Il disincanto della pittura. Michael Armitage a Palazzo Grassi, Pinault Collection di Venezia

In diverse occasioni emerge come i pittori contemporanei, al di là dell’apparente varietà delle raffigurazioni e dei titoli delle loro opere, rielaborino in forme inconsce le vicende della propria esistenza, i legami affettivi, le relazioni sociali e politiche della terra in cui vivono. Michael Armitage (Nairobi, Kenya, 1984), protagonista della mostra “The Promise of Change”, visitabile presso Palazzo Grassi, Pinault Collection di Venezia fino al 10 gennaio 2027, indirizza la sua pittura in questa direzione, attraverso una penetrante riflessione sul presente e il passato sociopolitico dell’Africa orientale, in particolare il Kenya. L’artista, nella strutturata mostra veneziana, significativa tanto per l’ampiezza dell’arco cronologico indagato quanto per la varietà delle tematiche affrontate – con una rilevante presenza di opere su carta –, sviluppa una pittura sul rapporto tra verità e narrazione storica di fatti realmente accaduti, ritornando insistentemente sul presente, con riferimenti visivi tratti anche dai social media contemporanei. Al centro del progetto si pone l’esperienza umana nella sua tensione più profonda, segnata da dolori, violenze e dinamiche di potere sociopolitiche del Kenya, dagli anni Duemila fino a oggi. Sebbene l’imperativo morale della mostra sia rivelare il vero anche nella valenza più scomoda e nascosta, quel che più colpisce di questa pittura è l’uso non ortodosso del supporto, chiamato anch’esso ad agire come rivelatore delle amare verità raffigurate. Alla tela Armitage sostituisce la materia del lubugo, ricavato dalla corteccia dell’albero tropicale mutuba attraverso una lavorazione manuale, articolata in diverse fasi: dalla raccolta alla battitura, fino all’essiccazione. Così i luoghi e i protagonisti delle opere prendono vita su una superficie dall’aspetto di una sacra sindone, con zone irregolari, punti rammendati in ampie e visibili suture che lasciano emergere la fibra della materia, rendendo il colore materico e saturo. Tutto ciò conferisce alle opere una dimensione fisica simile a quella di un feticcio, in cui le zone di sutura tra le diverse parti della corteccia e le tensioni superficiali attraversano le figure dipinte interagendo con piccole voragini epidermiche. È certo che il lubugo diventi per Armitage il luogo del ricongiungimento con la sua terra e delle proprie vicende correlate, rendendo visibile ogni lacerazione emotiva, come le sensazioni di ansia, speranza, angoscia e il sentimento di incertezza che hanno caratterizzato sia la sua infanzia sia la quotidianità della popolazione keniana. La pittura diventa lo strumento della rivelazione di un amaro disincanto: priva di idealizzazioni e concentrata sulla restituzione della cruda realtà, sovrappone diversi momenti del passato, interrogando il presente e raccontando le sofferenze delle popolazioni generate da un oscuro e falso illuminismo delle gerarchie del potere.

Con la forza della verità Armitage racconta un paese in difficile precarietà, come nelle tensioni emerse durante la pandemia di COVID-19, quando a Mombasa i passeggeri dei traghetti di Likoni furono sottoposti a violenze da parte dei paramilitari, fino alla memoria della pratica del necklacing, forma di giustizia sommaria in cui un copertone incendiato viene posto attorno al collo della vittima. In tutti i casi, l’obiettività risulta talmente incisiva da trasformare gli esseri umani in inquiete presenze e, nonostante la drammaticità dei soggetti rappresentati, la violenza appare attenuata e “addolcita” da una pittura dai toni intensi – con verdi acidi e vellutati, rossi infuocati accostati a tonalità più terrose – all’interno di un impianto figurativo equilibrato e armonico.
Sebbene i grandi occhi dei personaggi siano accesi dal dolore e dalla disperazione, allo stesso tempo lasciano trasparire la stessa intensità dello sguardo di una divinità, non tanto perché appartengono a una dimensione spirituale e simbolica, sicuramente estranea alla ricerca di Armitage, bensì perché assumono una funzione metonimica, riconducendo il soggetto a una dimensione più profonda e arcaica dell’esperienza umana. I protagonisti si trasformano in soggetti iconici, come nel caso di Conjestina (2017), campionessa di pugilato keniota e simbolo di alienazione e fragilità umana, oppure dei ragazzi di Nyali Beach, località vicino a Mombasa, costretti alla prostituzione per sopravvivere e divenuti simbolo di resilienza. Proprio in queste ultime opere emerge come la pittura trovi convinta referenza nel proprio essere, pertanto sono assenti forzature narrative ed enfasi emotive tese a drammatizzare le scene, in quanto l’artista privilegia la rappresentazione quale pura immanenza dell’immagine, trasformando il racconto, seppur drammatico, in un riflesso di un’esperienza condivisa, fino a renderlo una questione che riguarda direttamente il visitatore.

Nelle opere di maggiore complessità narrativa, come Dandora (Xala, Musicians) (2022) e Curfew (Likoni March 27 2020) (2022), si sovrappongono scene articolate in filamenti visivi, costruite attraverso giustapposizioni, scaglionamenti e trapassi netti, tipici di un fregio dal ritmo descrittivo e visivo incalzante, capace di conferire al lavoro il carattere di un possibile testamento spirituale dell’artista riguardo ai temi trattati. Non è da sottovalutare lo studio di Armitage rispetto alla filmografia del regista senegalese Ousmane Sembène, il quale è ideatore di un cinema fortemente politico, inteso a denunciare le eredità del neocolonialismo, originando così una sincera narrazione delle identità culturali africane. Per tali ragioni, le opere di Armitage sviluppano un racconto d’impronta cinematografica, in cui lo sguardo dello spettatore si sofferma sui personaggi intenti in azioni collettive come il ballo e la danza, gesti rituali che sembrano assumere una funzione espiatoria. Inoltre, la dimensione monumentale delle opere contribuisce a intensificare la drammaticità del paesaggio e del racconto, sollevando interrogativi plausibili in qualsiasi contesto: qual è il senso dell’esistenza, come vivere in accordo con gli altri e soprattutto quali sono i motivi di tante ingiustizie e differenze sociali. Analogamente alle grandi pale d’altare cristiane e ai teleri delle scuole veneziane, Armitage costruisce uno spazio unitario e organizzato, frammentandone la visione in nuclei prospettici distinti. Ne deriva l’assenza di un centro definito che consente allo sguardo di muoversi tra i diversi nuclei di personaggi, ciascuno dotato di una propria logica compositiva, rendendo gli assetti aperti e ariosi, privi di profondità tradizionale e di sfondi conclusi, permettendo al paesaggio di stagliarsi con evidenza al primo piano dell’opera.

Libera da preconcetti e stereotipi, la documentazione del reale talvolta si caratterizza per equilibrato senso dell’umorismo, come nella serie Promesse – ispirata alle vicende politiche dei leader delle elezioni del 2017 in Kenya – in cui vengono restituite figure attraversate da un’euforia propria di chi alimenta forme di dissenso distruttivo.
Di particolare interesse, rispetto al percorso della mostra, sono le opere che trattano il tema della migrazione, sia per la sensibile varietà con cui il soggetto è stato sviluppato sia per l’uso di una gamma cromatica più contenuta, che varia dall’azzurro marino alle tonalità cristalline, talvolta attraversate da improvvisi lampi di giallo che equilibrano la composizione accentuandone l’esplosività e generando una particolare tensione visiva. In questi lavori Armitage sintetizza all’estremo le forme dei corpi, al fine di restituirne le sensazioni più vive e intense e, sebbene nella maggior parte dei casi i corpi appaiano sconfitti, i gesti dei raffigurati assumono aneliti di esistenza, benché muoversi negli spazi blu dei migranti non significhi vita, bensì sopravvivenza. La nuda verità delle scene si trasforma in visione mentale oltre che per le ampie e sospese vedute anche per l’uso della prospettiva aerea, che contribuisce a contestualizzare l’immagine in uno scenario privo di confini fisici, in cui il mare avvolge i corpi, talvolta li culla e altre volte li sopraffà. Eppure con Armitage la storia del continente non si esaurisce in un unico dipinto, i soggetti ritornano e si sviluppano continuamente anche a distanza di anni, la pittura articola ed evolve il soggetto in nuove forme, inglobando innumerevoli racconti attraverso l’uso di metafore e mitologie della cultura occidentale che si incarnano in personaggi africani realmente vissuti. Per Armitage i riferimenti alla storia dell’arte occidentale sono evidenti, come Antoine Watteau, Francisco Goya, Diego Velázquez ed Edvard Munch e Paul Gauguin per la modulazione tonale. È inevitabile percepire anche il riferimento all’artista Jak Katarikawe (1940 ca., Kigezi, Kabale, Uganda – 2018, Nairobi), per l’attenzione rivolta alla narrazione e per il valore attribuito alla memoria identitaria della cultura keniota. In tutti i rimandi impliciti e allusivi, Armitage vive la pittura come un esercizio di un equilibrato disincanto, in cui i diversi livelli di lettura evocano, avvicinano e sovrappongono sfere spazio-temporali differenti, talvolta simultanee. Ne emerge una potenzialità infinita delle singole visioni, intese a catturare l’essenza della verità del Paese di origine dell’artista, nella dimensione tanto cruda e drammatica quanto intima e mistica.
Dal 29 marzo 2026 al 10 ottobre 2026; Palazzo Grassi, Pinault Collection, Campo San Samuele 3231, Venezia; info.