Drama Dehor e la vocazione performativa degli oggetti dismessi

Uno dei talenti di Drama Dehor è saper cogliere la vocazione performativa degli oggetti dismessi, animandoli di un potenziale narrativo latente. Lo fa attraverso una pratica trasversale che guarda alla tradizione del teatro di figura e unisce commedia dell’arte con eccesso barocco e realismo noir, ma non solo: arti visive, performance, musica dal vivo, animazione e artigianato sono utilizzati senza particolari gerarchie, in opere che sfuggono organicamente alle categorie disciplinari e sanno ammaliare. Prestigiatore delle cose rotte, il collettivo di base a Torino ha un debole per il weird e le note malinconiche della pantomima. Trova una propria grammatica visiva in atmosfere tra il cupo e la meraviglia.


Lo scorso primo giugno ha presentato a Cripta747 il suo ultimo “spettacolino”, Cappello uccello senza di lui, in occasione di un evento a cura di Vio Rossi. Il puppet show si svolge attorno a un tavolo rotondo coperto da una tovaglia opalescente da cui emergono braccia e gambe umane con grandi scarpe da pagliaccio a scacchi. Sul tavolo, poi, una fila di cappelli a cilindro neri che, quando sollevati da una mano-collo che spunta a piacimento da sotto il tavolo, rivelano al loro interno il volto di un personaggio dal pallore lunare; ogni cappello contenente un’espressione emotiva – stupore, tristezza, paura e rabbia. Insieme al burattino vivente, lo spettacolo include la comparsa di una farfalla argentata, un uovo-poi-pulcino e un cappellaccio volante, predatore crudele dalle fauci di un rosso terminale, destinato a irrompere bruscamente su ogni possibilità di lieto fine. La coreografia risulta sorprendentemente complessa sia per lo spettro emotivo esplorato, sia per la sua esecuzione, che – oltre a prevedere i movimenti coordinati dei membri del collettivo, senza possibilità di vedere e vedersi – comporta il destreggiarsi con marionette manovrate dall’alto grazie a un piccolo palco sul palco nascosto, e poi musica dal vivo appositamente composta dal collettivo, che colora il tempo scenico con sonorità drammatiche.
Emerge il teatro di figura come interesse primario e, più nello specifico, la marionetta come forma espressiva. Edward Gordon Craig, riferimento importante per Drama Dehor, individua in quest’ultima una forma di purezza non raggiungibile dall’attore: un corpo che incarna simbolicamente le emozioni, sottraendosi alle oscillazioni psicologiche dell’interprete e all’egotismo della performance, e risultando particolarmente adatto a dare forma ad archetipi e immagini collettive. Riletta oggi, la supermarionetta di Craig sembra parlare a un presente popolato da identità fluide e forme di esistenza che sfuggono sempre più alla centralità dell’umano. Se Craig trattava la marionetta come alternativa all’attore, Drama Dehor la utilizza piuttosto per contaminare l’umano stesso, trasformandolo in un involucro animato da forze, gesti, intenzioni e coincidenze che eccedono l’io individuale. In questa prospettiva la marionetta diventa un dispositivo capace di aprire il soggetto a presenze altre, mantenendo intatto quel fascino ambiguo che da sempre le appartiene.

Il collettivo stesso poi ha per sua natura una pluralità innata. Fondato nel 2025 da Nicoletta Busto, Giulia Fossati, Jowisz80C, Moyra Shaw e Alan Stefanato, Drama Dehor è prima di tutto una congrega di amici che condivide uno studio a Torino. Ognuno proviene da percorsi di studio differenti e ha parallelamente una propria pratica individuale. Quando lavorano insieme, le loro competenze si amalgamano in un ingranaggio mosso da intuito, inventiva, curiosità, gioco e sperimentazione, in cui l’autorialità si fa porosa. Le sceneggiature dei loro spettacoli, per esempio, spesso nascono da una forma di exquisite corpse testuale e poi si materializzano attraverso atti che definirei di ingegneria fantastica e DIY, in cui è il fare stesso a guidare la pratica, lasciando che il significato emerga, spontaneo e sempre in ritardo.

Prima di Cappello uccello senza di lui vi è stato È il primo di una lunga serie di scherzi del destino, prodotto in occasione di gggglllloooossssaaaa XVII, a cura di Vittoria de Franchis, e caratterizzato da marionette-bambolina controllate con un sistema di calamite. Il progetto inizialmente avrebbe dovuto svolgersi su una semplice superficie bianca, ma la necessità di occultamento per un migliore susseguirsi delle scene ha fatto sì che questa sia stata sostituita da un vero e proprio teatrino mobile fatto di corsetti, drappeggi, capelli sintetici e scarti di biancheria contenitiva: un sipario all’interno del quale si susseguono episodi dedicati al destino, alla gravità delle cose e al peso dell’esistenza. Ne risulta una sorta di Barry Lyndon in scala manuale, dove il barocco parte dal basso e vive di trucchi ingegnosi. Come nel film di Kubrick, il destino viene assecondato con una lucidità che lo rende inevitabile e stranamente elegante. Tra volteggi, cadute e rovesciamenti, la storia procede a singhiozzo, articolata in brevi capitoli annunciati da giochi di ombre. La frammentazione è anche corporea, con teste fluttuanti e arti ballerini, separati dai corpi inermi e pesanti di una fatalità che però non schiaccia. Anche in questo caso l’opera rifiuta una classificazione univoca: installazione, spettacolo, concerto e scultura convivono, lasciando che sia il processo stesso a definirne il formato sui generis. Un ruolo centrale è giocato dalla musica, materia drammaturgica parallela che oscilla tra riferimenti videoludici, elettronica e carillon distorti. Da Kōji Kondō a Toby Fox, Tomohito Nishiura e ASA-CHANG & Junray, Nero’s Day at Disneyland ed Elysia Crampton, la selezione musicale costruisce un tempo scomposto e malinconico proveniente da epoche diverse e soprattutto da una geografia virtuale. Un paesaggio sonoro in cui la realtà glitcha in un iperpop accelerato e allo stesso tempo innocentemente infantile. Il tutto evoca la memoria affettiva di una teatralità esistenziale odierna, in cui la performance non ha mai fine.

Non sorprende allora che il primo lavoro del collettivo sia dedicato a Pierrot. Presentato e prodotto da Cripta747 nel 2025, don’t stress me, i’m not the sun combina un’animazione in stop motion, una performance e un’installazione scultorea. Al centro dell’opera, vi sono P e la sua casa senza fondamenta, che galleggia tra maree interiori, oggetti erranti e ricordi accartocciati di un amore antico, sparito a ogni alba. Già in questo primo progetto erano presenti molti degli elementi che continuano a definire l’immaginario di Drama Dehor: l’amore per le marionette, la predilezione per atmosfere tragicomiche e romantiche, e il linguaggio magico degli oggetti ritrovati.


Da settembre il gruppo sarà fellow della decima edizione di Cripta747 Residency Programme, continuando una collaborazione curatoriale già avviata di cui sono fiera di far parte. Inutile anticipare le loro intenzioni dato il fast pace con cui progettano e trasformano idee. Quel che è certo è che, quali che siano i prossimi progetti a firma Drama Dehor, non smetteranno di meravigliare nella loro inventiva unica che tocca il profondo con ilarità, stuzzicando il pensiero contemporaneo non umano ed evocandone tutta la complessità. L’atto creativo spontaneo e la malinconia coppia regale del loro fare.