Quando ascoltare diventa un gesto politico. OPEN GROUP in conversazione con Sofia Baldi Pighi

In occasione della presentazione di Repeat After Me II a Centrale Fies, nell’ambito di LOVE IS POLITICAL, Sofia Baldi Pighi ha dialogato con OPEN GROUP, collettivo ucraino fondato a Leopoli nel 2012. Oggi il gruppo è composto da Yuriy Biley, Pavlo Kovach e Anton Varga, che vivono e lavorano tra Ucraina, Polonia, Germania e Stati Uniti; uno dei tre membri presta servizio nelle forze armate ucraine. OPEN GROUP sviluppa opere partecipative che intrecciano memoria, esperienza personale e questioni politiche contemporanee.
Presentata per la prima volta nel Padiglione Polacco della 60. Biennale di Venezia nel 2024, Repeat After Me II invita civili ucraini a ricostruire attraverso la voce i suoni delle armi che hanno imparato a riconoscere vivendo la guerra. In uno spazio che richiama un bar karaoke, il pubblico è chiamato a ripetere quei suoni, trasformando l’ascolto in un gesto di partecipazione.
La conversazione che segue tra Sofia Baldi Pighi, OPEN GROUP (Yuriy Biley, Pavlo Kovach e Anton Varga) e la curatrice Marta Czyż affronta il rapporto tra memoria, trauma, responsabilità, traduzione e ruolo delle istituzioni culturali.


Sofia Baldi Pighi Repeat After Me II non è una semplice installazione interattiva: è un’opera che interroga la posizionalità di chi guarda. In un bar distopico, a farci da “insegnanti di canto” sono cittadini ucraini che, con drammatica meticolosità, ricordano ogni intonazione: la sirena d’allarme, il fischio di un razzo, il fragore di un carro armato, il rumore dell’AK-47. L’opera lascia a ciascuno la scelta se ripetere o solo ascoltare. Possiamo ripetere, questi suoni? Ne abbiamo il diritto? Il nostro orecchio, abituato alla pace, non li ha mai sentiti, se non al cinema. O forse dobbiamo sforzarci e provare, anche sbagliando – perché “repeat after me” è l’unica cosa che quelle persone, dallo schermo, ci stanno chiedendo.
Dopo il Padiglione Polacco alla Biennale di Venezia 2024, curato da Marta Czyż, l’opera è stata presentata oltre cinquanta volte – da Berlino a Varsavia, New York, Londra, Biarritz, Bruxelles, Mänttä, Gwangyang – e tre volte in Ucraina. Che cosa avete imparato osservando il pubblico? Chi sceglie di cantare e chi di esitare? E cosa ha significato presentare l’opera a casa?
OPEN GROUP (Yuriy Biley) Più ci si avvicina al confine ucraino – o più le persone hanno un’esperienza diretta con l’Ucraina e i suoi rifugiati –, più diventa difficile partecipare al karaoke: è come se la prossimità definisse la difficoltà del gesto. Il pubblico dell’Europa occidentale, americano o asiatico, più distante dall’invasione, trova il coraggio di cantare. Quel pubblico non collega i suoni alla guerra in Ucraina, alla propria città o alla propria casa, ma li riconduce a eventi storici lontani, a volte cinematografici: chi ha il privilegio della pace non ha un legame diretto con i suoni della guerra. Ma ci sono eccezioni: in Finlandia ad esempio – che confina con la Russia lungo un’estesa frontiera – l’opera è diventata un vero momento di apprendimento: le persone l’hanno vissuta come un manuale da imparare, qualcosa che un giorno potrebbe servire. Poi c’è l’Ucraina, dove l’abbiamo mostrata tre volte. All’inizio avevamo paura di traumatizzare ancora, poi abbiamo capito che gli ucraini volevano vedersi e riconoscersi: vedere connazionali provenienti da città diverse (Merefa, Odesa, Kherson, Mariupol, Kamianske, Bila Tserkva, Druzhkivka, Kyiv) ricongiungersi sullo schermo, nello spazio pubblico. Repeat After Me II ha dato forma a un lutto nazionale, un intero Paese di quasi quaranta milioni di persone. E anche lì le esperienze cambiano: più sei lontano dal fronte, meno suoni conosci; più ti avvicini, più impari a riconoscerli.

S.B.P. Trattare una guerra ancora in corso attraverso un karaoke è imprevisto: il perbenismo dei Paesi in pace non accosterebbe mai queste due cose. Eppure la scelta più radicale dell’opera è un’assenza: non c’è nessuna immagine violenta, la morte non è mai rappresentata. Mi viene in mente Susan Sontag, che in Davanti al dolore degli altri (2003) mette in guardia dal modo in cui l’immagine della sofferenza rischia di rovesciarsi in spettacolo. Sontag si arresta alla soglia del non mostrare, e OPEN GROUP va oltre: al posto del dolore esibito mette i sopravvissuti, e con loro una conoscenza concreta. Il trauma sonoro diventa trasmissione – i civili non sono soltanto vittime, ma chi ha imparato a riconoscere il pericolo e lo insegna a chi ancora ha il privilegio di non aver mai sentito quei suoni. È qui che la vulnerabilità si rovescia in fierezza: nei sottotitoli che accompagnano le voci è l’opera stessa a misurare la sproporzione che l’Ucraina affronta – un rapporto d’artiglieria «di dieci a uno a favore della Russia», fino a 50.000 colpi al giorno, un volume di fuoco «paragonabile alle dimensioni della Seconda Guerra Mondiale». Un Paese sottoposto a tutto questo, eppure ancora in piedi, che trasforma ciò che ha subìto in un sapere da consegnare. Nella mia lettura è qui la posta del lavoro: Repeat After Me II assume una funzione civica, e il suono si fa strumento pedagogico.
O.P. (Anton Varga) È vero, non c’è nessuna immagine esplicita della guerra. Una scelta consapevole: abbiamo realizzato diversi lavori sulla guerra senza mai far leva sulla sua natura grafica. Ci interessa un’altra cosa: la condizione della persona comune, del civile che si ritrova nella catastrofe. Tu cosa faresti? A cosa ti abitueresti, e cosa continuerebbe a sconvolgerti ogni giorno? Siamo arrivati al suono – un aspetto molto sottile, un dettaglio minimo dell’esperienza di stare in una zona di combattimento. Il punto di partenza è stato un opuscolo in caso di emergenza o di guerra, stampato circa due mesi prima dell’invasione, quando il governo dichiarava che non ci sarebbe stata. In parallelo, il Ministero della Cultura pubblicava questo manuale: se dovesse succedere qualcosa, ecco cosa sapere. E spiegava che il suono è fondamentale, perché dal suono capisci che arma hai vicino e cosa fare. In sostanza: se sei un civile, buona fortuna – ascolta, impara, allontanati. Immaginate che accada qui: vivete la vostra vita e all’improvviso vi piomba addosso un opuscolo di ventiquattro pagine, e da quel momento dovete imparare i suoni della guerra per sopravvivere. Ci ha colpiti la facilità con cui la violenza cade sui civili, e la schiettezza di chi dovrebbe proteggerli: questo è tutto ciò che possiamo darvi; ascoltate, imparate, vi servirà. Nei video del 2022 e del 2024 si vedono persone comuni capaci di distinguere i suoni della guerra: un sapere collettivo, acquisito attraverso moltissime prove. Si può leggere l’opera come un video d’arte, ma anche – come dici tu – come un modo per diffondere un sapere concretamente utile: un libretto di istruzioni con il karaoke.
S.B.P. Noi curatori sentiamo il desiderio di accompagnare la commissione di nuovi lavori. Ma esiste anche un’ingordigia curatoriale: a volte serve restare dentro un’opera, scavarne la storia, lasciare che altri livelli di lettura si schiudano. Qui ho sentito che la mia pratica dovesse mettersi al servizio di un lavoro non esaurito nella prima apparizione. Dal mare di Venezia ai monti di Dro, Repeat After Me II torna a cantare con nuovi pubblici: le opere, se ben oliate, cambiano risonanza ogni volta che attraversano un contesto. Ho voluto includere anche la voce di Marta Czyż, che ha presentato l’opera per la prima volta a Venezia – piattaforma influentissima, ma anche luogo dove le opere rischiano di diventare spettacolo di sé. Come hai protetto l’integrità del lavoro?
Marta Czyż Paradossalmente, Repeat After Me II si regge da sé: la sua ricezione non dipende dal curatore, dagli artisti o dal testo, ma dall’esperienza intuitiva di chi entra per la prima volta nello spazio. Solo dopo arrivano le domande. L’accostamento tra i suoni della guerra e il karaoke è inatteso, e questo contrasto fa risuonare l’opera prima ancora che la si possa razionalizzare: è ciò che le ha permesso di conservare integrità anche in un contesto spettacolare come la Biennale. Il mio ruolo è stato approfondire quell’esperienza, mostrando che non è un progetto isolato sulla guerra ma parte di un linguaggio coerente, fondato su testimonianza, memoria collettiva e partecipazione. E richiamare gli strati meno evidenti: in psicologia il suono è tra i più potenti veicoli della memoria traumatica, spesso ciò che resta più a lungo impresso nei corpi di chi ha subìto violenza.

S.B.P. Voglio insistere sulla tensione tragicomica del bar distopico. Questo ritmo tra tragedia e ironia nasce anche dalla vostra collocazione geografica? Oggi OPEN GROUP vive in parte in Europa, in parte in Ucraina: operate dentro e fuori dal conflitto. È forse questa doppia posizione a generare il ritmo che permette a noi, pubblico europeo, di entrare in connessione con l’opera?
O.G (A.V.) Viviamo situazioni molto diverse. Io e Yuriy siamo andati via dall’Ucraina nel 2015; Pavlo è a Lviv, nel 2023 è stato arruolato per l’esercito, e ha un’esperienza totalmente diversa dalla nostra. In questo senso siamo vicini a voi, abituati alla pace. Certo, abbiamo lì amici e familiari, e la posta in gioco è più alta, ma dobbiamo ammetterlo: quel mondo lo osserviamo dalle notizie, lo conosciamo attraverso i racconti di altri. Anche per questo l’opera funziona così: è il nostro tentativo di capire cosa accade alle persone dentro l’Ucraina, attraverso ciò che devono affrontare e imparare ogni giorno per restare vive.
S.B.P. Come si chiede a qualcuno di evocare un trauma? Come si riconosce la linea tra avvicinarsi a un ricordo doloroso e sapersi fermare, lasciando che certe cose restino non dette?
O.G. (Pavlo Kovach) Cara Sofia, grazie per queste domande, toccano qualcosa a cui penso molto. Il limite, credo, si sviluppa con l’esperienza più che pianificarsi. In OPEN GROUP comunichiamo molto con persone che non conosciamo, spesso su temi difficili: col tempo si costruisce un’intuizione, la sensibilità per capire quando fermarsi e quando aprirsi ancora. Alla base c’è una comunicazione sincera. Ma non sempre funziona – ed è bene ricordare che ciò che arriva in galleria è già passato attraverso una selezione.
S.B.P. Pavlo, presti servizio nelle forze armate ucraine – prima nell’est, occupandoti del rimpatrio dei caduti e del contatto con le famiglie, ora nella comunicazione con i civili che cercano parenti dispersi. La tua esperienza nell’esercito influenza il modo in cui l’opera evoca il ricordo del trauma?
O.G. (P. K.) È un lavoro difficile, che col tempo produce una deformazione professionale: ti indurisci, perché non puoi lasciare che tutto quel dolore ti attraversi ogni volta. Quando qualcuno perde la persona più cara è una catastrofe, e le emozioni sono incontrollabili. Ho cercato di prepararmi: ho letto di come comunicare, di cosa dire e cosa tacere – cose tutt’altro che ovvie. Ma ogni caso è unico, e a un certo punto ti chiudi un po’, come protezione dal dolore altrui. Quanto all’arte: sì, questa esperienza mi segna, e segna ciò che emerge dal lavoro. Fare arte mi permette di prendere le distanze e analizzare invece di reagire soltanto; mi aiuta a restare una persona che pensa, e non solo una “funzione”, quando intorno tutto è caotico. E vale la pena ricordarlo: a una guerra di questa portata, nel cuore dell’Europa, nessuno era davvero preparato. Impariamo strada facendo, perché – soprattutto per noi – non c’è altra scelta. Con affetto, Pavlo.

S.B.P. Gli artisti ucraini, come molte persone che vivono la guerra, diventano loro malgrado esperti di armi e geopolitica. Eppure a Kharkiv e Kyiv molti mi confidavano che il tema della guerra, per quanto urgente, può diventare una trappola. “Artista ucraino invitato da un’istituzione europea: dunque mi parlerà di guerra”: la stessa aspettativa vale per l’artista palestinese e per tanti altri. Ma gli artisti non amano le etichette. Vi siete mai sentiti soffocati da questo tema?
O.G (A.V.) È una domanda giusta: nessuno vuole essere strumentalizzato solo perché vive in un certo posto o ha una relazione con un tema “caldo”. Vuoi essere trattato per la tua pratica, per le idee in cui credi. È già una sfida per gli artisti ucraini, guardati da anni attraverso il prisma della guerra: molte istituzioni si aspettano che esplorino il proprio trauma. D’altra parte, in Ucraina la guerra pervade ogni aspetto della vita: anche volendo fare opere che non ne parlano, la tua pratica, la tua conoscenza, il tempo stesso restano segnati. Un artista dovrebbe avere il diritto di creare in quanto artista – non solo perché è diventato vittima o agente di qualcosa.
O.G. (Y.B.) Le istituzioni possono collaborare con l’Ucraina anche al di là del tema della guerra, perché lì tutti gli altri temi sono altrettanto attivi: la vita non si ferma. Restano i diritti, le comunità, la vita sociale, problemi che a volte nemmeno i Paesi in pace riescono a risolvere. Gli artisti ucraini lavorano su temi diversi, come gli artisti di qualsiasi altro Paese: lo strato della guerra si aggiunge a tutto il resto. Potete invitarli: vi daranno una prospettiva ucraina su questioni che molte società europee non risolvono nemmeno senza guerra.

S.B.P. Il testo curatoriale di LOVE IS POLITICAL parla della relazione come forza capace di “fare mondo”. Facciamolo ora: quali buone pratiche concrete potete indicare a noi operatori culturali italiani, abituati alla pace? Una vostra collega, per esempio, mi ha insegnato a proteggere la presenza della lingua ucraina in mostra: non importa quanti sapranno leggerla, conta che sia stampata e tradotta.
O.G. Rivolgersi alle comunità ucraine. Se sai che nella tua città sono presenti, è importante consegnare loro le traduzioni e invitarle direttamente al programma culturale: spesso, in Italia, si sentono isolate e hanno bisogno di connessioni con il mondo dell’arte. È inoltre fondamentale interessarsi concretamente a ciò che sta accadendo in Ucraina e ricordare le persone che sono ancora lì, perché sono le loro voci e le loro esperienze a restituire la realtà più attuale. Aggiungo alcune indicazioni apprese dalla manager culturale polacca Kasia Zielińska: se il programma coinvolge artisti da territori in conflitto, consiglia di prevedere una stanza del silenzio dove decomprimere, di prestare attenzione alle acustiche del museo e di avvisare in anticipo di eventuali rumori forti; sconsiglia di invitare artisti provenienti da Paesi imperialisti e, se si invitano, sarebbe giusto avvertire preventivamente tutti gli artisti coinvolti – la decisione finale, ovvero se sussistono le condizioni per partecipare a un progetto, spetta solo agli artisti.
S.B.P. A Centrale Fies una persona del pubblico, dopo aver fruito l’opera, ci ha raccontato che ascoltare il fischio di un’arma aveva evocato il ricordo di un attacco subito a Beirut tanti anni prima. È questo che ci stupisce ogni volta: Repeat After Me II interroga la dimensione iperlocale dell’Ucraina e insieme volge l’orecchio al mondo, ai tanti territori che sentono di continuo i suoni della guerra – perché ciò che ripetiamo qui è più o meno ciò che sentono anche i palestinesi e tanti altri popoli per cui dovremmo contribuire a creare condizioni di pace. Grazie di averci donato Repeat After Me II.