L’eterna attesa dell’apocalisse. Giuseppe Di Liberto a Ca’ Pesaro 

di | 27 lug 2026
Giuseppe Di Liberto, Per sempre, fino alla fine, dettaglio, 2026. Project Room, Ca’ Pesaro, Venezia. Foto di Umberto Santoro

L’apocalisse è diventata uno dei grandi dispositivi immaginativi del presente. Guerre, collasso climatico, crisi economiche, intelligenza artificiale, erosione delle democrazie: la fine del mondo sembra non appartenere più all’orizzonte del futuro, ma costituire il paesaggio perpetuo della contemporaneità. Da anni viviamo immersi in una produzione incessante di immagini del disastro che oscilla tra spettacolarizzazione e assuefazione. La fine viene continuamente annunciata e rappresentata, fino a trasformarsi quasi in un genere visivo autonomo.
È proprio da questa saturazione iconografica che Per sempre, fino alla fine, l’installazione site specific di Giuseppe Di Liberto presentata nella Project Room di Ca’ Pesaro, visitabile fino al 6 settembre 2026, a cura di Marta Cereda e Giulia Mariachiara Galiano, sembra prendere le distanze. L’artista non costruisce un’immagine della distruzione, né cerca di restituire un paesaggio postapocalittico. Al contrario, il suo lavoro rinuncia deliberatamente alla spettacolarità del collasso per interrogare qualcosa di molto più difficile da rappresentare: il sentimento dell’attesa che precede la fine, quella temporalità sospesa in cui la catastrofe è continuamente evocata senza mai compiersi del tutto. Non dissimile da quella che caratterizza molte zone di conflitto odierne, dove l’attesa della catastrofe è ormai parte dell’ordinario.

Al centro dello spazio espositivo un grande piano rettangolare in calcestruzzo, sospeso, appare inizialmente come una superficie monolitica, tra archeologia e post-minimalismo. A intervalli regolari una nebulizzazione d’acqua ne modifica temporaneamente la pelle, facendo emergere un’immagine destinata a dissolversi dopo poco tempo. L’opera si presenta così come un dispositivo ciclico di apparizione e scomparsa, in cui la visione coincide sempre con la propria perdita. A questa oscillazione visiva si aggiunge una dimensione olfattiva: una fragranza sviluppata con Alessandra Avanzi, composta da sentori di carbone e legno bruciato, che estende l’esperienza oltre la vista, trasformando l’installazione in un campo sensoriale attraversato da tracce di combustione. Che cosa resta, nella memoria, di questo bruciato?

Giuseppe Di Liberto, Per sempre, fino alla fine, dettaglio, 2026. Project Room, Ca’ Pesaro, Venezia. Foto di Umberto Santoro

Recentemente ho sentito Slavoj Žižek, in una conversazione con Eugenio Cau, distinguere tra apocalisse e catastrofe. Se la prima coincide con un momento di rivelazione, in cui le illusioni cadono e il reale si manifesta nella sua evidenza, la seconda descrive piuttosto una condizione permanente: una crisi che procede lentamente fino a diventare norma, assorbita nelle abitudini quotidiane. Non esiste più un “giorno dopo”, perché la catastrofe coincide ormai con il tempo stesso in cui viviamo. Il lavoro di Di Liberto sembra collocarsi precisamente in questa soglia. Costruisce un dispositivo in cui l’apocalisse viene continuamente differita. L’immagine affiora soltanto per pochi istanti prima di ritornare invisibile; ogni manifestazione contiene già la propria scomparsa. Non assistiamo alla fine, ma alla sua incessante possibilità.
Per sempre, fino alla fine mette in crisi il nostro stesso rapporto con il tempo. L’opera sostituisce la logica dell’evento con quella della ripetizione, della soglia, dell’incompiuto. Ogni apparizione contiene già la propria sparizione; ogni rivelazione è destinata a essere dimenticata per poter nuovamente riemergere. È proprio in questa oscillazione che il lavoro evita qualsiasi estetizzazione del collasso.

Dal 23 giugno al 6 settembre; Project Room, Ca’ Pesaro, C. del Tentor, 2076, 30135, Venezia; info.