Elegy: cordoglio e presenza. Gabrielle Goliath a Venezia 

di | 11 mag 2026
Gabrielle Goliath, Elegy, 2026. Veduta dell’installazione. Chiesa di Sant’Antonin, Venezia. Courtesy dell’artista. Foto di Luca Meneghel

Elegy è una frattura: da quel punto instabile in cui il dolore collettivo cerca ancora una forma di possibile presenza. Elegy è una veglia vocale, è un coagulo di viscere sonore della memoria che si situa nell’interstizio tra esistenza e assenza. Non è un canto, ma una fragile architettura di respiri, un’abitazione corale del cordoglio. È il suono del lutto che diviene resistenza. 
L’artista sudafricana Gabrielle Goliath definisce Elegy «un lavoro di lutto che attraversa tutta la vita, un grido, un lamento, un tenero ritornello della memoria, un gesto di riparazione della vita femminista nera». Da oltre un decennio l’artista presenta Elegy in diversi contesti del mondo come un rito di presenza del lutto, attraversando le ferite politiche e sociali inscritte nei corpi marginalizzati. L’opera dà voce al trauma dei femminicidi sistemici nella società sudafricana, alla violenza strutturale della cultura dello stupro, alla rimozione storica dei genocidi Ovaherero e Nama in Namibia, fino allo sfollamento forzato e all’uccisione continua di donne, bambini e civili palestinesi. Originariamente selezionata per la 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Elegy è stata in seguito controversamente censurata dal ministro sudafricano dello Sport, delle Arti e della Cultura Gayton McKenzie, che ne ha contrastato il riferimento alle vittime civili palestinesi. Ma proprio attraversando tale segregazionismo istituzionale, l’opera ha acquistato una nuova forza politica e simbolica: sottratta allo spazio ufficiale della rappresentazione, Elegy si riconfigura oggi come presenza autonoma e dissidente all’interno della chiesa di Sant’Antonin a Venezia, dove rimarrà fino al 31 luglio 2026, prima di intraprendere un itinerario internazionale che la porterà in diversi paesi nei mesi successivi. In uno spazio inedito, raccolto e meditativo come quello della chiesa di Sant’Antonin, Goliath ricostruisce un contro-rito del cordoglio, in grado di opporsi alle logiche della cancellazione attraverso la persistenza – fragile ma monumentale – delle voci marginalizzate.

Gabrielle Goliath, Elegy, 2026. Veduta dell’installazione. Chiesa di Sant’Antonin, Venezia. Courtesy dell’artista. Foto di Luca Meneghel

Lo spazio sacro diviene un solenne mausoleo dal quale emergono otto monolitici schermi funerari che condensano il decennale impegno di Goliath nella performance Elegy in Sudafrica e nel resto del mondo. Attraverso queste presenze video, l’artista dà forma all’assenza: quella di donne, persone LGBTQIA+ e identità marginalizzate obliate da sistemici atti istituzionalizzati di violenza razziale, di genere e sessuale. In ogni performance, un gruppo di sette cantanti sostiene collettivamente un’unica nota ossessiva per la durata di un’ora. Quando la voce di una vacilla e si spezza, un’altra subentra per raccogliere la nota in un circolo corale e ipnotico: è un suono fisico e faticoso che mette a nudo la fragilità del respiro. Lo spettatore sperimenta il peso della perdita in un’esperienza di empatia traumatica che trattiene nella dimensione del lutto e permette di renderlo abitabile. Le donne che partecipano al pianto rituale sono contemporanee praefiche che continuano a stratificare voci in una tessitura continua che oscilla tra presenza fisica e astrazione sonora: a tratti il suono pare smarrire la propria origine corporea, rarefacendosi in vibrazione ambientale, in risonanza. Lo spazio si condensa fino al raggiungimento della massima tensione: la precarietà della vibrazione liturgica sul perenne punto di spezzarsi diviene il luogo in cui poter fare esperienza del lutto. Nella chiesa risuonano tre nuove suite performative di Elegy che attraversano territori distinti ma profondamente intrecciati dalla violenza in una costellazione di memorie vocali e visive che tiene uniti i singoli eventi all’interno di uno spazio di cordoglio condiviso. Ogni ciclo di Elegy si struttura attorno alla commemorazione di una specifica identità o di un evento segnato dalla violenza sistemica e dalla perdita: tra le figure evocate emergono la studentessa sudafricana Ipeleng Christine Moholane, vittima di un brutale femminicidio del 2014; le due donne nama assassinate dal progetto genocidario coloniale perpetrato dalle forze tedesche tra il 1904 e il 1908; fino alla poetessa palestinese Heba Abunada, uccisa in un attacco aereo israeliano a Khan Yunis, Gaza, nell’ottobre del 2023. L’invocazione al ricordo costruita attraverso voci e corpi diviene un invito collettivo all’ascolto e alla prossimità, tramutandosi in un esercizio empatico di cura condivisa e solidarietà. Elegy, così, rappresenta un convocarsi reciprocamente, un incontro transnazionale di voci, un lavoro di presenza rivolto a quelle assenze rese minoritarie e obliate dalla storia. È l’anamnesi di ciò che è margine. Il “minore” non è una categoria residuale bensì una condizione strutturale di vite valutate in modo diseguale: una posizione di marginalizzazione inscritta razzialmente e sempre segnata dal genere, che determina gerarchie di visibilità, ascolto e riconoscimento. Le identità marginalizzate nere, femminili, indigene e queer risultano soggetti scopici, esclusi dal campo di rappresentazione e dall’accesso alla forma: entrare nello spazio del “minore” significa allora collocarsi nel campo di coloro che sono posti ai margini della cornice normativa e gerarchica della rappresentazione.

Gabrielle Goliath, Elegy, 2026. Veduta dell’installazione. Chiesa di Sant’Antonin, Venezia. Courtesy dell’artista. Foto di Luca Meneghel

Goliath, indagando quelle soggettività rese “minori” e attraversate da codici di differenziazione, si pone trasversalmente alle strutture sistematiche dell’arte attuale: ad esse sostituisce un’etica dell’incontro, costruita per corrispondenze, collaborazioni, forme molteplici e complesse di comunità come entità potenziali. Collocare Elegy nel contesto veneziano non implica la volontà di ottenere legittimazione all’interno dell’ordine dominante della rappresentazione, né di affermare il “minore” come semplice opposizione simbolica o nuova identità artistica. L’opera sceglie piuttosto di sostare dentro una condizione di instabilità e frattura condivisa, attraversando criticamente le crepe, le esclusioni e le crisi che strutturano i dispositivi contemporanei della rappresentazione culturale ed estetica. Elegy interviene dunque con l’atto di ricordare: ricordare come manifestazione di una presenza ma anche come riempimento di un’assenza, come reazione ma anche come meditazione, come passato e come futuro. Così, infatti, campeggia la frase che impera sulla facciata della chiesa di Sant’Antonin: «Elegy is wound and medicine when mourning itself is under threat[1]».

Dal 5 maggio al 31 luglio 2026; chiesa di Sant’Antonin, Salizada S. Antonin, Castello 3477, Venezia; info

[1] «Elegy è ferita e medicina quando il lutto stesso è minacciato». Da un intervento di Christina Sharpe & Rinaldo Walcott per «Hyperallergic».