Social Unrest: la rivolta come forma che ritorna. Galleria MATTA, Milano

In “Social Unrest” la rivolta non entra solo come tema astratto: prende subito corpo nello spazio. Alla galleria MATTA di Milano, dove la collettiva è aperta fino al 12 settembre, durante l’inaugurazione il pubblico si muove dentro un ambiente di blocchi e barricate, costretto a deviazioni che ricordano quasi il passo di una protesta. È da questa impressione fisica che la collettiva prende avvio, per poi spingersi più a fondo: affrontare rivolte, proteste e insurrezioni contemporanee non come immagini del caos, ma come forme storiche che tornano. Guardando a una storia ancora poco indagata, il progetto mette in relazione le più recenti manifestazioni di agitazione sociale con episodi lontani nel tempo, per far emergere ciò che li accomuna e le condizioni che li producono.
Curata da Niccolò Gravina, con la ricerca storica di Zoé Samudzi, la mostra riunisce artisti con percorsi e provenienze molto diversi. Le nuove produzioni di Ivan Cheng, Tony Cokes, Satoshi Fujiwara, Hannah Quinlan & Rosie Hastings, Tiffany Sia e Sung Tieu si affiancano a lavori recenti di Bernadette Corporation, Alessandro Di Pietro e Hannah Black. Le opere nascono da un dialogo con gli artisti durato oltre due anni e da un’indagine storica che ne ha attivato il processo creativo. Le rivolte contemporanee vengono spesso raccontate come scoppi improvvisi, violenti, quasi illeggibili; qui, invece, entrano in una storia più lunga, che va da Hong Kong al G8 di Genova, da Los Angeles alla Compton’s Cafeteria Riot, fino alle rivolte popolari del Trecento e alla Ribellione dei Turbanti Rossi. In questa chiave, la sommossa non è letta solo come rottura improvvisa, ma anche come segno di uno spostamento dalla sfera della produzione a quella della circolazione: non più soltanto lo sciopero che blocca la fabbrica, ma la rivolta che interviene sui flussi, sugli scambi, sui mercati.

L’allestimento firmato Sabotage Practice, che ridisegna i confini della galleria, ha un ruolo centrale. La struttura costruita in loco con cartone e profili metallici da cartongesso non accompagna il percorso: lo spezza, lo devia, lo rende discontinuo. La barricata di superfici cartacee applicate come manifesti non è solo un riferimento simbolico, ma una scelta spaziale precisa, che traduce fisicamente l’idea della mostra: impedire una visione pacificata, ordinata, definitiva. L’allestimento finisce così per comportarsi quasi come un’opera autonoma, dando forma a una lettura non lineare e immersiva della rivolta.

Fuori dalla barricata, quasi come introduzione alla mostra, si incontra il video-saggio Get Rid of Yourself di Bernadette Corporation. Il lavoro torna sulle giornate del G8 di Genova del 2001 senza trasformarle in semplice documento, mettendo a fuoco l’estetica della resistenza e la dissoluzione dell’identità individuale dentro l’azione collettiva. La rivolta, qui, non appare come affermazione di un soggetto compatto, ma come forma di anonimato condiviso che mette in crisi l’ordine sociale.

Nel cuore della mostra, Hannah Black e Tony Cokes riportano la sommossa dentro il presente. Frammentando The Directions, Black costruisce un’installazione che devia il percorso espositivo e lega la rottura rivoluzionaria alla possibilità di immaginare il futuro. Cokes, con l’installazione video multicanale The World Won’t Listen II, mette invece in relazione le rivolte di Los Angeles del 1992 con altri scenari di conflitto, costruendo attraverso immagini televisive, musica e testo un montaggio che sottrae la sommossa all’idea di puro collasso o pura irrazionalità.

Con Ivan Cheng, Hannah Quinlan e Rosie Hastings la mostra si concentra su episodi storici ben definiti. In Revolt Pleaser, video-scultura costruita a partire da testimonianze dirette, Cheng riprende attacchi religiosi e razziali avvenuti sulle spiagge di Sydney e li filtra attraverso piccoli schermi e personaggi animati, mettendo in relazione violenza, tecnologie di rete e divisioni sociali. Hannah Quinlan e Rosie Hastings dedicano invece un nuovo affresco alla rivolta della Compton’s Cafeteria del 1966 a San Francisco, riportando al centro un episodio decisivo della storia della resistenza trans e il tema del controllo poliziesco sui corpi.

Nei lavori di Tiffany Sia e Sung Tieu entra invece in primo piano il ruolo dei media. Con le sculture video Scroll Figure #5 e Scroll Figure #6, Sia usa materiali Mediaset per riflettere sulla televisione come forza di propaganda e controinsurrezione. Sung Tieu, con un nuovo lavoro della serie Read Me, Wear Me, Fear Me che include abiti di cotone composti da articoli di giornale, affronta invece gli attacchi xenofobi di Hoyerswerda e Rostock, intrecciando violenza razziale, informazione e industria tessile.

Con Alessandro Di Pietro e Satoshi Fujiwara il percorso si apre a una dimensione più allusiva. TO WONG – Attributed to Paul Thek (2017?) di Di Pietro è una scultura pensata come capsula del tempo, che lascia affiorare una possibile allusione a Joshua Wong senza mai chiuderla in modo definitivo. GDPCN di Fujiwara, installazione composta da fotografie di Wuhan del 2024 stampate su pannelli industriali e sospese nello spazio, mette in corto circuito il presente urbano e una memoria più remota, ampliando ulteriormente il raggio storico del progetto.

Alla fine, “Social Unrest” funziona soprattutto perché non tratta la rivolta come una parentesi eccezionale, né come un’iconografia da museo. La legge invece come un ritorno, come il riemergere di fratture che cambiano forma ma non scompaiono. Per questo la mostra non si limita a mettere in scena un tema: costringe a guardare più da vicino ciò che produce il conflitto e ciò che, puntualmente, lo fa tornare.
