Inquinare il museo. Note su EXTENDED – live works in the exhibition context

di | 29 giu 2026
Ewa Dziarnowska, This resting, patience, 2026. Palazzo Grassi, Venezia. © Marta Buso

Accordatura
Il museo occidentale ha costruito la propria autorità sulla logica dell’archivio. Solo ciò che resiste al tempo entra prima nelle mostre e poi nella Storia; la carne, al contrario, deve scomparire. Nello spazio museale, i corpi agiscono ancora[1] come glitch. Il dibattito ha da tempo superato il mantra di Peggy Phelan[2] sull’impermanenza della performance, che oggi ha smesso di dissolversi, abitando sempre di più fondazioni, musei, collezioni. La performance rimane, ma in un modo strano, secondo logiche che l’archivio non sa contenere. Ed è precisamente in questo rimanere diversamente[3] che risiede la sua capacità di inquinare il museo, incrinando certezze e turbandone l’immobilità rassicurante. “EXTENDED  live works in the exhibition context” è il programma che Pinault Collection ha affidato alla curatrice e dramaturg Ilaria Mancia per mettere queste due logiche in contatto e in tensione.
La scelta di coinvolgere Mancia in un programma che portasse opere performative nelle due sedi veneziane – Palazzo Grassi e Punta della Dogana – va oltre l’aggiunta di eventi collaterali alle mostre in corso[4]. A partire da una pratica curatoriale maturata nel doppio registro delle arti visive e performative, la curatrice ha costruito un’operazione che offre l’occasione per riflettere sull’istituzione museale come macchina percettiva e relazionale. Il museo, nelle parole di Mancia, è un corpo mobile dotato di un’ossatura, ma anche di una muscolatura che si anima nell’interazione con il pubblico. È questa immagine organica che orienta “EXTENDED”. Il corpo in movimento, la durata e la relazione diretta col pubblico pongono domande a cui l’oggetto conservato non è tenuto a rispondere. Domande sulla presenza, sulla singolarità dell’evento, sui saperi generati da attraversamenti momentanei.

Alice Diop, Le Voyage de la Vénus Noire, 2026. Punta della Dogana, Venezia. ©Marta Buso

Tema
Il public program – con i due appuntamenti Extended (Version #1) – This resting, patience e Extended (Version #2) – Le Voyage de la Vénus Noire – è costruito intorno al concetto di estensione. Ogni “versione” è una traccia in un album musicale, una suggestione che propone una logica né gerarchica né narrativa, ma compositiva, in cui è ogni lavoro a stabilire tempo, ritmo, tonalità. La sfida è tutt’altro che formale. Nei grandi musei che negli ultimi anni hanno tentato di integrare le pratiche performative, il rischio ricorrente è che il traffico tra performance e istituzione scorra in un’unica direzione e sempre nei termini del museo, che tende ad amplificare la performance per adeguarla al proprio peso architettonico e reputazionale, appiattendola e omologandola. “EXTENDED” è costruito a partire da questa consapevolezza come dispositivo critico che interroga.
La curatrice lavora su almeno tre livelli simultanei. Il primo è di ordine architettonico. Palazzo Grassi e Punta della Dogana, spazi radicalmente diversi per storia, geometria e funzione originaria, hanno memoria e fisicità proprie. Tra il black box del teatro e il white cube della galleria, il programma genera quella che Claire Bishop definisce grey zone[5], uno spazio ibrido in cui le convenzioni comportamentali del pubblico delle mostre, da una parte, e di quello delle pratiche della scena, dall’altra, vacillano e le regole del guardare e dello stare sono rinegoziate.
Il secondo è temporale. Il museum walk – quel ritmo di avanzamento quasi automatico davanti alla successione di opere che presuppone un consumo sequenziale in cui ogni oggetto occupa un preciso slot di attenzione – è interrotto dalle performance. Collocandosi intenzionalmente nell’in-between tra due distinte esperienze di visione, “EXTENDED” apre uno spazio di collisione tra temporalità stratificate.
Il terzo è relazionale e guarda al pubblico, che da destinatario passivo si fa partecipante attivo di un evento in costruzione. La performance assembla una sfera pubblica temporanea[6], non spettatrici individuali davanti a singoli oggetti, ma un insieme di corpi che condividono consapevolmente un tempo, uno spazio e un’esperienza che resta, ma diversamente.

Ewa Dziarnowska, This resting, patience, 2026. Palazzo Grassi, Venezia. © Marta Buso

Prima improvvisazione
Il primo appuntamento abita l’atrio centrale al piano terra di Palazzo Grassi, spazio di cerniera tra l’ingresso e i piani superiori, normalmente deputato al passaggio. This resting, patience di Ewa Dziarnowska è una performance di tre ore, nella quale il pubblico può liberamente entrare, uscire, alzarsi, spostarsi, scegliere il proprio angolo di visione o avvicinarsi fino alla soglia del contatto fisico. Un tappeto blu Klein delimita l’area, una corona di sedie condiziona e invita, componendo con il pubblico un’installazione mobile in cui oggetti e persone partecipano a un disegno drammaturgico del movimento e dello sguardo. La libertà di ingresso e uscita non è un espediente drammaturgico, ma una dichiarazione estetica: il lavoro non impone la propria durata come norma di fruizione. Le due performer si offrono allo sguardo come un archivio vivo di sensualità in potenza; la nudità, quando compare, è stato di esposizione e fiducia, non di esibizione.
La coreografia di Ewa Dziarnowska e Leah Marojević, tra trasparenze e tessuti quotidiani che evidenziano le tensioni muscolari e i micro-movimenti, lavora su gesti che stanno tra il cliché del desiderio e la sua reinvenzione a partire da un contesto al femminile. Il soundscape di Krzysztof Bagiński, dal free jazz al noise, tiene il lavoro coreografico in uno stato di tensione irrisolta; il ritorno ossessivo di What the World Needs Now Is Love di Dionne Warwick è insieme sentimentale e ironico.
This resting, patience è un dispositivo di quasi-intimità che può essere prodotta solo nell’incontro reale tra corpi. Immediatezza incarnata, presenza condivisa e senso del luogo sono esperienze che lo spazio espositivo, a differenza del teatro, non prescrive necessariamente. Arrestando le economie culturali del significato istantaneo e della ricezione immediata, il lavoro propone un’etica della lentezza; il tempo dilatato della danza agisce per contrappunto al ritmo sostenuto della visita alle mostre ai piani superiori, e questa tensione – tra la pazienza del corpo che danza e la voracità dello sguardo che cataloga – ridefinisce l’esperienza dell’edificio.

Seconda improvvisazione
Il secondo appuntamento si installa in uno spazio profondamente diverso. Il Cubo di Tadao Ando a Punta della Dogana è l’elemento architettonico più singolare dell’ex dogana trasformata dall’architetto giapponese in camera meditativa. All’interno della mostra “Lorna Simpson. Third Person”, lo spazio è abitato da alcune delle figure femminili più maestose, dipinti che incarnano una riflessione sulla complessità dell’identità black, portando nel loro impianto monumentale tutta la fragilità di chi è stato a lungo invisibile o ridotto a tipo, stereotipo, ornamento.
È in questo preciso contesto che Alice Diop porta Le Voyage de la Vénus Noire, la sua prima performance nata dalla lettura di Voyage of the Sable Venus and Other Poems (2015) di Robin Coste Lewis, un catalogo delle opere d’arte occidentale che contengono figure di donne nere. Nessuna voce lirica tradizionale, nessuna metafora; solo l’elenco, il nome, la classificazione. Titoli come Young Black Female Carrying a Perfume Vase o Little Brown Girl Standing in a Tree First Day of Voluntary School Integration diventano ritratti storici che restituiscono quelle esistenze che il sistema classificatorio aveva silenziato. È un’odissea attraverso i musei e le gallerie, che trasforma l’atto stesso del catalogare in gesto di resistenza; dall’apparente staticità della lista emerge una dinamicità immaginativa fertile, nonostante – o attraverso – la negazione delle opere soltanto nominate.
Il dialogo a tre voci è immediato. Le tre artiste sostano in mare aperto, tra quelle immagini che hanno costruito e cancellato identità, in quella memoria collettiva che ha dissolto i corpi in ornamento. Il Cubo di Ando diventa per settantacinque minuti la camera di risonanza di una violenza storica attraverso una forma scenica ridotta all’essenziale: una scrivania, una sedia, una luce, dei libri. In questa riduzione della teatralità al dispositivo occidentale di trasmissione dei saperi per eccellenza, ogni parola diventa un’incisione, ogni pausa una deflagrazione.
La lecture risuona in modo straordinario con le figure appese alle pareti. Pittoriche, stratificate, sospese tra passato coloniale e presente contemporaneo, sembrano rispondere in silenzio alle parole di Lewis che Diop riabita attraverso l’esposizione del proprio corpo. Come agente transtorico non descrive il passato né lo rappresenta, ma lo attraversa fisicamente, portandolo nel presente come vibrazione ancora attiva. Quell’inconscio visivo, di cui siamo intrise, continua a contaminare tutte con la propria violenza.

Coda
Ciò che This resting, patience e Le Voyage de la Vénus Noire condividono è la capacità di introdursi nel museo come trigger. Dziarnowska occupa un luogo di transito e lo trasforma in destinazione; il corpo che danza rallenta il pubblico, rendendolo consapevole del proprio regime di attenzione. Diop entra nel cuore geometrico di Ando, nella stanza delle figure di Simpson, alzando il volume di qualcosa che era già lì, latente, e che la performance porta in superficie. In un caso la contaminazione è somatica, passa attraverso il ritmo, la prossimità, la carne; nell’altro è archivistica, un repertorio che interroga un archivio, una voce che mette a nudo ciò che le immagini alle pareti custodiscono in silenzio. Le mostre restano alle pareti, il pubblico continua a muoversi, ma lo spazio non è più lo stesso. “EXTENDED” non aggiunge la performance al museo, la usa per incrinarlo.

[1] La specifica rimanda all’ampio dibattito sull’escalation del numero di presenze di opere performative all’interno di istituzioni museali.
[2] «La performance non può essere salvata, registrata, documentata o partecipare in altro modo alla circolazione delle rappresentazioni delle rappresentazioni: una volta che lo fa, diventa qualcosa di diverso dalla performance. Nella misura in cui la performance tenta di entrare nell’economia della riproduzione, tradisce e riduce la promessa della sua stessa ontologia». P. Phelan. Unmarked. The Politics of Performance, London, New York, Rutledge, 1993, pp. 145-148.
[3] R. Schneider, Performing Remains. Art and War in Times of Theatrical Reenactment, London, New York, Rutledge, 2011.
[4] Nella sede storica, la monografica di Michael Armitage “The Promise of Change”, curata da Jean-Marie Gallais con Hans-Ulrich Obrist e Caroline Bourgeois; al secondo piano, “Co-travellers” di Amar Kanwar. A Punta della Dogana, “Third Person”, prima grande personale europea di Lorna Simpson, curata da Emma Lavigne in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York; al secondo piano, “Algebra” di Paulo Nazareth.
[5] C. Bishop, Black Box, White Cube, Gray Zone: Dance Exhibitions and Audience Attention, «TDR – The Drama Review», 62, n. 2, 2018, pp. 22-42.
[6] A. Vujanović, B. Cvejić, Public Sphere by Performance, Berlin, b_books, 2015.