LIVE WORKS SUMMIT 2026 a Centrale Fies. Le traiettorie emerse durante la tredicesima edizione

Si è conclusa la tredicesima edizione di LIVE WORKS SUMMIT, momento culminante della piattaforma di produzione artistica di Centrale Fies che, attraverso un anno di residenze, tutoraggi e confronti con artisti e curatori internazionali, accompagna lo sviluppo delle opere prima della loro presentazione pubblica. Curato da Barbara Boninsegna e Simone Frangi, con Mackda Ghebremariam Tesfaù e Justin Randolph Thompson, Live Works ha riunito otto artisti internazionali, la Agitu Ideo Gudeta Fellowship e tre giorni di performance, lecture e incontri, offrendo una mappa delle questioni che attraversano oggi la ricerca performativa contemporanea.
Accanto ai lavori dei fellows selezionati attraverso la call internazionale del 2025, ai quali si è aggiunto Luc Ndikubwimana, vincitore della Agitu Ideo Gudeta Fellowship, il programma ha ospitato figure ormai consolidate della scena internazionale come Kat Válastur, Aho Ssan, Tiziano Cruz, Katerina Andreou, Mélissa Guex e Alif Hilal, insieme alle lecture della Free School of Performance affidate ad Angeliki Tzortzakaki, Hannah Proctor e Costanza Spina.
Il 16 luglio, ad aprire LIVE WORKS SUMMIT, ma anche tutta la programmazione estiva, sono state la mostra personale di Monia Ben Hamouda, curata da Barbara Boninsegna e Simone Frangi, e MoonJar, la collaborazione tra Kat Válastur e Aho Ssan: un lavoro che intreccia coreografia, ritualità e paesaggio sonoro in un dispositivo immersivo costruito attorno alla ceramica e ai miti della creazione. La tredicesima edizione conferma così la vocazione di Centrale Fies: un ecosistema complesso capace di intercettare alcune delle trasformazioni più significative della performance contemporanea, facendo della performance stessa uno strumento di produzione di nuove forme di conoscenza.
Pur nella pluralità delle ricerche presentate, quest’anno sono emerse quattro traiettorie ricorrenti.



Riscrivere la memoria
Molti dei lavori presentati guardano alla memoria non come a un archivio da preservare, ma come a un dispositivo attraverso cui riscrivere il presente. In Authentic Narrative of the Curious Espionage of an Unnamed Moor, Abdul Halik Azeez immagina una fantomatica Conferenza intergalattica sull’Archeologia Mnemonica, disciplina fittizia capace di estrarre memorie dai fossili umani. Attraverso quella che definisce una “mnemonic interruption”, l’artista interrompe la linearità del racconto storico e, ricorrendo alla fabulazione critica, mette in discussione i meccanismi con cui storia e colonialismo costruiscono le narrazioni dominanti, come sintetizza la frase che apre e chiude la performance: «The Future is a Far Better Measure of the Present Than The Past. To Historicize the Present is to Reshape the Past. To Reshape the Past is To Re-imagine the Future». Una riflessione analoga attraversa The Third Bodies di Pina Danila Gambettola, che rilegge la vicenda della medium Eusapia Palladino e il suo rapporto con Cesare Lombroso per interrogare i processi di marginalizzazione e razzializzazione del Sud Italia. Anche Wayqeycuna di Tiziano Cruz intreccia autobiografia, ricerca d’archivio e memoria indigena, trasformando i quipu andini in strumenti per riflettere sulle gerarchie razziali e sulle forme di cancellazione culturale prodotte dal neoliberismo contemporaneo. Infine REMAINS di Tim Bartel sposta l’attenzione su ciò che sopravvive all’evento: linguaggio, residui e tracce diventano materiali vivi, capaci di continuare a produrre significato.



Il corpo come archivio politico
Se la memoria viene continuamente riscritta, è il corpo il luogo in cui questa trasformazione prende forma: archivio, testimonianza, ma anche spazio di conflitto e negoziazione. In STRIKE, Eleni Roberts Kazouri e Vladimir Babinchuk trasformano il gesto della protesta in una coreografia essenziale della rabbia collettiva, sospesa tra manifestazione e sogno. Kristina Kusmina Dreit mette invece in dialogo fotografie familiari e iconografia del realismo socialista per mostrare come lavoro, classe e ideologia continuino a depositarsi nella fisicità dei corpi. In RE-VEIL, infine, Luc Ndikubwimana sottrae il proprio corpo allo sguardo del pubblico attraverso un complesso dispositivo performativo fatto di danza, video e suono, costringendo lo spettatore a confrontarsi con gli immaginari razzializzati che ancora orientano il nostro modo di vedere.



La trasformazione come pratica
Molte delle performance sembrano condividere un’idea comune: la trasformazione non è l’esito dell’opera, ma il suo stesso metodo. In Picking On the Waves, Juan Yung-Han costruisce un fragile ecosistema relazionale in cui cura, ascolto e negoziazione ridefiniscono continuamente il rapporto tra corpo e materia. In Born to Lose, Publik Universal Frxnd riflette sulla morte e sull’apocalisse non come conclusione, ma come passaggio tra stati diversi dell’esperienza, trasformando il collasso ecologico in una domanda sul tempo e sulla possibilità di immaginare altri futuri. Anche SHOUT TWICE di Katerina Andreou e Mélissa Guex si muove in questa direzione: l’urlo smette di essere semplice espressione emotiva e diventa una forza capace di trasformare il corpo, lo spazio e la relazione con il pubblico.


Oltre il linguaggio
Se memoria, corpo e trasformazione attraversano molte delle opere presentate, altre interrogano il linguaggio stesso e i suoi limiti, esplorando forme di esperienza e conoscenza che prendono corpo attraverso il suono, il rituale e la dimensione condivisa. MoonJar di Kat Válastur e Aho Ssan costruisce una liturgia contemporanea in cui movimento, ceramica e paesaggio sonoro danno vita a un rituale di rinnovamento ispirato ai miti della creazione. Il concerto conclusivo di Alif Hilal (in precedenza conosciuto come Lyra Pramuk), il primo dopo il cambio di nome dell’artista, prosegue questa ricerca intrecciando voce, elettronica e immagini in un’esperienza che mette in relazione spiritualità, tecnologia ed ecologia. In entrambi i casi il suono diventa esso stesso uno strumento attraverso cui immaginare altri modi di abitare il presente.

Con la personale di Monia Ben Hamouda, curata da Simone Frangi e Barbara Boninsegna nelle Gallerie Trasformatori, questa riflessione trova un’ulteriore declinazione. Il nuovo ciclo di mostre inaugurato a Centrale Fies sembra infatti raccogliere una delle questioni emerse con maggiore forza durante il Summit: quella di un linguaggio che, più che descrivere il mondo, ne mette continuamente in discussione le forme di rappresentazione. È il punto di partenza della conversazione con Simone Frangi dedicata alla nuova fase del programma espositivo di Centrale Fies.