Intervista a Patrizia Sandretto Re Rebaudengo. Dalla collezione alla fondazione: trent’anni di arte contemporanea

di | 17 giu 2026
Patrizia Sandretto. Foto di Andrea Basile

Collezionista, mecenate e presidente della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Patrizia Sandretto è una delle figure più influenti dell’arte contemporanea internazionale. Dalla costruzione di una collezione nei primi anni Novanta alla guida di un’istituzione capace di dialogare con artisti, curatori e pubblici di tutto il mondo, il suo percorso racconta l’evoluzione stessa del sistema dell’arte negli ultimi trent’anni. In questa conversazione con Filippo Maggia (curatore della fotografia per FSRR, critico e editor) riflette sul ruolo del collezionismo, sulle trasformazioni geopolitiche del contemporaneo e sulle sfide delle istituzioni culturali. Sullo sfondo, il recente approdo della Fondazione sull’Isola di San Giacomo, nella laguna veneziana, con un nuovo spazio dedicato alla sperimentazione, alla ricerca e al dialogo tra arte, ambiente e territorio.

Filippo Maggia Innanzitutto, scindiamo le due tue principali professioni (possiamo definirle così?), collezionista e presidente della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Come si combinano nella quotidianità e quanto reciprocamente si influenzano nelle decisioni da adottare per l’una e l’altra professione?

Patrizia Sandretto Sì, possiamo definirle due professioni, che nascono entrambe dalla passione per la cultura, dalla curiosità verso il presente e dal desiderio di comprendere il nostro tempo attraverso l’arte contemporanea. La mia storia con l’arte contemporanea è iniziata come collezionista nel 1992, con un viaggio nella Londra degli Young British Artists. Ho deciso di iniziare a collezionare opere d’arte contemporanea con in mente un’idea molto precisa. Non volevo solo possedere delle opere, ma costruire una collezione, organizzata in modo chiaro e con obiettivi specifici. Una collezione è un racconto che scorre attraverso episodi, incontri; un filo rosso che unisce la biografia del collezionista a quella degli artisti, dei loro studi, delle loro città. La mia collezione è fondata su un dialogo diretto con le artiste e gli artisti e sulla conoscenza approfondita della loro ricerca.
La Fondazione richiede uno sguardo più ampio. Non si tratta soltanto di scegliere secondo il mio gusto e il mio interesse, ma di chiedermi quale possa essere il ruolo di un’istituzione culturale oggi: quali artisti sostenere, quali temi affrontare, quali pubblici coinvolgere. La responsabilità è diversa, perché ogni scelta ha una ricaduta collettiva.
Naturalmente le due dimensioni si influenzano continuamente. La collezione è stata il punto di partenza della Fondazione, e ancora oggi il dialogo con gli artisti alimenta entrambe. Ho sempre cercato di evitare che le sale della Fondazione diventassero la casa della collezione: un’istituzione deve essere aperta, deve lasciare spazio anche a linguaggi che possono metterti in discussione. 
Il ruolo di collezionista mi aiuta a mantenere viva la capacità di rischio e di scoperta, mentre la Fondazione trasforma ogni giorno la passione privata in un progetto condiviso e accessibile.

Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino. Foto di Paolo Saglia

F.M. Il collezionista contemporaneo oggi deve relazionarsi con un sistema dell’arte ben differente da quello che tu conoscesti quando nei primi anni Novanta iniziasti a collezionare. Oggi il panorama internazionale è profondamente mutato rispetto ad allora ed è necessario prestare molta attenzione ai quadri geopolitici internazionali che mutano in continuazione, specialmente nel tuo caso, in quanto presidente di una Fondazione internazionalmente riconosciuta e apprezzata. Quanto ritieni sia importante rivestire un ruolo politico, non solo sociale, e di relazioni in tale contesto, e come lo svolgi?

P.S. Il sistema dell’arte oggi è infinitamente più complesso rispetto a quando ho iniziato a collezionare, all’inizio degli anni Novanta. Allora il mercato era concentrato tra poche città, soprattutto New York e Londra, c’erano molte meno fiere internazionali e il rapporto con artisti e gallerie aveva tempi diversi, più lenti, forse anche più profondi. Oggi viviamo in una dimensione globale e accelerata, in cui le dinamiche culturali, economiche e geopolitiche si intrecciano continuamente.
L’arte e la cultura non sono mai neutrali. Le mostre che si realizzano, gli artisti che si sostengono, i temi che si portano all’attenzione del pubblico contribuiscono a costruire sensibilità, consapevolezza, visioni del mondo. Per me è importante che la Fondazione rimanga uno spazio di libertà critica e di ascolto. L’arte contemporanea ha la capacità di anticipare questioni che spesso la politica o la società affrontano solo più tardi: penso ai temi dell’identità, delle migrazioni, dell’ambiente, delle trasformazioni tecnologiche, delle disuguaglianze sociali. Gli artisti riescono a cogliere tensioni profonde e a renderle visibili attraverso linguaggi che fanno pensare.
Naturalmente oggi è importante conoscere i contesti internazionali. Lavorare con artisti provenienti da aree geopoliticamente fragili o attraversate da conflitti significa anche interrogarsi continuamente su come creare dialogo senza semplificare, come sostenere la libertà espressiva senza cadere nella strumentalizzazione.

“Before it happens”, 2026. Palazzo Re Rebaudengo, Guarene. Foto di Giorgio Perottino

F.M. Dopo Francesco Bonami la Fondazione non ha più avuto un vero direttore artistico ma dei curatori senior con un ruolo e mansioni, mi sembra, più simili alla figura del project manager secondo il modello anglosassone. Ricordo che fu una tua scelta meditata e ponderata, e penso che oggi, dopo oltre un decennio, tu possa sentirti convinta di aver a suo tempo valutato a dovere e in prospettiva quello che sarebbe stato il futuro prossimo della Fondazione. Personalmente credo che abbia molto influito, allora come oggi, la tua maturazione personale come collezionista, ma soprattutto come conoscitrice dall’interno dell’ambito contemporaneo. Credo che tu abbia, insomma, via via acquisito quella consapevolezza necessaria per dirigere in autonomia la Fondazione così come progressivamente avevi iniziato a fare con la collezione. Ne convieni? Se sì, puoi raccontarmi come è avvenuto questo passaggio?

P.S. La figura di Francesco Bonami è stata importantissima per la Fondazione. Abbiamo lavorato insieme per tantissimi anni, dal 1995 al 2014. Francesco ha una forte visione curatoriale, una capacità critica riconoscibile e internazionale, ed è stato fondamentale nel consolidare l’identità della Fondazione nei primi anni, a partire dalle mostre “CAMPO 95” alle Corderie dell’Arsenale di Venezia, dedicata alla fotografia, e “CAMPO 6” alla GAM di Torino, che presentava sedici artisti di provenienze diverse, allora poco noti e oggi riconosciuti a livello internazionale.
Nel tempo le situazioni evolvono e cambiano, soprattutto in organismi vivi come una fondazione. Oggi lavoriamo con una struttura più articolata, in cui molte funzioni si distribuiscono tra competenze diverse e tra progettualità che si sviluppano in modo orizzontale. Molti dei curatori e delle curatrici che nel tempo hanno fatto parte del team della Fondazione hanno anche frequentato CAMPO, il corso di studi e pratiche curatoriali della Fondazione nato nel 2012, che ha contribuito a formare nuove generazioni di professionisti.
Per quanto riguarda il mio percorso personale, sia come collezionista sia come presidente della Fondazione, ho sempre fatto riferimento a due indicazioni fondamentali. La prima è quella del gallerista Nicholas Logsdail, che, nel 1992 quando ho iniziato a collezionare e gli ho chiesto consiglio, mi disse: «Hai una testa, usala, ma non dimenticarti di scegliere anche con il tuo cuore». La seconda è quella di mio padre, che, quando gli ho comunicato la mia intenzione di intraprendere un percorso nell’arte contemporanea, mi ha sostenuta, raccomandandomi però di farlo con “impegno”.
A queste parole riconduco il mio approccio all’arte come ambito di studio e conoscenza, vissuto con responsabilità e continuità.

“Before it happens”, 2026. Palazzo Re Rebaudengo, Guarene. Foto di Giorgio Perottino

F.M. Hans-Ulrich Obrist sembra essere il tuo costante riferimento di confronto nella costruzione del programma della Fondazione, ormai credo più un amico che un consigliere. La sua attenzione per i nuovi scenari è nota, tanto quanto la tua disponibilità ad avventurarti come collezionista verso lidi sconosciuti ancor prima che con la Fondazione. Credi che oggi, guardando anche al ruolo di Obrist, si possa ancora affermare l’esistenza di un’egemonia culturale occidentale o forse, guardando ai curatori e ai contenuti delle ultime Biennali internazionali, inclusa Venezia, dobbiamo prendere atto di un nostro declino e di un contestuale e significativo avanzamento, in tutti gli ambiti, del Global South e dei suoi attori – istituzioni, curatori, artisti? E dunque, come collezionista e come presidente della Fondazione, dove sta andando il contemporaneo?

P.S. Hans-Ulrich Obrist è un caro amico e una persona con cui ho condiviso moltissimo in questi anni. C’è tra noi un dialogo continuo, fatto di scambi, di confronti, di curiosità reciproca. Cura la programmazione della Fundación Sandretto Re Rebaudengo a Madrid e insieme scegliamo gli artisti per i progetti sull’Isola di San Giacomo a Venezia.
Hans Ulrich ha una qualità rara: una capacità quasi inesauribile di ascolto e di attenzione verso ciò che sta emergendo, verso le energie ancora non codificate del contemporaneo. 
Sul piano più ampio, parlare oggi di egemonia culturale occidentale come categoria stabile mi sembra sempre meno utile. Basti pensare alle biennali degli ultimi anni, Venezia compresa, che raccontano una moltiplicazione di centri, di prospettive, di linguaggi. Oggi vediamo emergere curatori, artisti e istituzioni che rivendicano la possibilità di raccontarsi autonomamente, secondo prospettive culturali differenti. L’arte contemporanea sta andando verso una dimensione sempre più ibrida, transdisciplinare e decentrata; il confine stesso tra arte, ricerca scientifica, tecnologia, ecologia, attivismo sociale è diventato molto più poroso. Come collezionista, questo significa per me continuare a cercare artisti capaci di leggere le trasformazioni profonde del presente, indipendentemente dalla loro provenienza geografica. Come presidente della Fondazione, significa invece creare uno spazio in cui queste ricerche possano convivere senza essere semplificate. Ne è un esempio la bella e potente mostra fotografica “Before it happens” (visitabile fino al 26 luglio) che hai curato a Palazzo Re Rebaudengo a Guarene, dove gli artisti, attraverso fotografie, video e pratiche installative raccontano alcune delle tensioni più urgenti del nostro tempo, dalle migrazioni alla crisi ecologica, dalle disuguaglianze sociali alle eredità del postcolonialismo.

F.M. Guarene, Torino, Madrid e ora San Giacomo. Da neanche un mese la Fondazione ha inaugurato il suo terzo spazio espositivo sull’Isola di San Giacomo nella laguna veneziana. A differenza di Guarene, che gode della vicinanza con Torino, San Giacomo sembra destinato a eventi una tantum. Cosa significa per te collezionista? Cosa diventerà in futuro San Giacomo e che ruolo avrà nella costellazione FSRR?

P.S. Ogni spazio della Fondazione è nato in un momento diverso del mio percorso. Torino è la sede principale, il luogo della costruzione di un’identità pubblica e di un dialogo costante con il contemporaneo internazionale. Palazzo Re Rebaudengo a Guarene è stata la prima sede della Fondazione, a cui nel 2019 si è aggiunto il Parco d’arte Sandretto Re Rebaudengo sulla collina di San Licerio, dove ogni anno commissioniamo opere e installazioni permanenti. Madrid, invece, è stata l’apertura verso un’altra geografia culturale europea, con una forte attenzione alle nuove generazioni e alla dimensione internazionale.
L’Isola di San Giacomo è un luogo sospeso, fragile, immerso in una geografia unica come quella della laguna veneziana. Non sarà uno spazio espositivo “tradizionale”, ma un luogo per progetti site specific, per residenze, per incontri interdisciplinari, anche per forme di ricerca che sfuggono ai tempi abituali delle istituzioni artistiche. Mi interessa l’idea che possa accogliere pratiche legate all’ambiente, alla sostenibilità, al rapporto tra uomo e natura.
Naturalmente Venezia ha un peso simbolico enorme nel sistema dell’arte contemporanea internazionale e proprio per questo sentivo il desiderio di creare uno spazio che non fosse semplicemente “dentro” Venezia nel senso più convenzionale del termine, bensì in una posizione più laterale, quasi contemplativa. Un luogo che permetta anche una diversa qualità dell’esperienza.
Nella costellazione della Fondazione, l’Isola diventerà uno dei luoghi più sperimentali e poetici.

“Before it happens”, 2026. Palazzo Re Rebaudengo, Guarene. Foto di Giorgio Perottino

F.M. Torino è la tua città, che rapporto hai con lei come collezionista e imprenditrice attraverso la Fondazione, a iniziare dal tuo ruolo nella Fondazione CRT?

P.S. Torino è la città in cui sono nata, in cui mi sono formata, e con cui ho costruito un rapporto molto profondo. È una città che possiede una straordinaria eleganza intellettuale, una discrezione quasi naturale, e una tradizione culturale molto forte. Forse proprio questa sua natura così riservata l’ha resa, negli anni, un terreno particolarmente fertile per l’arte contemporanea.
Quando ho deciso di costituire la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo nel 1995, Torino stava vivendo una stagione molto importante: c’era una forte energia creativa che ha portato alla nascita di altre fondazioni private e al dialogo tra istituzioni, gallerie e artisti. Penso che la città abbia avuto la capacità rara di costruire un ecosistema culturale autentico, non artificiale. Mi sono sempre sentita parte di questo tessuto, non come figura isolata ma come parte di una comunità culturale. Fin dall’inizio ho pensato che fosse importante restituire alla città una parte di ciò che avevo ricevuto dall’arte e dagli artisti: desideravo costruire un luogo aperto, accessibile, capace di dialogare con il pubblico internazionale ma anche con il territorio.
Quando nel 2023 sono stata invitata a diventare presidente della Fondazione Arte Moderna e Contemporanea CRT, costituita nel 2000 dalla Fondazione CRT per arricchire e valorizzare il patrimonio culturale e artistico torinese e piemontese, ho accolto l’incarico con lo stesso senso di responsabilità e impegno che porto avanti da molti anni. Ho messo subito a disposizione l’esperienza maturata attraverso la mia Fondazione, dando vita a progetti come Radis, il progetto di arte nello spazio pubblico del territorio piemontese, che riflette la pratica delle committenze del Parco d’arte; oppure ai seminari di Aperto, che nascono dall’esperienza di CAMPO, il corso per curatori che dal 2012 forma nuove generazioni di professionisti.
Credo molto nel ruolo delle fondazioni come soggetti capaci di sostenere nel lungo periodo progetti culturali, educativi e sociali. Oggi più che mai le istituzioni culturali devono lavorare insieme, creare reti, condividere competenze e visioni. Torino continua a offrire un terreno particolarmente favorevole a questo tipo di visione: una città che sa valorizzare il dialogo tra pubblico e privato, e che investe nella cultura come bene comune.

“Before it happens”, 2026. Palazzo Re Rebaudengo, Guarene. Foto di Giorgio Perottino

F.M. Non è tempo di bilanci, ma il senso e lo spessore del tuo lavoro ormai sono evidenti. Cosa vorresti migliorare attraverso il tuo operato nell’arte contemporanea e nello specifico in Italia?

P.S. Non credo all’idea del traguardo definitivo, soprattutto nell’arte contemporanea. È un ambito che obbliga continuamente a rimettersi in discussione, a cambiare prospettiva, ad ascoltare ciò che ancora non si conosce. Dopo tanti anni di lavoro, sento con maggiore chiarezza anche quali siano le responsabilità nei confronti del sistema culturale e delle generazioni future.
In Italia c’è ancora moltissimo da fare, soprattutto sul piano dell’educazione al contemporaneo. Penso sia importante continuare a impegnarsi per creare un rapporto più naturale tra il pubblico italiano e l’arte contemporanea. L’arte non dovrebbe essere percepita come qualcosa di distante o per pochi, ma come uno strumento attraverso cui leggere il mondo in cui viviamo.
Vorrei anche che in Italia si rafforzasse maggiormente il sostegno agli artisti nelle fasi iniziali del loro percorso. Spesso abbiamo talenti straordinari, ma mancano strutture sufficientemente solide per accompagnarli nel tempo: residenze, produzione, committenze, possibilità di confronto internazionale. Le istituzioni private possono avere un ruolo importante proprio nel creare queste opportunità.
Un altro aspetto che considero fondamentale riguarda la formazione delle professionalità culturali. Oggi il lavoro nell’arte richiede competenze molto articolate: curatoriali, organizzative, educative, tecnologiche. Bisogna investire di più nei giovani che desiderano lavorare in questo ambito, offrendo loro strumenti concreti e anche una dimensione realmente internazionale.
Infine, credo sia sempre più necessario ripensare il rapporto tra arte e società. Le istituzioni culturali non possono essere autoreferenziali. Devono interrogarsi continuamente sui pubblici che riescono a raggiungere e su quelli che rischiano di lasciare ai margini. L’accessibilità, l’educazione e la partecipazione sono parti integranti della missione culturale. Guardando al futuro, mi auguro che la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo continui a essere un’istituzione aperta, con uno sguardo internazionale e al tempo stesso radicato nei territori in cui opera.