Shirin Neshat e le politiche della visibilità nell’era digitale

Shirin Neshat, “Do U Dare!”, 2025. Courtesy dell’artista; Gladstone; Lia Rumma Gallery, Milano / Napoli

Nel 2018, dopo mesi di coreografie e monologhi rabbiosi davanti alla videocamera, Nasim Najafi Aghdam entra armata nella sede centrale di YouTube in California: spara a tre persone e, successivamente, si toglie la vita. Prima ancora che un fatto di cronaca, la sua storia condensa alcune ossessioni profonde della nostra contemporaneità – la dipendenza dalla visibilità e la solitudine che pare non avere anestesia, e ancora la confusione tra identità e performance nello spazio digitale. Iraniana cresciuta in esilio negli Stati Uniti, Aghdam aveva costruito un multiverso fatto di musica e personaggi di finzione, trasformando sé stessa in un dispositivo di infinite rappresentazioni; quando la piattaforma chiude improvvisamente il suo account, percepisce questa decisione come una nuova forma di censura, non troppo diversa da quella da cui la sua famiglia era fuggita anni prima. E proprio da questa donna prende ispirazione “Do U Dare!”, la trilogia filmica che Shirin Neshat presenta negli spazi veneziani di Palazzo Marin.

Shirin Neshat, “Do U Dare!”, 2025. Courtesy dell’artista; Gladstone; Lia Rumma Gallery, Milano / Napoli

Curato da Ilaria Bernardi e Bartolomeo Pietromarchi, il progetto segna senz’altro un nuovo capitolo nella ricerca dell’artista che da più di trent’anni lavora sul rapporto tra identità femminile, esilio e politiche dello sguardo: nata in Iran nel 1957 e arrivata a New York poco prima della rivoluzione khomeinista, Neshat ha costruito gran parte della propria pratica attorno alla sua condizione di dissidente e sullo scarto continuo tra orgoglio identitario e assimilazione. Già nel 2025, l’artista aveva inaugurato due mostre in Italia, e in particolare a Milano: se la retrospettiva “Body of Evidence” al PAC permetteva di approfondire temi storici dell’artista come il dualismo tra Oriente e Occidente, tra collettività e individuo, la prima incarnazione di “Do U Dare!” alla Galleria Lia Rumma portava quelle stesse tensioni nel rapporto tra corpo e media nell’epoca digitale.

Shirin Neshat, “Do U Dare!”, 2025. Courtesy dell’artista; Gladstone; Lia Rumma Gallery, Milano / Napoli

“Do U Dare!” infatti concentra la sua riflessione dentro l’ecosistema mediatico contemporaneo: non più soltanto il potere statale o religioso, ma anche piattaforme, algoritmi e culture digitali diventano strumenti capaci di modellare la percezione di sé. In questo senso, la figura di Nasim Aghdam appare quasi paradigmatica; migrante e creator, performer e allo stesso tempo outsider, sospesa tra un bisogno di appartenenza e una sovraesposizione assai pervasiva. Nella trilogia di Shirin Neshat, Brooklyn, Wall Street e il sobborgo newyorchese in cui Nasim registrava i propri video diventano regimi di visibilità: la marginalità degli immigrati si sovrappone in azione al capitalismo spettacolarizzato e all’autorappresentazione, costruendo un paesaggio in cui realtà e performance sembrano indistinguibili. Ciò che emerge è il modo in cui oggi lo sguardo stesso, mediato dagli schermi, sia diventato uno dei principali terreni di conflitto.

Shirin Neshat, “Do U Dare!”, 2025. Courtesy dell’artista; Gladstone; Lia Rumma Gallery, Milano / Napoli

Nel primo episodio, Nasim (impersonata da Pegah Ferydoni) attraversa una comunità segnata da esclusione sociale e alienazione culturale, osservando da vicino la violenza accuratamente nascosta dietro il mito dell’American Dream; nel secondo, ambientato a Manhattan, la folla di colletti bianchi e passanti viene attratta dalla sua voce, rendendola una figura dal sapore messianico; l’ultimo capitolo, invece, si svolge nello spazio domestico, dove il corpo si moltiplica in una sequenza di travestimenti e simulazioni. In fondo, il mondo di Nasim Aghdam è costruito interamente su una domanda: che cosa significa esistere, quando ogni identità sembra dover passare attraverso un’esposizione pubblica? Neshat intercetta questa tensione senza trasformarla in una riflessione moralistica sul web o sui social media; al contrario, mette in scena un sistema visivo ambiguo e instabile, attrattivo e respingente, mostrando come le infrastrutture mediatiche producano attivamente identità e comportamenti, anziché limitarsi a trasmettere immagini.

Dal 9 maggio al 6 settembre 2026; Palazzo Marin, Fondamenta Narisi 2541, Venezia.