Milano, il giorno dopo. Ciò che è stato e ciò che resta

di | 26 apr 2026
“YOOX CAMERINO | UNVEILED BY KETA BART”, 2026. Romero Paprocki, Milano. Courtesy di Yoox

«Milano ha un cuore che batte a tempo con le macchine, ma sa anche rallentare per ascoltare la musica che sale dalle sue strade». Alberto Savinio, in Ascolto il tuo cuore città (1944), coglieva già allora la capacità della città lombarda di tenere insieme velocità produttiva e respiro culturale, di essere insieme laboratorio e palcoscenico. Un equilibrio che si è manifestato in modo particolare durante le due settimane appena concluse, quando l’Art Week e la Design Week hanno fatto di Milano una cassa di risonanza per l’arte contemporanea e il progetto.

Diego Marcon, salut! hallo! hello!, 2010. Video, MiniDV, colore, suono. Foto di Andrea Rossetti

L’Art Week milanese è finita da qualche giorno, e con la Design Week che le è seguita quasi senza stacco, in città sono passate due settimane di eventi, mostre e fiere così dense che conviene provare a fare un bilancio a freddo, ora che i badge sono già un lontano ricordo e gli opening si sono sedimentati.
Il perno dell’Art Week è stato, com’è ormai consuetudine, miart, alla sua trentesima edizione e all’ultimo anno di direzione di Nicola Ricciardi. Il titolo scelto, “New Directions”, ha richiamato il jazz come arte dell’improvvisazione, omaggio a John Coltrane e al suo album del 1963. Il trasloco nella South Wing di Allianz MiCo, nel cuore di CityLife, ha regalato alla fiera un ingresso e una cornice urbana migliori delle edizioni passate, e l’articolazione su tre livelli (Emergent, Established, Established Anthology) ha ridisegnato il percorso in senso più museale, pur con qualche incertezza nei flussi. Abbiamo dedicato altrove uno sguardo più ravvicinato ai booth e agli artisti: basti qui ricordare il neon di Monia Ben Hamouda da ChertLüdde, il dialogo museale tra Lucio Fontana e Alighiero Boetti di Tornabuoni Arte, lo stand corale al femminile di Galerie Lelong & Co. e, tra le proposte più interessanti della sezione Emergent, i progetti di South Parade con Shahin Zarinbal, Des Bains e N.A.S.A.L. con la peruviana Manuela García. Menzione a parte per Movements, la sezione curata da Stefano Rabolli Pansera in collaborazione con lo St. Moritz Art Film Festival, probabilmente la novità più riuscita dell’edizione: venti film e video di artisti in cui la musica genera le immagini invece di accompagnarle.

Marco Fusinato, “THE ONLY TRUE ANARCHY IS THAT OF POWER”. PAC, Milano. Foto di Nico Covre

È però fuori dai padiglioni che l’Art Week ha mostrato la propria vera consistenza. A Palazzo Reale, la retrospettiva “Le forme del desiderio” ha rimesso in circolo la disciplina formale di Robert Mapplethorpe, affiancata dalla mostra “Le Alchimiste” di Anselm Kiefer dedicata alle figure femminili del pensiero alchemico e scientifico. Pirelli HangarBicocca ha accolto “The House That Jack Built”, retrospettiva di Rirkrit Tiravanija che si comporta più come un set attivabile che come una mostra tradizionale, con workshop, incontri, prove musicali e cucina condivisa: una dichiarazione sull’idea di arte come ciò che accade attorno all’oggetto, e non come l’oggetto in sé. Nello stesso spazio, i visitatori hanno potuto ancora godere della bella monografica di Benni Bosetto. Fondazione Prada ha tenuto insieme “Dash” di Cao Fei, progetto multimediale sulle trasformazioni tecnologiche dell’agricoltura globale, con l’intervento site-specific di Mona Hatoum a Largo Isarco. Alla Triennale, la monografica “Andrea Branzi by Toyo Ito: Continuous Present” ha intrecciato due figure che hanno attraversato i confini tra arte, architettura e design, mentre non va sottovalutata la mostra Lella and Massimo Vignelli A Language of Clarity”, vera lezione di educazione visiva. Al PAC, Marco Fusinato ha portato “THE ONLY TRUE ANARCHY IS THAT OF POWER”, la sua ricerca sul suono come materia critica. L’artista ha performato (e sta performando) quotidianamente, salvo pochi giorni, facendo della mostra al PAC uno dei grandi appuntamenti di queste giornate, una prova di resistenza e dilatazione nello spazio che è in un certo senso anche metafora di queste settimane intense.

Letizia Cariello, “LETIA”, 2026. GAM Milano. Veduta dell’installazione. Courtesy dell’artista. Foto di Michele Nastasi 
Letizia Cariello, CALENDARIO LUCE, dettaglio, 2026. Scrittura ad inchiostro su lenzuolo e ricamo con filo d’oro, 100 cm. “LETIA”, GAM Milano. Courtesy dell’artista. Foto di Michele Nastasi  

Alla GAM, Letizia Cariello ha dialogato con gli affreschi della Sala del Parnaso. È interessante notare come, dal punto di vista delle istituzioni comunali, a parte il PAC non ci siano state molte altre occasioni per sfruttare appieno questa settimana di attenzione internazionale: un dato che rimanda, ancora una volta, al ruolo centrale dei soggetti privati nella costruzione della programmazione culturale milanese, basti pensare a mostre come quelle di Man Ray, di qualità museale.

Romane de Watteville, “I’ll miss you when I scroll away, 2026. Veduta dell’installazione. Istituto Svizzero, Milano, 2026. © Giulio Boem 

Le gallerie hanno risposto con la stessa intensità. Da Gió Marconi, “Man Ray: M for Dictionary” ha costruito una retrospettiva per incastri. Da Thaddaeus Ropac, “Dialogues Are Mostly Fried Snowballs” ha messo in dialogo Marcel Duchamp e Sturtevant in un cortocircuito che parla di ready-made, copie e, inevitabilmente, meme. kaufmann repetto ha presentato Kim Bohie e Pierpaolo Campanini. All’Istituto Svizzero, Romane de Watteville ha firmato “I’ll miss you when I scroll away”, installazione di paraventi modulari sproporzionatamente lunghi che articolano pareti labirintiche nello spazio, restituendo l’atmosfera satura e sottilmente allucinatoria di un dopo-festa, tra opulenza dei resti e nostalgia istantanea. A BiM, Gianni Pettena ha riallestito Paper/Northern Lights, progetto del 1971 rimesso in gioco in un contesto partecipativo. Da MATTA, “Social Unrest”, curata da Niccolò Gravina, ha esplorato le rivolte contemporanee attraverso nuove produzioni e opere recenti che ricostruiscono una costellazione storica di agitazioni sociali, dalle proteste di Hong Kong del 2019-2020 fino alle rivolte popolari dell’Europa tardo-medievale.

Nancy Lupo, “Paraselene”, 2026. Spazio Veda, Milano. Foto di Flavio Pescatori

Tra le personali da segnalare, “Paraselene” di Nancy Lupo, poetica mostra ospitata da Veda, e alla Galleria Raffaella Cortese, l’occasione di vedere l’arte di Gabrielle Goliath, l’artista sudafricana la cui opera Elegy è stata censurata dal governo del suo paese e ritirata dal Padiglione del Sudafrica alla prossima Biennale di Venezia per i suoi riferimenti al conflitto di Gaza. All’ICA Milano, “The Second Shadow” ha presentato Dozie Kanu in dialogo con Marc Camille Chaimowicz, mentre “Dancing at the Edge of the World” ha ospitato i finalisti dell’ottava edizione del Premio Arnaldo Pomodoro per la scultura.

Gabrielle Goliath, “Bearing”, 2026. Veduta dell’installazione. Raffaella Cortese, Milano. Courtesy dell’artista; Raffaella Cortese, Milano-Albisola. 

Il paesaggio fieristico, quest’anno, non si è esaurito in miart. Paris Internationale, per la prima volta fuori dalla Francia, ha scelto Milano come esordio internazionale installandosi a Palazzo Galbani. La fiera francese meriterà un pezzo a parte, ma va registrato subito che ha portato in città una coolnesse, una postura curatoriale di segno diverso: meno stand e più progetti quasi monografici, un’architettura incompiuta come interlocutore, un ritmo intimo. Un modo “altro” di pensare la fiera, che non sostituisce miart ma la affianca e, inevitabilmente, la interroga. A questa si è aggiunta MEGA Art Fair, alla sua terza edizione, fiera itinerante e sperimentale che quest’anno ha scelto PROFUMO, ex complesso produttivo del gruppo Esperis tra il Naviglio Grande e la Barona: tremila metri quadrati di archeologia industriale, aperture prolungate fino a mezzanotte, un public programme di talk e performance, persino un’esperienza gastronomica chiamata The Perfume Table sviluppata in tre atti come la struttura di un profumo. Tre fiere dallo spirito e dalla fisionomie molto distinte: istituzionale e di mercato, indipendente e curatoriale, notturna e sperimentale; un ecosistema che comincia a farsi espressione di una eterogeneità che in Europa e altrove si vede da anni ormai, ma piuttosto inedita per Milano.

MEGA Art Fair. Veduta dell’installazione. PROFUMO, Milano. Courtesy di MEGA Art Fair. Foto di Francesco Paleari 

Poi, senza pausa: la Design Week. Il passaggio di consegne tra le due settimane è ormai più nominale che reale: pubblici, spazi e formule si sovrappongono. Le boutique del Quadrilatero si sono trasformate in piccoli progetti espositivi (vedi Theaster Gates da Prada o Eduardo Chillida da Balenciaga), e in salotti che ospitano panel con creativi e curatori, i palazzi storici in piattaforme per installazioni, i brand della moda in committenti culturali. Louis Vuitton è tornato a Palazzo Serbelloni con “Objets Nomades”, accostando pezzi d’archivio di Pierre Legrain e Charlotte Perriand a nuove produzioni. Prada ha portato a Santa Maria delle Grazie la quinta edizione di Prada Frames, il simposio curato da Formafantasma dedicato quest’anno alla costruzione delle immagini nella cultura contemporanea. Yoox ha occupato la galleria Romero Paprocki con l’installazione Camerino di Keta Bart. È in questo passaggio che Milano mostra la propria specificità: un’infrastruttura in cui cultura, design, moda e produzione non sono comparti separati, ma una griglia continua.

“YOOX CAMERINO | UNVEILED BY KETA BART”, 2026. Romero Paprocki, Milano. Courtesy di Yoox

Ed è qui che vale la pena provare a tirare le somme. Dopo la Brexit, diversi osservatori hanno iniziato a descrivere Milano come un attrattore di interessi economici prima ancora che culturali. È una lettura che ha fondamento e che va accolta senza imbarazzo. A differenza di altre capitali europee, dove la programmazione delle fiere si regge in larga parte sulle istituzioni museali pubbliche, a Milano la spinta arriva soprattutto dalla committenza privata: fondazioni, brand della moda, gruppi del design, collezioni aziendali. È un sistema che moltiplica le occasioni, prolunga le esperienze, apre porte che altrove restano chiuse. Il visitatore può attraversare Milano nei suoi strati, dal rinascimentale del centro al liberty dei palazzi signorili, dal modernismo di via Fabio Filzi al contemporaneo di CityLife, dal post-industriale della Bicocca agli scorci della Barona riattivati da MEGA.
La sensazione è quella di una città che ha strumenti e potenziali enormi, che sa stupire e che in queste due settimane ha dato prova di una vitalità difficilmente riscontrabile altrove. Ma proprio per questo deve fare attenzione a sfruttare questo potenziale con uno sguardo a lungo termine, imparando soprattutto a dialogare con chi, in questa città, vive, studia e pure lavora nell’industria culturale. Il rischio, immaginando una crescita che sia non soltanto economica o di ospitare milionari attratti dalla flat-tax di questo governo, è quello di diventare l’ennesima vetrina: bellissima, scintillante, e insieme sempre più inaccessibile.