Oltre i padiglioni: feste e immaginari paralleli alla Biennale

L’8 maggio «ARTnews Italia» ha concluso il Public Program La Prima Volta con Storicità della dimensione underground e collaterale alla Biennale, terzo appuntamento della serie di incontri pensati per i giorni di pre-opening della Biennale Arte 2026 negli spazi di Panorama a Venezia. Moderato da Ilaria Giaccio, il talk ha riunito Giorgia Aprosio, Jacopo Miliani, Lorenzo Benedetti e Ilaria Mancia in una conversazione sulla Biennale come esperienza personale e dispositivo culturale diffuso, fatto non solo di mostre e padiglioni, ma anche di feste, eventi collaterali, incontri informali e linguaggi che nascono ai margini dell’istituzione.
Fin dall’inizio, il confronto si è mosso su un piano autobiografico e affettivo. Ilaria Mancia ha raccontato una “prima Biennale” quasi immaginata più che vissuta, evocando la Biennale del 1999 curata da Harald Szeemann come un’esperienza fondativa anche per chi non l’ha attraversata direttamente: «Mi succede spesso di vivere malinconicamente quello che ho perso». Giorgia Aprosio ha ricordato invece la propria prima Biennale nel 2011, visitata a sedici anni grazie a un professore del liceo artistico che aveva deciso di portare la classe all’opening: «Della Biennale non ricordo quasi nulla, ma ricordo le vibrazioni, i volti noti, la sensazione che la Biennale venisse fuori». Lorenzo Benedetti ha riportato il discorso agli anni Novanta, ricordando la Biennale del 1997 curata da Germano Celant e il primo incontro con Eva & Adele in Piazza San Marco: «La città diventava già allora una piattaforma».

La conversazione si è poi concentrata sul ruolo storico delle feste e degli eventi collaterali come parte integrante dell’ecosistema Biennale. Più che semplici occasioni mondane, le feste sono emerse come luoghi informali di costruzione di reti, attraversamento sociale e scoperta culturale. Benedetti ha raccontato la dimensione quasi “iniziatica” delle Biennali degli anni Novanta e Duemila, quando «imbucarsi alle feste era una missione», ricordando party storici come quelli organizzati da «Butt Magazine» al Piccolo Mondo o le serate sui vascelli veneziani: «L’importante era attraversare quella soglia». Un’esperienza molto diversa da quella contemporanea, oggi segnata da QR code, liste e dispositivi di accesso sempre più regolati.
Anche Jacopo Miliani ha sottolineato come le feste abbiano storicamente rappresentato spazi di incontro e produzione culturale: «Le feste sono una modalità per conoscere altre persone, performer, DJ, artisti. Sono esperienze culturali tanto quanto le mostre». Nel suo intervento sono emersi riferimenti alle feste al Morion, agli eventi dei padiglioni nazionali e ai party galleggianti nella laguna, descrivendo Venezia come un ecosistema in cui il confine tra spazio espositivo e spazio sociale tende continuamente a dissolversi.
Più che parlare di una scomparsa dell’underground, il talk ha ragionato sulla sua trasformazione. La dimensione collaterale della Biennale non coincide più necessariamente con luoghi nascosti o marginali, ma con la possibilità che emergano linguaggi inattesi dentro il sistema stesso dell’esposizione internazionale. «Forse l’underground di Venezia è l’acqua», ha osservato Mancia, indicando nella laguna, nelle piattaforme galleggianti e nei luoghi raggiungibili solo via mare una geografia alternativa capace di produrre esperienze fuori formato.

Da qui il confronto si è spostato sulle performance e sui linguaggi interdisciplinari che hanno attraversato questa edizione della Biennale. Più volte è stato evocato il Padiglione Austria di Florentina Holzinger, tra i lavori più discussi dell’edizione 2026. Per Mancia, la performance inaugurale nella laguna sud ha rappresentato «un prima e un dopo»: un rituale femminista e antipatriarcale capace di trasformare l’acqua veneziana in spazio scenico e simbolico. «La laguna tornava a essere messa in discussione attraverso il corpo», ha osservato, sottolineando come il lavoro di Holzinger abbia introdotto nella Biennale immaginari provenienti anche dal circo contemporaneo e dalle pratiche performative ibride.
Benedetti e Miliani hanno riflettuto criticamente sulla distinzione tra “spettatore” e “visitatore”, interrogando il rischio di una crescente spettacolarizzazione dell’esperienza artistica: «Lo spettatore è qualcuno che si siede, resta fermo, segue un tempo predefinito. Il visitatore invece costruisce da sé il proprio tempo e il proprio spazio» Allo stesso tempo, Milani ha proposto una possibile rilettura positiva della figura dello spettatore, richiamando implicitamente il concetto di “spettatore emancipato” elaborato da Jacques Rancière: «Vorrei togliere l’idea di spettacolarizzazione, ma mantenere la potenza che lo spettatore può avere».
Nel corso della conversazione è emerso anche come la Biennale continui a produrre inevitabilmente fallimenti, frizioni e momenti di disallineamento. Proprio questa dimensione instabile è stata letta da Miliani come una delle caratteristiche più interessanti dell’esperienza veneziana contemporanea: «La Biennale è una macchina talmente grande che fallisce sempre un po’». Una fragilità che, paradossalmente, lascia ancora spazio all’imprevisto, alla comparsa di nuovi linguaggi e a forme di esperienza non completamente controllabili.
Più che restituire una visione univoca della Biennale, il talk ha mostrato come oggi Venezia funzioni sempre più come un dispositivo fluido, attraversato da esperienze parallele, temporalità sovrapposte e comunità temporanee. Mostre, performance, feste, incontri casuali e rituali collettivi convivono in uno stesso ecosistema, trasformando la Biennale in qualcosa che eccede continuamente i propri confini istituzionali.

A chiudere la serata, il DJ set di Canva6 ha trasformato ancora una volta Panorama in uno spazio temporaneo di incontro, ascolto e relazione. Canva6 è il progetto musicale curato da Marco Farina, attivo in una ricerca sonora che attraversa elettronica ambient, tensioni atmosferiche e immaginari distopici. Il suo primo album, Ten Minutes to Midnight, pubblicato nel 2022 per Presto!? Records, sviluppa attraverso otto tracce una riflessione sonora costruita attorno a malinconia, sospensione e paesaggi emotivi rarefatti, e prolunga idealmente nella musica alcune delle atmosfere emerse durante il talk.