Una mostra su Beirut a Milano legge il Libano come una faglia aperta

di | 25 apr 2026
“Shifting Crossroads | Beirut Contemporary”, 2026. Veduta dell’installazione. CIRCOLO, Milano. Foto di Andrea Rossetti

Nell’Epopea di Gilgamesh, il più antico testo letterario giunto fino a noi, quando il custode della Foresta dei Cedri del Libano viene ucciso è la terra a reagire: le montagne si muovono, colline e pianure si spostano. Il suolo risponde a quello che gli uomini fanno.
La geologia ragiona in modo molto simile. Una faglia è una frattura della crosta terrestre: quando si apre, non si richiude mai davvero. Può restare a lungo inattiva, accumulare tensione e poi, tutto d’un tratto, tornare a muoversi senza dare troppo preavviso. Il suo silenzio, insomma, non significa che sia scomparsa.
È su questa immagine che si regge “Shifting Crossroads | Beirut Contemporary”, la mostra collettiva in corso negli spazi di CIRCOLO, in via della Spiga 48 a Milano, fino al 3 luglio 2026. Organizzata dalla Saikalis Bay Foundation e accompagnata da un testo curatoriale di Ibrahim Nehme, scrittore e critico libanese, la mostra riunisce dieci artisti di generazioni diverse, con pratiche e linguaggi apparentemente distanti tra loro: dall’argilla alla fotografia, dai documenti diplomatici smontati e ridisegnati fino agli striscioni di protesta riutilizzati, che tornano in forma di pittura.
Più che costruire una narrazione univoca, le opere leggono l’instabilità di Beirut e del Libano come una condizione strutturale.
D’altronde il Libano è una faglia, anche in senso letterale: la faglia del Levante attraversa il paese e il suo ramo libanese, la faglia di Yammouné, percorre la Bekaa per quasi duecento chilometri. E la faglia, qui, è anche storica e politica. Beirut è stata Berytus romana, porto dei commerci mediterranei, città ridisegnata dalle potenze coloniali dopo il Trattato Sykes-Picot del 1916 e poi consegnata al mandato francese nel 1920. Sul piano interno, le diciotto comunità religiose riconosciute dallo Stato convivono dentro un sistema confessionale che distribuisce il potere per quote e che, dalla fine della guerra civile nel 1990, non ha mai smesso di produrre stallo. A questo si aggiungono le pressioni regionali e il ruolo di Hezbollah, che in Libano occupa insieme uno spazio militare, politico e territoriale.
Su questa fragilità, dal marzo 2026, si è riaperto il conflitto. Il sud del Libano, la Valle della Bekaa e i sobborghi meridionali di Beirut sono tornati sotto i bombardamenti, gli ordini di evacuazione e gli sfollamenti. A metà aprile è entrato in vigore un cessate il fuoco di dieci giorni, ma chi è tornato a casa ha trovato macerie e condizioni di sicurezza ancora precarie. In un paese già segnato dal collasso economico degli ultimi anni, la guerra si è sovrapposta a una crisi che era ancora una ferita aperta.

Catherine Cattaruzza, I am Folding the Land, 2022. “Shifting Crossroads | Beirut Contemporary”, 2026. Veduta dell’installazione. CIRCOLO, Milano. Foto di Andrea Rossetti

Catherine Cattaruzza (Tolosa, 1968) lavora proprio sul nesso tra geologia e storia. Dal 1992 fotografa il territorio libanese seguendone le linee di faglia e usando il paesaggio come chiave di lettura politica. In I am Folding the Land (2022), opera composta da diciotto stampe panoramiche verticali, utilizza pellicola analogica scaduta risalente proprio al 1992. I paesaggi, sospesi tra rivelazione e scomparsa, mostrano un territorio in cui l’incontrollabile si rende visibile soprattutto nei suoi effetti.
Joana Hadjithomas e Khalil Joreige (entrambi Beirut, 1969) affrontano invece la questione di cosa significhi produrre immagini in un paese segnato dal caos. Wonder Beirut – The Battle of the Hotels rielabora cartoline degli anni Sessanta e Settanta ancora in circolazione in Libano, nonostante molti dei luoghi rappresentati siano poi stati distrutti dalla guerra civile. Gli artisti inventano la figura di un fotografo, Abdallah Farah, che avrebbe bruciato progressivamente quelle immagini per registrare il conflitto dentro la superficie stessa della rappresentazione.

Joana Hadjithomas, Khalil Joreige, Wonder Beirut – The Battle of the Hotels. “Shifting Crossroads | Beirut Contemporary”, 2026. Veduta dell’installazione. CIRCOLO, Milano. Foto di Andrea Rossetti

Beirut è anche una città costruita per strati, dove il nuovo non cancella mai del tutto quello che è stato. La Berytus romana, i commerci mediterranei, il ridisegno coloniale del Medio Oriente, il mandato francese, la guerra civile, le invasioni successive, i tentativi di ricostruzione sistematicamente interrotti dal conflitto successivo: ogni passaggio ha lasciato una traccia che Lamia Joreige (Beirut, 1972) ripercorre con la sua opera. Nei due cicli di Uncertain Times presenti in mostra attinge a documenti d’archivio provenienti dal Centre des Archives Diplomatiques de Nantes  petizioni della popolazione palestinese, lettere di negoziazione tra le autorità francesi e il re Faisal, telegrammi sulla delimitazione dei confini che portarono alla creazione del Grande Libano insieme ad appunti manoscritti e disegni. Nella serie Creation of a Nation compaiono anche i ritratti dei negoziatori: quei confini hanno avuto un autore, e quell’autore sedeva ben lontano dai luoghi che stava disegnando.

Lamia Joreige, Uncertain Times. “Shifting Crossroads | Beirut Contemporary”, 2026. Veduta dell’installazione. CIRCOLO, Milano. Foto di Andrea Rossetti

Anche Akram Zaatari (Saida, 1966) lavora sulla dimensione documentale, tornando ancora più indietro nel tempo. Nella YM Series dipinge mappe diagrammatiche del Mediterraneo disseminate di lettere fenicie: YM è la parola fenicia per mare. Quelle lettere, nate su queste stesse coste e antenate di gran parte degli alfabeti moderni, galleggiano sul bacino mediterraneo come tracce di una circolazione millenaria di scambi, migrazioni e violenza.

Akram Zaatari, Alphabet, 2026. Inchiostro su carta di gelso, 60 x 36,6 cm. © Akram Zaatari. Courtesy dell’artista; Sfeir-Semler Gallery; Thomas Dane Gallery. Foto di M3 Studio

Omar Mismar (Bekaa Valley, 1986) compare invece in mostra con un lavoro nato dal recupero di striscioni pubblicitari in PVC rimasti per anni esposti al sole e alla pioggia. Sulla superficie compaiono slogan delle proteste libanesi del 2019, coperti o censurati senza essere del tutto cancellati.

Omar Mismar, Root and branch #1 (شيل ما تخلّي), 2025. Acquerello e vernice spray su banner flessibile recuperato, 126 x 98 cm. Courtesy dell’artista

Una storia non troppo diversa da quella che attraversa oggi Dahiyeh. Nei sobborghi meridionali della capitale, le macerie dei palazzi colpiti dai raid israeliani vengono rimosse lentamente; il ferro viene raccolto e rivenduto; a terra restano oggetti domestici, effetti personali, segni della vita quotidiana interrotta. È una scena che in Libano si ripresenta ciclicamente e che attraversa i ricordi di più generazioni.
Da un lato c’è Mona Hatoum (Beirut, 1952), artista di fama internazionale che ha lasciato il paese nel 1975, senza più tornarvi. Witness è una riproduzione in miniatura, in porcellana biscuit, del monumento bronzeo di Place des Martyrs, compresi i fori di proiettile che lo segnano. Il monumento, uscito dalla piazza, diventa un oggetto alto soli quarantanove centimetri e riporta la violenza pubblica a una scala privata.

Mona Hatoum, Witness, 2009. “Shifting Crossroads | Beirut Contemporary”, 2026. Veduta dell’installazione. CIRCOLO, Milano. Foto di Andrea Rossetti

Dall’altro c’è Stéphanie Saadé (Libano, 1983), artista che lavora su distanza e avvicinamento attraverso operazioni minime. In Stage of Life ha tagliato in strisce due tappeti appartenuti a lei e a suo fratello durante l’infanzia, usandoli per misurare la distanza tra i loro letti attuali e l’ingresso dei rispettivi edifici.

Stéphanie Saadé, Stage of Life, 2021. Due tappeti tagliati in strisce. Vista dell’installazione. Marres House for Contemporary Arts, Maastricht, 2021. Foto di G.J.Van Rooij

Un certo tipo di sensibilità geologica, capace di attraversare spazio e tempo, torna alla fine del percorso grazie all’accostamento di lavori che si richiamano senza somigliarsi. Simone Fattal (Damasco, 1942), siriana cresciuta in Libano ed esiliata dalla guerra civile, è presente con tre sculture in ceramica Standing ManWomanHouse  figure arcaiche che evocano civiltà senza nominarle. Soraya Salwan Hammoud (1996), la più giovane artista in mostra, nella serie Progenies of Oil, realizzata su carta, carbonizza ossa attraverso la pirolisi, riducendole a pigmento nero e combinandole poi con ematite e olio di lino. 

Simone Fattal (a sinistra) e Soraya Salwan (a destra), “Shifting Crossroads | Beirut Contemporary”, 2026. Veduta dell’installazione. CIRCOLO, Milano. Foto di Andrea Rossetti

Dal 23 marzo al 3 luglio 2026; CIRCOLO, via della Spiga 48, 20121, Milano; info: https://www.saikalisbayfoundation.org

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