Quando il linguaggio non basta. Conversazione con Simone Frangi sul nuovo ciclo di mostre di Centrale Fies

di | 24 lug 2026
Monia Ben Hamouda, solo show, 2026. Veduta dell’allestimento. Centrale Fies, Dro (TN). Foto di Roberta Segata

«Ci sono luoghi che vanno tenuti a mente in un altro modo: con l’immaginazione del corpo che si muove in uno spazio d’affezione». Così Gianni Celati raccontava la valle del Po. A Centrale Fies siamo nella valle del Sarca, a Dro, in provincia di Trento, ma negli anni questo luogo è diventato anch’esso uno spazio d’affezione per generazioni di artisti, curatori, ricercatori e pubblici: un luogo in cui si raccoglie una potenza di accumulo dell’immaginario, in cui si torna non solo per produrre o presentare un lavoro, ma per continuare a interrogare insieme il presente e immaginare futuri possibili.
Durante i tre giorni di LIVE WORKS SUMMIT è stato inaugurato anche il nuovo programma espositivo di Centrale Fies, affidato alla curatela di Simone Frangi e Barbara Boninsegna. Dopo due trilogie di mostre collettive ospitate nelle Gallerie Trasformatori dal 2020, il nuovo corso prende avvio con una personale di Monia Ben Hamouda (1991), artista italo-tunisina nata a Milano da madre italiana e padre tunisino. La mostra invita a sostare in una zona di ambiguità, dove identità, memoria e linguaggio rimangono aperti.
Ben Hamouda trasforma le Gallerie Trasformatori in un ambiente in cui monumentali sculture in acciaio dialogano con sabbia e spezie. Al centro della sua pratica vi è l’eredità della calligrafia islamica trasmessa dal padre, che l’artista rielabora come materia capace di generare nuove forme e possibilità di relazione. In continuità con la tradizione dell’aniconismo islamico, che privilegia il testo e l’ornamento rispetto alla rappresentazione figurativa, le opere resistono a interpretazioni univoche. Ispirandosi alla poesia najdita, forma vernacolare sviluppatasi nella penisola arabica nel XVI secolo, Ben Hamouda immagina il linguaggio come un organismo vivo, capace di mutare, migrare e generare continuamente nuovi significati. Alla monumentalità dell’acciaio si contrappongono la precarietà e la mutevolezza di sabbia e spezie, materiali che rimandano tanto alle rotte commerciali e alla storia coloniale del Mediterraneo quanto all’idea di un’identità mai stabile o definitiva.
Che cosa succede quando il linguaggio non basta? È una domanda che ha attraversato molti dei lavori presentati durante Live Works. Gli artisti suggerivano che esistono esperienze che sfuggono alla possibilità di essere pienamente nominate, e che proprio in questo scarto si apre uno spazio di immaginazione e trasformazione. Anche nelle giornate di Live Works il linguaggio sembra perdere la propria capacità di nominare pienamente l’esperienza: il suono costruisce un muro, ma non respinge; il corpo attraversa uno spazio di soglia che sfugge alla rappresentazione; la performance sospende il significato prima ancora di produrlo. Più che comunicare qualcosa, molte delle opere costruiscono un’esperienza che eccede il linguaggio.
Questo interrogativo attraversa anche la mostra di Monia Ben Hamouda e, più in generale, il nuovo programma espositivo di Centrale Fies. Dalla conversazione con il curatore Simone Frangi emerge la volontà di Fies di essere un luogo di ricerca e produzione che sceglie di lavorare con pratiche capaci di mettere in discussione i linguaggi dominanti, le narrazioni consolidate e le forme di rappresentazione più convenzionali, aprendo spazio a ciò che eccede il linguaggio, che resta irrisolto e continua a sfuggire alle categorie attraverso cui organizziamo il nostro modo di fare esperienza del mondo.

Simone Frangi. Courtesy di Centrale Fies

Eugenia Pacelli Con questa mostra inauguri un nuovo ciclo espositivo a Centrale Fies. Qual è la visione che lo guida? C’è una domanda comune che attraverserà le prossime mostre o preferisci che ogni progetto costruisca un proprio lessico?

Simone Frangi Abbiamo deciso di provare a spostarci dalle mostre collettive alle personali. Le collettive sono state fondamentali: ci hanno permesso di lavorare su questioni teoriche articolate, affrontandole attraverso punti di vista differenti. Sentivamo però il desiderio di sperimentare un altro formato. In realtà era un’idea che avevamo già esplorato nel 2020 con la personale di Madison Bycroft, realizzata in concomitanza con la prima mostra della trilogia “Antimoderna”. Quell’esperienza ci aveva convinto molto e abbiamo deciso di tornarci, dandoci un orizzonte di tre anni per sviluppare questo nuovo programma. L’intenzione, che naturalmente potrà evolvere nel tempo, è quella di lavorare soprattutto con artiste e artisti emergenti o mid-career, con una particolare attenzione a soggettività femminili e female-identifying. È una direzione che nasce anche dall’esperienza di Live Works: pur senza dichiararlo esplicitamente, la piattaforma ha sempre sostenuto pratiche che affrontano questioni politiche e sociali a partire da queste soggettività, e ci piacerebbe proseguire su questa linea. Non è una scelta contro la mostra collettiva, ma una scelta metodologica. Avevamo voglia di approfondire il dialogo con una singola ricerca, di confrontarci più a fondo con il rapporto tra un’artista e uno spazio complesso come Centrale Fies. Non è uno spazio semplice da abitare: la sua storia industriale e la sua dimensione architettonica chiedono ogni volta di essere ripensate anche dal punto di vista installativo.

Monia Ben Hamouda, solo show, 2026. Centrale Fies, Dro (TN). Foto di Roberta Segata

E.P. Quali aspetti della ricerca di Monia Ben Hamouda ti sembravano particolarmente significativi per aprire una nuova fase del programma espositivo?

S.F. Con Monia ci interessava innanzitutto esplorare il rapporto tra la sua pratica e lo spazio. Volevamo riportare in Italia un lavoro che aveva presentato alla Ferme du Buisson e che qui si era visto molto poco, nonostante negli ultimi anni la sua ricerca abbia avuto una grande visibilità internazionale. Abbiamo cercato soprattutto di valorizzare la dimensione installativa del suo lavoro: il dialogo tra le grandi strutture metalliche, la sabbia, il deserto, le spezie. È una ricerca che mette continuamente in relazione il contesto italiano con la tradizione culturale trasmessale dal padre, calligrafo islamico, e che costruisce un ambiente capace di trasformare lo spazio, più che semplicemente di occuparlo. Sembrava importante riportare all’attenzione proprio questa dimensione del suo lavoro, forse meno conosciuta in Italia: quella legata al paesaggio, alle dune, al deserto e a un approccio profondamente ambientale. Ci è sembrato il punto di partenza ideale per inaugurare questo nuovo ciclo.

Monia Ben Hamouda, solo show, 2026. Centrale Fies, Dro (TN). Foto di Roberta Segata

E.P. Parlando della mostra hai detto che il lavoro di Monia si confronta con la funzione del linguaggio, ma soprattutto con la sua incapacità di esprimere pienamente ciò che viviamo. Mi sembra un tema che attraversa anche molte delle performance di Live Works. È una coincidenza o riconosci una sensibilità condivisa?

S.F. La questione del linguaggio è estremamente presente nel lavoro di Monia. Una delle sue principali fonti d’ispirazione è la poesia najdita, una tradizione poetica precoloniale della penisola arabica. Ci interessava creare un dialogo tra la sua mostra, MoonJar di Kat Válastur e il live di Aho Ssan perché tutti e tre i lavori condividono una tensione verso ciò che non è immediatamente rappresentabile: l’invisibile, il sovrannaturale, una dimensione altra. Nel lavoro di Monia questa tensione passa attraverso il linguaggio, ma anche attraverso il deserto, che appare come uno spazio vuoto e invece è densamente abitato da altre presenze. C’è poi una questione formale: le forme calligrafiche ereditate dalla tradizione paterna si sciolgono, cambiano direzione, perdono la loro funzione originaria di rimandare a un significato preciso e diventano altro. Evocano elementi vegetali, animali, forme che sembrano familiari ma che sfuggono continuamente a un’identificazione univoca. Anche nel lavoro di Kat Válastur il linguaggio è centrale. MoonJar nasce da una lunga ricerca sulle tecnologie oracolari del Mediterraneo e sull’accesso a una dimensione altra attraverso il corpo e il suono. Quei grandi oggetti, che ricordano seni, ventri e recipienti, possono essere abbracciati e attraversati dal respiro: riportano al centro il ruolo del femminile nelle culture euro-mediterranee, in un momento storico in cui quell’area era ancora profondamente sincretica. La collaborazione con Aho Ssan apre invece una prospettiva afrofuturista. Pur non appartenendo ai linguaggi musicali storicamente associati all’afrofuturismo, il suo lavoro è attraversato da quella tensione verso un futuro speculativo capace di incidere sul presente. È un artista molto legato a una nuova generazione francese che sta ripensando l’eredità dell’afrofuturismo dentro il contesto sociale e politico della Francia contemporanea. I suoi enormi muri di suono sembrano inizialmente chiudere lo spazio, ma poco a poco si aprono, lasciando intravedere un orizzonte diverso. Era proprio questa apertura verso un altrove che ci interessava mettere in relazione con il lavoro di Monia e di Kat.

Monia Ben Hamouda, solo show, 2026. Centrale Fies, Dro (TN). Foto di Roberta Segata

E.P. In questi giorni mostra e Live Works convivono negli stessi spazi senza sovrapporsi. Che tipo di dialogo immagini tra il programma espositivo e la piattaforma dedicata alla performance?

S.F. Vorremmo che la mostra dialogasse ogni anno con ciò che accade durante Live Works. Non ci interessa costruire un programma attorno a un tema comune, ma creare una conversazione. Mi piace pensare a un fil rouge, a un’atmosfera, a un sentimento condiviso che attraversi i diversi linguaggi senza costringerli in una lettura univoca. Anche le mostre continueranno ad avere una componente processuale e performativa, così da far emergere un dialogo con ciò che accade negli altri spazi di Centrale Fies. Nel lavoro di Monia, per esempio, la gestualità rimane presente nei depositi di spezie e pigmenti, come traccia di un’azione che continua a risuonare nello spazio. L’opening inaugura l’intera programmazione estiva e, proprio per questo, ha un ruolo particolare. Non presenta soltanto una mostra: è anche uno statement rispetto alle pratiche che scegliamo di sostenere e al modo in cui vogliamo farlo. Centrale Fies, fin dalla sua nascita, non ha mai sentito il bisogno di dichiarare programmaticamente la propria posizione; lo ha fatto nei fatti, sostenendo pratiche che spesso faticavano a trovare uno spazio altrove, soprattutto quando mettevano in discussione i confini disciplinari o affrontavano questioni politiche e sociali complesse. L’opening ha anche una funzione diversa rispetto a Live Works. È un momento gratuito, più accessibile, che può rappresentare una soglia d’ingresso. Ci interessa pensarlo come un invito, quasi un teaser, verso quello che accadrà nei giorni successivi. Quest’anno questa dinamica ha funzionato: molte persone sono tornate per seguire il programma del festival dopo aver scoperto Centrale Fies proprio attraverso l’inaugurazione della mostra.

Monia Ben Hamouda, solo show, 2026. Centrale Fies, Dro (TN). Foto di Roberta Segata

Ripensando ai giorni trascorsi a Live Works, continua a riaffiorare l’immagine di un linguaggio che si dissolve. Born to Lose di Publik Universal Frxnd, la riflessione di Hannah Proctor, ma anche molte delle opere presentate hanno interrogato il rapporto tra linguaggio, identità e rappresentazione. Le forme calligrafiche di Monia Ben Hamouda perdono la loro funzione originaria per trasformarsi in altro; l’urlo condiviso di Katerina Andreou e Mélissa Guex rompe i confini tra voce individuale e collettiva; il corpo di Kat Válastur apre una relazione con una dimensione invisibile; i muri di suono di Aho Ssan costruiscono un’esperienza che precede la parola; Tiziano Cruz trasforma il lutto personale in un’esperienza collettiva di cura; le mnemonic interruptions di Abdul Halik Azeez interrompono la linearità della storia per immaginare altre possibilità del presente. Forse il fallimento evocato da molti lavori coincide proprio con il venir meno di un linguaggio univoco. Ed è in questa apertura che sembra prendere forma anche il nuovo ciclo espositivo di Centrale Fies.