Again (Again): Daria Dmytrenko, Bogdan Koshevoy e Barbara Prenka in mostra alla Giudecca

Bogdan Koshevoy, Heavy wings, 2026. Olio su lino, 98 x 68 cm. Courtesy dell’artista

Nella Venezia attraversata da un incessante flusso di mostre, inaugurazioni e visitatori, esistono luoghi che sembrano sottrarsi al ritmo dell’esposizione temporanea, quasi cristallizzati in una sospensione temporale e spaziale. Lo studio di Daria Dmytrenko e Bogdan Koshevoy alla Giudecca è uno di questi. Spazio di lavoro, di convivenza e di ricerca quotidiana, negli ultimi mesi ha ospitato anche “Again (Again)ˮ, progetto curatoriale di Arnold Braho con la partecipazione di Barbara Prenka.
Nato inizialmente come open studio, il progetto si è progressivamente trasformato in una mostra: non un’esposizione in senso tradizionale, ma un percorso attraverso immagini e materiali che interrogano il rapporto tra storia personale e memoria condivisa. Il passato non è stato presentato come qualcosa di concluso, ma come una presenza che continua a riaffiorare nel presente attraverso paesaggi, oggetti, gesti e racconti. Le opere dei tre artisti hanno costituito una narrazione stratificata in cui le esperienze individuali si intrecciavano con le trasformazioni storiche e culturali dell’Est Europa.

Arrivati dall’Ucraina oltre un decennio fa per studiare all’Accademia di Belle Arti, Daria Dmytrenko e Bogdan Koshevoy hanno trasformato la permanenza veneziana in una scelta esistenziale. «A Venezia non senti tutto il peso del mondo», spiegano. Lo studio alla Giudecca è diventato nel tempo una sorta di seconda casa: un luogo appartato, immerso in una delle aree ancora produttive dell’isola, dove il lavoro artistico si intreccia alla vita quotidiana. Poco distante, racconta Koshevoy, lavora ancora uno degli ultimi costruttori di gondole della città. Questa dimensione intima ha contributo a fare di “Again (Again)” uno spazio di confronto tra memorie geografiche differenti ma profondamente connesse.
Il progetto ha preso avvio dall’idea di ripetizione come ritorno di immagini, gesti e presenze capaci di persistere nel tempo e riemergere sotto nuove forme. Come scrive il curatore Arnold Braho, il passato non appare mai come qualcosa di concluso, ma come «una presenza spettrale che continua ad agire nel presente». Sebbene gli artisti coinvolti vivano e lavorino oggi in Italia, il nucleo della mostra si è legato profondamente a una memoria familiare e culturale proveniente dall’Est Europa. Questa genealogia comune è emersa come una dimensione affettiva condivisa, attraversata da linguaggi differenti: pittura, tessitura, video, ceramica, ricamo. Più che un riferimento identitario esplicito, affiorava come una materia sotterranea che attraversava le opere sotto forma di paesaggi industriali, figure ibride, rituali domestici, immagini frammentarie e tracce corporee. Braho ha insistito sull’idea di ritorno spettrale di immagini e pratiche che attraversano il tempo sedimentandosi nello spazio contemporaneo. Le opere sembravano così abitare una temporalità instabile, in cui ricordo personale, trauma collettivo e immaginazione si sovrapponevano continuamente. In questo senso anche l’amnesia emergeva come un elemento centrale della mostra: una zona opaca del ricordo da cui le immagini continuano comunque a riaffiorare, spesso in forme incomplete, deformate o visionarie.

Daria Dmytrenko, Lament, 2025. Olio su tela, 120 x 90 cm. Courtesy dell’artista; Secci

Nella pittura di Daria Dmytrenko la memoria assume una forma corporea ed emotiva. Le sue superfici pittoriche registrano stati di trasformazione continua, dove il colore agisce come deposito mnemonico instabile. L’artista ha raccontato di essere partita da una formazione accademica molto rigorosa in Ucraina, fondata sullo studio anatomico e sul disegno dal vero, per poi cercare in Italia un linguaggio più intuitivo e automatico. «Dipingevo senza pensare», spiega, «una pratica molto automatica e intuitiva nata come esercizio per sbloccarmi». Quello che inizialmente appariva come un insieme di macchie astratte ha progressivamente lasciato emergere figure antropomorfe e anatomie ibride. «L’anatomia che avevo studiato così a fondo in Ucraina ha iniziato a riaffiorare attraverso il subconscio». In Lament (2025), una figura femminile attraversata dal dolore oscilla tra vulnerabilità fisica e apparizione visionaria. «Si vede molto la sofferenza di quella creatura femminile», racconta Dmytrenko, «perché sta sanguinando e sta praticamente piangendo». Anche la ceramica Kikimora (2025), che richiama una figura del folklore slavo, appare come un corpo ambiguo e perturbante, sospeso tra reliquia rituale e creatura contemporanea. Nei piccoli lavori della serie Look Past (2025), realizzati su carta, seta e legno, immagini vegetali e anatomiche emergono attraverso superfici semitrasparenti, come ricordi che resistono alla scomparsa senza mai fissarsi completamente.

Daria Dmytrenko, Look past, 2025. Olio su carta e seta, cornice in legno, 24 x 29 x 6 cm. Courtesy dell’artista; Secci

Nelle opere di Bogdan Koshevoy il passato riaffiora attraverso le rovine e il paesaggio, dove architetture isolate e paesaggi post-industriali sembrano trasformarsi in reliquie di un mondo sospeso tra rovina e visione. Per l’artista queste immagini nascono dall’intreccio continuo tra esperienza presente e memoria profonda. In Dusk (2025), una struttura verticale attraversata da una luce quasi liturgica appare come una cappella abbandonata o un relitto urbano trasfigurato in presenza mistica. Poco distante, Oblivion (2025) metteva in scena una fabbrica ormai divorata dalla vegetazione: il monumento industriale sopravvive come fantasma della modernità, lentamente riassorbito dalla natura. In Heavy Wings (2026) e Hagen House (2026), edifici e paesaggi assumono invece un carattere quasi fiabesco, come se la memoria architettonica dell’Est Europa si dissolvesse in una dimensione onirica e instabile. Per Koshevoy, questi luoghi nascono spesso da ricordi infantili che la pittura trasforma progressivamente in simboli più ambigui e collettivi. Raccontando una delle torri presenti nei suoi dipinti, l’artista ha ricordato le architetture industriali della sua città natale, Dnipro: «Vicino alla casa di mio nonno c’era questa torre idrica abbandonata dove andavo a giocare con mio cugino». Si tratta di un’immagine che conserva ancora oggi una duplice natura: «Mi attirava e allo stesso tempo mi faceva paura». Il grande Fly or Die (2025), infine, porta questa visione verso una dimensione ancora più allucinatoria: una figura animale o mutante emerge da un paesaggio irreale, sospesa tra sopravvivenza biologica e allegoria esistenziale.

Bogdan Koshevoy, Oblivion, 2025. Olio su tavola, 27,5 x 23,7 cm. Courtesy dell’artista

La pratica di Barbara Prenka introduceva nella mostra una riflessione sul tessile come archivio affettivo e politico. Le sue opere lavorano per sottrazione: piccoli gesti, ricami minimi, superfici attraversate da segni quasi invisibili. In The Blindness of the Dark Is a Touchable Light (2025), il ricamo su seta dialoga con un tappeto di lana realizzato dalla madre dell’artista negli anni Ottanta, trasformando il tessuto domestico in dispositivo di trasmissione intergenerazionale. Il lavoro manuale femminile diventa così memoria materiale, presenza silenziosa che attraversa il tempo. Anche Reunion with Aunts and Uncles (2023), accompagnato da una grande installazione tessile violacea che ricorda una soglia domestica, affronta il tema della famiglia come spazio ambiguo di continuità e distanza. Il video costruisce frammenti di presenza, immagini intime che emergono come ricordi incompleti. In Rabbits Habits (2016), infine, l’acquerello e il ricamo su carta riducono ulteriormente il gesto, trasformandolo in traccia fragile e diaristica.

“Again (Again)” è l’estensione di uno spazio vissuto, in cui memoria, lavoro e quotidianità si intrecciano continuamente. A distanza di tempo, ciò che resta impresso è proprio questo intreccio tra opere e contesto: uno studio abitato, una parte di Venezia ancora segnata dal lavoro artigianale e produttivo e la sensazione che, alla Giudecca, il tempo continui a seguire un ritmo diverso da quello del resto della città.