Taring Padi a Sale Docks: iconografie della resistenza

«Ibu bumi wis maringi, ibu bumi dilarani, ibu bumi kang ngadili» (madre terra ci ha dato, madre terra è ferita, madre terra giudicherà).
Dono, ferita e giudizio. Nella tradizione giavanese la figura della Madre Terra – Ibu Bumi – è concepita come un soggetto attivo: dà, subisce e infine giudica. In questa tripartizione si condensa una visione relazionale del mondo all’interno della quale l’umanità è inscritta in un sistema di reciprocità e responsabilità. La Terra è un’entità viva e dialogica, è un corpo sociale che respira. Il mantra nasce come preghiera contadina cantata dai lavoratori delle montagne di Kendeng a Giava Centrale come atto di resistenza collettiva contro la distruzione ambientale causata dalla cementificazione delle terre. Con questo canto – archivio vivente di una genealogia della resistenza, in cui si coagulano corpi, pratiche e memorie – il 3 maggio 2026 il collettivo di artisti e attivisti Taring Padi ha inaugurato, in forma corale, l’esposizione “Taring Padi: People’s Liberation” negli spazi veneziani di Sale Docks, in corso fino al 31 luglio 2026.
L’esposizione si configura come il punto di condensazione di una presenza protratta e stratificata di Taring Padi nella città di Venezia. “Taring Padi: People’s Liberation” è il risultato di anni di lavoro situato, costruito attraverso una pratica di radicamento e tessitura di relazioni sul luogo operato per connessioni, attivazioni e attraversamenti di contesti locali e sociali. Racchiude al suo interno la serie dei monumentali banner Peolple’s Justice prodotti collettivamente in giro per il mondo tra il 2023 e il 2026 come risposta alla dura censura che gli artisti subirono a Documenta 15: Taring Padi ha voluto recuperare il banner censurato al fine di risignificarlo e estenderlo in una piattaforma di mobilitazione condivisa, in cui l’oggetto artistico possa tornare ad essere uno strumento nomadico ed itinerante di protesta e resistenza. In questo senso, la mostra – e l’arte di Taring Padi – diviene un dispositivo che rende visibile la sedimentazione di processi e relazioni costruiti nel tempo con la condivisione e la solidarietà. Una pratica che si situa e si radica nei contesti, che apre spazi d’incontro e sperimenta forme di coabitazione; un’ecologia della resistenza – insieme corporea e relazionale – che genera possibilità di alleanza e ridefinisce il rapporto tra arte, comunità e azione politica.

Il collettivo di artisti e attivisti Taring Padi nasce in Indonesia, nel contesto di Yogyakarta, negli ultimi anni del regime del Nuovo Ordine di Suharto. Costituitosi formalmente nel 1998 come Lembanga Budaya Kerakyatan (Istituto di Cultura Orientata al Popolo) inizia ad operare nel periodo di Reformasi Indonesiana occupando alcuni spazi dell’Akademi Seni Rupa Indonesia con la missione di far rivivere la cultura popolare, promuovere e definire strategie per un fronte unito a sostegno del cambiamento democratico. La loro pratica si configura come una forma di resistenza collettiva in cui prassi artistica e attivismo si contaminano: Taring Padi diviene così un laboratorio di dissidenza e populismo artistico in cui la produzione culturale opera come dispositivo di emancipazione politica, sociale e identitaria. Centrale, in questo senso, l’utilizzo di medium popolari come striscioni, banner e cartelli, utilizzati non solo come oggetti estetici ma come piattaforme performative e politiche. La costruzione collettiva dei wayang kardus rappresenta a pieno la pratica di Taring Padi: i wayang sono marionette di cartone utilizzate nelle proteste di strada come strumenti di moltiplicazione simbolica dei corpi, amplificatori e costruttori di un immaginario condiviso ma che al contempo offrono anche riparo. Questa esperienza riprende la forma teatrale tradizionale del wayanggiavanese, ma la rielabora come dispositivo dinamico all’interno delle prassi di lotta e resistenza dal basso: il cartone, da merce diasporica e contenitiva, si trasforma in un medium artistico popolare e polifonico, capace di farsi veicolo di narrazioni e rivendicazioni.

La dimensione collettiva del gruppo si radica anche all’interno del contesto quotidiano seguendo il principio del nongkrong. Il nongkrong – traducibile come “rilassarsi” e “condividere tempo insieme” – si riferisce a una modalità informale di trascorrere e condividere del tempo per attivare relazioni, favorire la coesione sociale e scambiare idee, parte integrante della vita culturale giovanile indonesiana. Il nongkrong come pratica di radicamento, con Taring Padi, diviene un terreno generativo e uno spazio di confronto sovversivo che permette loro di entrare all’interno dell’epidermide sociale di un luogo e costruire un’azione situata. Nel corso degli anni, diverse generazioni si sono succedute all’interno del collettivo, mantenendo però costante il radicamento in contesti urbani e rurali, operando una collaborazione diretta con le comunità. A Venezia, gli artisti hanno ricreato una dimensione di nongkrong, trasformando la città in uno spazio da attraversare e abitare in congiunzione con la comunità locale. L’intervento pittorico sui muri esterni dello storico Laboratorio Occupato Morion, i canti popolari nei campi veneziani, le sessioni di stampa xilografica collettiva, i corpi che danzano scalzi sulle matrici lignee, i wayang kardus che animano le calli, fino ai grandi banner dispiegati negli spazi di Sale Docks: ogni gesto si è sedimentato nel tempo e nello spazio come parte di un’unica grande pratica. Ciò che ne emerge è una mappatura relazionale della città, una “psicogeografia” della resistenza artistica, in cui lo spazio urbano si tramuta in un campo attraversato da connessioni e gesti condivisi.

All’interno di Sale Docks imperano i sei monumentali banner della serie People’s Justice immersi in una selva di arazzi, striscioni e wayang. I banner si configurano come delle grandi genealogie della giustizia sociale, pullulanti di volti, corpi e scritte che si incastrano e si stratificano tra loro. Lo stile grafico e icastico delle figure riecheggia il Realismo socialista indonesiano e le fanzine satiriche di politica attiva dal basso: contadini e manifestanti affollano le complesse scene reggendo cartelli e stringendosi i pugni con i volti dilaniati e tumefatti dal dolore delle ingiustizie ambientali e sociali. Ne risultano rappresentazioni monumentali e archetipiche della storia indonesiana e delle sue fratture coloniali, che non si chiudono in una dimensione locale ma si aprono a una lettura più ampia: quella degli squilibri globali e delle forme di ingiustizia che attraversano l’umanità nel suo complesso. È la microstoria popolare che diviene una voce universale: le rivolte contadine del Kendeng contro l’espansione delle industrie, i rituali di condivisione di cibo, le ingiustizie subite dai popoli indigeni Noongar, il massacro dei contadini brasiliani di Eldorado do Carajás, la resistenza popolare indonesiana contro le navi dei coloni olandesi, fino alla solidarietà con la causa palestinese. Iconografie della resistenza. A vegliare su tutto, la figura di Ibu Bumi, che sparge le sue radici e condivide i suoi frutti. Alla fine dell’esposizione riecheggia l’evocazione del People’s Justice originario: un video mostra il momento in cui il 20 giugno 2022, durante Documenta 15, a Kassel, il banner venne coperto da un telo nero prima di essere smantellato l’indomani. Ciò che rimase, nell’arco di quella giornata, fu un monumento alla censura. Adesso, quell’opera rivive all’interno di quattro anni di radicamento in giro per il mondo che ha prodotto, in collaborazione con collettivi, comunità e culture differenti, l’intera serie di People’s Justice tramutando un atto di censura in un dispositivo di resistenza collettiva.
Dal 3 maggio al 31 Luglio 2026; Sale Docks, Dorsoduro 265, 30123, Venezia; info