevitabilmente riterritorializzati. Il ponte, pensato per il movimento e la direzione, si trasforma in un luogo di stasi, un “tempo fermo”, uno spazio che l’artista ha descritto come «sub-temporal», una sorta di caverna contemporanea in cui l’esperienza si sospende. Questa riappropriazione è inseparabile da una dimensione di classe. Gli spazi periferici che attraversano il lavoro di Leckey sono quelli della working class britannica, ambienti in cui la socialità si costruisce fuori dalle istituzioni. Ma ciò che rende il suo lavoro particolarmente interessante è il modo in cui questa dimensione sociale si intreccia con una tensione psichedelica, quasi mistica. Non si tratta semplicemente di rappresentare una cultura giovanile, ma di mostrare come essa produca forme di trascendenza a partire da – o forse nonostante – condizioni materiali specifiche.

Mark Leckey, “Catabasis”, 2026. Veduta dell’installazione. Courtesy Cripta747; EXPOSED Photo Festival Torino. Foto di Eugenio Schirone

In questo senso, la dimensione quasi magica che attraversa il lavoro di Mark Leckey non contraddice l’impianto materiale da cui derivano le forme della vita urbana e della sua organizzazione moderna, ma ne rappresenta una torsione. È ciò che emerge quando gli spazi della produzione e della circolazione vengono sottratti alla loro funzione e riabitati da soggettività giovanili come luoghi di esperienza. Si genera così una frizione tra due registri apparentemente incompatibili: da un lato la razionalizzazione modernista degli spazi e il loro uso funzionale; dall’altro una dimensione che eccede la pura funzione e riattiva forme di esperienza intangibili.

Mark Leckey, “Catabasis”, 2026. Veduta dell’installazione. Courtesy Cripta747; EXPOSED Photo Festival Torino. Foto di Eugenio Schirone

Mark Leckey racconta spesso un episodio dell’infanzia legato al cavalcavia della M53, dove passava il tempo con altri ragazzi. In giovane età seduto su una sporgenza di cemento sotto l’autostrada, gli sembrò di vedere una piccola figura – «un elfo, o una fata, o qualcosa del genere» – che gli apparve di fronte ridendo. Nel tempo, dice, questo ricordo si è mescolato al modo in cui di volta in volta l’ha raccontato, fino a rendere difficile distinguere nella sua memoria l’evento dalla sua rielaborazione, pur producendo una profonda intensità nel momento in cui viene rievocato.
In “Catabasis”, l’intervento è elaborato anche attraverso l’uso di immagini generate tramite intelligenza artificiale ispirate a William Blake, in particolare all’incisione Nebuchadnezzar del 1795. La figura del re babilonese, ridotto a una condizione bestiale, introduce un movimento regressivo che attraversa l’intero progetto: la discesa non è solo nello spazio, ma nello statuto stesso dell’umano. Tra il gruppo di adolescenti che percorre ambienti spettrali – presenti nelle altre stampe – e la figura di Nabucodonosor si stabilisce una continuità implicita, come se la perdita di orientamento fosse anche una forma di apertura. Nella tradizione biblica la figura di Nabucodonosor II, re di Babilonia, è associata a un episodio di sospensione della sovranità e della ragione. Nel Libro di Daniele il sovrano viene punito per la propria hybris e condotto a una condizione liminale in cui perde il linguaggio umano, viene escluso dall’ordine della città e vive come una creatura animale, fuori dalla sfera del potere e della rappresentazione. L’immagine di William Blake cristallizza questo passaggio come un momento di soglia: non una semplice caduta morale, ma una trasformazione dello statuto del soggetto che si colloca tra umano e non umano, tra civiltà e natura, tra ordine politico e sua dissoluzione.

Mark Leckey, “Catabasis”, 2026. Veduta dell’installazione. Courtesy Cripta747; EXPOSED Photo Festival Torino. Foto di Eugenio Schirone

Il parcheggio sotterraneo di Valdo Fusi diventa così una soglia. I graffiti presenti nell’ambiente non sono decorazione, ma tracce di questa trasformazione, segni di un uso non conforme dello spazio e di produzione della soggettività; introducendo così un’altra linea di tensione. I bombing e le tag presenti nello spazio, proprio per poter essere prodotti, implicano la costruzione di un’identità separata, di un alter ego che non rimanda direttamente al corpo dell’autore, ma solo al segno stesso. Il lavoro di Mark Leckey si muove invece in una direzione diversa che, pur attingendo a queste stesse forme e a questi stessi spazi, le inscrive all’interno di un dispositivo artistico che implica firma, identificazione e circolazione. Si tratta dunque di uno scarto tra due forme di soggettivazione: una che per esistere deve sottrarsi al riconoscimento, l’altra che per potersi riprodurre deve invece essere identificabile.

Dal 9 aprile al 2 giugno 2026; parcheggio GTT Valdo Fusi (secondo livello sotterraneo), Via S. Francesco da Paola, 10123, Torino. Info