Terraforma EXO, oltre il festival. Intervista a Ruggero Pietromarchi

Nato nel 2014 nel Bosco di Villa Arconati, Terraforma si è affermato come uno dei progetti più originali nel panorama della musica sperimentale e della ricerca sonora, costruendo nel tempo un’identità fondata sul dialogo tra suono, paesaggio e sostenibilità. Oggi questa esperienza evolve in Terraforma EXO, una piattaforma itinerante che attraversa contesti e istituzioni internazionali, dal MoMA PS1 di New York a Villa Tasca di Palermo, fino al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano. Con Ruggero Pietromarchi abbiamo parlato delle ragioni di questa trasformazione, del ruolo del suono come strumento di conoscenza e di come Terraforma continui a interrogare il rapporto tra arte, ecologia e spazio pubblico.

Ilaria Giaccio Terraforma è stato a lungo un festival profondamente radicato in un luogo specifico, ma ad un certo punto, con Terraforma EXO, avete sentito l’esigenza di portare il progetto oltre Villa Arconati. Da dove nasce questa necessità?
Ruggero Pietromarchi Molto della risposta è già nel nome. Terraforma nasce dall’idea della terraformazione, un processo che abbiamo interpretato in chiave culturale: la convinzione che un festival potesse contribuire a trasformare un luogo. Quel luogo era Villa Arconati, una villa settecentesca alle porte di Milano rimasta per oltre vent’anni in stato di abbandono. In questi dieci anni, insieme alla Fondazione Augusto Rancilio, abbiamo lavorato concretamente alla sua rigenerazione. Oggi Villa Arconati sta tornando a essere la “Villa di Delizia” che è stata per secoli. Arrivati a questo punto ci siamo chiesti: «What’s next?». Terraforma era nato con una doppia vocazione. Da una parte volevamo portare in Italia un’attenzione nuova verso la sperimentazione musicale, anticipando un interesse che allora apparteneva a pochissime realtà. Dall’altra volevamo dimostrare che un festival poteva essere costruito secondo un pensiero ecologico, non come semplice tema, ma come pratica concreta. Per noi oggi il pensiero ecologico è una condizione imprescindibile: non si può più immaginare un progetto culturale senza interrogarsi sul suo impatto e sul modo in cui si prende cura dei luoghi che attraversa. A Villa Arconati questo ha significato lavorare direttamente su un bene comune. C’era poi una ragione molto pratica. Organizzare un festival di quelle dimensioni in un luogo storico, non progettato per ospitare eventi, comporta uno sforzo organizzativo ed economico enorme, raramente sostenuto dalle istituzioni. Tutte queste riflessioni ci hanno portato a scegliere la trasformazione invece della ripetizione. EXO nasce proprio da questa idea di fuoriuscita. Terraforma esce dai propri confini originari per continuare a “terraformare” nuovi luoghi, nuove istituzioni e nuove comunità.

I.G. Definisci Terraforma EXO «un progetto culturale per una nuova ecologia del suono». Che cosa significa concretamente parlare di ecologia del suono? È una questione ambientale, politica o riguarda soprattutto un diverso modo di abitare i luoghi?
R.P. È l’evoluzione naturale del percorso iniziato con Terraforma. Se il festival lavorava sull’ecologia attraverso un’esperienza diretta del luogo, EXO trasferisce quella riflessione sul paesaggio sonoro. Ci ispiriamo agli studi di R. Murray Schafer, che negli anni Settanta ha elaborato il concetto di soundscape. Tutti noi viviamo immersi in un ambiente sonoro che influenza profondamente il nostro modo di abitare il mondo, spesso senza che ce ne rendiamo conto. Diventare consapevoli di questo paesaggio significa migliorare anche la qualità della nostra esperienza quotidiana. Per questo abbiamo scelto di lavorare in spazi come Parco Sempione, nel cuore di Milano. Più che un festival volevamo costruire una manifestazione nel senso più ampio del termine: un insieme di installazioni sonore, performance, passeggiate d’ascolto e incontri capaci di riportare l’attenzione sul modo in cui ascoltiamo lo spazio che ci circonda. Naturalmente c’è anche una dimensione politica e sociale. Fin dall’inizio Terraforma ha cercato di costruire comunità senza trasformarsi in un’enclave. Ci interessa creare occasioni di confronto, mettere continuamente in discussione i formati esistenti e sperimentarne di nuovi. Per noi l’ecologia è anche questo: restare aperti alla trasformazione.

I.G. Oggi Terraforma EXO dialoga con istituzioni come il MoMA PS1. Cosa cambia nel tuo modo di concepire la curatela quando lavori all’interno di un museo di questa portata? E cosa ritieni indispensabile preservare dello spirito originario del progetto?
R.P. Il dialogo con le istituzioni non nasce oggi. Fin dagli inizi il nostro linguaggio è stato molto vicino a quello dell’arte contemporanea. Una delle mie prime esperienze è stata la cura di un’installazione sonora presso il negozio Olivetti di Venezia durante la Biennale. Il MoMA PS1 rappresenta però un traguardo speciale. È una delle istituzioni che per prime hanno riconosciuto il valore dell’arte sonora come linguaggio autonomo e ospitare Terraforma lì significa entrare in una storia che sentiamo molto vicina. Quello che porto dentro il museo è lo stesso approccio curatoriale che abbiamo sempre avuto: non partire da un genere musicale ma da un’attitudine sperimentale. A noi non interessa se un artista lavora con la musica elettronica, il dub, il jazz, il folk o la musica concreta. Ci interessa capire in che modo mette in discussione il linguaggio sonoro. Il progetto che presentiamo a New York nasce proprio da questa idea. Abbiamo ricostruito il percorso della storica etichetta reggae-dub Wackie’s attraverso una prospettiva sperimentale, mettendola in dialogo con figure come Mark Ernestus, che da anni rappresenta un ponte tra Europa e Stati Uniti. Anche in questo caso non è il genere a interessarci, ma la ricerca.

I.G. Guardando alla scena italiana, quali realtà ritieni oggi particolarmente interessanti? Terraforma ha contribuito alla nascita di una nuova generazione di progettualità indipendenti?
R.P. Credo che oggi in Italia esista un terreno estremamente fertile. Ci sono moltissime piccole realtà nate dal desiderio autentico di costruire comunità attorno alla musica e alla condivisione. Mi piace vedere come questa dimensione si sia diffusa in tanti territori diversi: penso a Habitat, Lost, Flysch nelle Marche, Members Only in Veneto, Nextones in Piemonte e a molte altre esperienze che stanno nascendo un po’ ovunque, dal Piemonte alla Puglia. Se Terraforma ha lasciato un’eredità, credo che riguardi proprio questo: aver dimostrato che è possibile costruire comunità attraverso la ricerca artistica. Rispetto a dieci anni fa noto anche un cambiamento. Quando abbiamo iniziato avevamo una forte ambizione internazionale: volevamo dimostrare che anche dall’Italia poteva nascere un progetto capace di imporsi globalmente. Oggi vedo invece molte realtà meno interessate alla legittimazione internazionale e molto più concentrate sul prendersi cura della propria comunità. Trovo che sia un cambiamento molto sano.
I.G. Accanto a EXO avete inaugurato Terraforma Radical School. Che ruolo ha oggi la formazione nel vostro progetto?
R.P. Per me rappresenta uno degli sviluppi più importanti degli ultimi anni. Radical School è nata come un esperimento, riportandoci a Villa Arconati in una forma completamente diversa rispetto al festival: non migliaia di persone, ma venti partecipanti impegnati in un percorso intensivo guidato da Donato Dozzy. La risposta è stata straordinaria e ci ha confermato quanto oggi esista il bisogno di momenti di confronto autentico. In un’epoca di enorme dispersione, creare occasioni di dialogo diretto con figure che possano svolgere il ruolo di mentori è fondamentale. Anche Villa Arconati sta evolvendo in questa direzione, sviluppando collaborazioni con università e istituzioni formative, e ci sembrava naturale accompagnare questa trasformazione.

I.G. Come immagini Terraforma EXO tra dieci anni? Mentre parlavi mi veniva in mente l’idea di un museo a cielo aperto o di un centro permanente di sperimentazione. Ho la sensazione che, nel momento in cui un progetto come Terraforma si istituzionalizza, possa diventare anche una scuola, uno spazio dedicato alla ricerca e alla formazione. È una direzione in cui ti piacerebbe andare?
R.P. La Villa, insieme alla Fondazione Augusto Rancilio, sta sviluppando collaborazioni molto interessanti con istituzioni formative come l’Università degli Studi e il Politecnico di Milano. Anche noi ci stiamo muovendo nella stessa direzione: Radical School nasce proprio da questa evoluzione e, per me, rappresenta uno dei futuri possibili di Terraforma. Per quanto riguarda Terraforma EXO, invece, sono molto soddisfatto della trasformazione che siamo riusciti a compiere. È stato un cambiamento importante che, come ogni processo di trasformazione, ha richiesto molto lavoro e molta energia. Oggi, però, EXO è diventata una piattaforma riconosciuta e soprattutto flessibile. Era esattamente quello che desideravo. Per me questa flessibilità è anche una forma di ecologia. Significa non sentirsi obbligati a ripetere gli stessi processi o a rispondere alla logica del business, secondo cui bisogna necessariamente performare e ripresentarsi ogni anno nello stesso modo. Vuol dire poter rimettere continuamente in discussione il progetto: abbiamo costruito una piattaforma che può tornare a Milano, fermarsi per un anno oppure riaffiorare a Tokyo, in Messico o a New York. Questo, dal punto di vista della sostenibilità, è un risultato enorme. Mi sono liberato dalla pressione di dover riprodurre all’infinito lo stesso format e, allo stesso tempo, abbiamo raggiunto in poco tempo obiettivi che non mi sarei aspettato: il debutto al MoMA PS1, il Teatro Lirico di Milano, la collaborazione con la Fondation Cartier e artisti come Patti Smith e Soundwalk Collective. Mi ha colpito la tua immagine del museo a cielo aperto, perché in fondo era già presente nel progetto originario di Villa Arconati. L’idea era quella di riqualificare il parco, allestirlo con strutture sostenibili, pensate per essere montate, smontate e riutilizzate, un po’ come accade con il Serpentine Pavilion. Il passo successivo sarebbe stato creare un vero e proprio parco di opere e installazioni permanenti, capace di generare nuove forme di fruizione e di sostenibilità. È una visione molto ambiziosa, soprattutto per un’organizzazione indipendente come la nostra, che continua a sostenersi con le proprie risorse. Ma forse Terraforma è sempre nata da questo: immaginare possibilità che all’inizio sembravano quasi impossibili.