Le mostre di settembre. Una guida a 10 mostre in Italia

Francis Alÿs, Looking Up, 2001. Still da video, 4 minuti. Mexico City. In collaborazione con Rafael Ortega 

Settembre è il mese del ritorno. Riaprono musei e gallerie, riprendono le programmazioni dei festival e l’arte torna progressivamente in città, negli spazi reali e immaginari, senza per questo smettere di interrogare ciò che accade fuori, o intorno. Dalla Pianura Padana raccontata da Luigi Ghirri e Gianni Celati alla Taormina di Corrado Cagli, passando per Milano, Siena, Torino e la Sardegna, le dieci mostre selezionate attraversano l’Italia seguendo linguaggi diversi e continuando a domandarsi cosa significhi lasciare un luogo, tornarvi e ritrovare ciò che avevamo momentaneamente abbandonato. Pittura, fotografia, video, performance e materiali d’archivio accompagnano questo rientro: dalla videoarte della rassegna dedicata al paesaggio ad Anacapri alla fotografia di Ghirri, messa in relazione con gli scritti e i film di Celati; dalle tecniche di tessitura di Natsuko Uchino alla pittura di Skyler Chen a San Giovanni Valdarno. Si può tornare davvero nei luoghi che abbiamo lasciato, sembra chiederci Corrado Cagli? Le stanze di Davide Stucchi, che poi non sono altro che le stanze di tutti, ci suggeriscono invece che i luoghi possono continuamente cambiare, e noi con loro.

1. Festival del Paesaggio, The Observer – Villa San Michele, Anacapri (dal 6 settembre)
Chi osserva chi? Nell’epoca delle immagini digitali e dei sistemi di visione artificiale, guardare non è più un gesto necessariamente privato e innocente. Per la sua decima edizione, il Festival del Paesaggio di Anacapri parte proprio dalla figura dell’osservatore. A Villa San Michele, Francis Alÿs, Ali Cherri, Irene Fenara, Andrea Francolino, Eva Giolo, Elisa Sighicelli, Luca Vitone e Klara Zetterholm mettono alla prova il nostro modo di guardare il paesaggio e gli archivi visivi che costruiamo ogni giorno. Il giardino si apre per la prima volta a un programma di video d’artista all’aperto, mentre le bandiere di Andrea Francolino sostituiscono quelle che normalmente accolgono i visitatori della Villa. Il paesaggio non fa da sfondo: diventa parte attiva dell’esperienza.

Ali Cherri, The Watchman, 2023. Still da video. Courtesy dell’artista; Fondazione In Between Art Film; Galerie Imane 

2. Luigi Ghirri e Gianni Celati, Verso la foce” – MAMbo, Bologna (fino al 4 ottobre)
Ci sono paesaggi che si possono fotografare e altri che sembrano chiedere di essere raccontati. Luigi Ghirri e Gianni Celati hanno fatto entrambe le cose, percorrendo insieme la Pianura Padana e il delta del Po e costruendo uno dei sodalizi più fertili tra fotografia, letteratura e cinema italiani. Al centro della mostra al MAMbo c’è Blu infinito, ottantuno fotografie realizzate da Ghirri tra il 1989 e il 1991 durante i sopralluoghi e le riprese di Strada provinciale delle anime, primo lungometraggio di Celati e prosecuzione cinematografica dell’esplorazione iniziata con Verso la foce. Strade, case, persone e orizzonti apparentemente ordinari diventano frammenti di un’Italia marginale, osservata senza nostalgia e senza monumentalità. Un viaggio condiviso in cui scrivere e fotografare diventano due modi vicinissimi di imparare a vedere.

3. Natsuko Uchino, “Tessere trame su pieghe increspate – CONTEMPORANEA, Palazzo Chigi Zondadari, Siena (fino all’otto dicembre)
Un tessuto non è mai soltanto una superficie. Nei suoi fili si possono depositare storie, tecniche, migrazioni e memorie che attraversano luoghi lontani. Nella prima personale italiana di Natsuko Uchino, Palazzo Chigi Zondadari diventa il punto d’incontro tra queste geografie. L’artista giapponese, che nella sua pratica intreccia agricoltura, permacultura, artigianato ed economie di sussistenza, entra in dialogo con arredi, opere e decorazioni della dimora senese. Materiali e pattern trasmettono ricordi, mentre la storia del palazzo incontra saperi e tradizioni provenienti da altrove.

4. Skyler Chen, “Imitation of Life (Imitare la vita)” – Casa Masaccio, San Giovanni Valdarno (fino al 20 settembre)
Quanto di ciò che chiamiamo identità appartiene davvero a noi e quanto, invece, allo sguardo degli altri? Skyler Chen prende in prestito il titolo dal melodramma di Douglas Sirk del 1959 Imitation of Life, storia di una giovane afroamericana che rinnega le proprie origini per poter vivere nell’America segregazionista. Nella prima personale dell’artista taiwanese in un’istituzione pubblica italiana, la pittura diventa uno spazio in cui identità queer asiatica, memoria e desiderio possono sottrarsi alle categorie imposte. Iconografie taiwanesi e immagini della cultura commerciale americana convivono con corpi, cibo, animali e oggetti quotidiani. Figure silenziose abitano scene intime e sospese, dove l’esperienza personale si trasforma in una riflessione più ampia su appartenenza, solitudine e possibilità di essere sé stessi.

5. “Arnaldo Pomodoro. Una vita” – Gallerie d’Italia, Milano (fino al 18 ottobre)
La superficie, per Arnaldo Pomodoro, non è mai stata un confine. Sfere, dischi e forme geometriche apparentemente perfette si aprono per mostrare ingranaggi, incisioni e materia nascosta, come se ogni scultura custodisse al proprio interno un’altra architettura. Nell’anno del centenario della nascita dell’artista, le Gallerie d’Italia ripercorrono oltre sessant’anni della sua ricerca attraverso opere provenienti dalle collezioni di Intesa Sanpaolo e della Fondazione Arnaldo Pomodoro. Dagli esordi degli anni Cinquanta alle sperimentazioni più recenti, sculture monumentali, rilievi e materiali d’archivio raccontano una pratica che ha continuamente messo in tensione geometria e materia, ordine e disgregazione, superficie e profondità.

6. Shilpa Gupta, “One Palm Closer to the Sky” – GAM / Fondazione Furla, Milano (fino al 6 gennaio 2027)
Le parole possono unire, ma possono anche tracciare confini. Possono essere censurate, tradotte, fraintese o trasformarsi in strumenti di controllo. Da oltre vent’anni Shilpa Gupta lavora proprio nello spazio instabile che separa linguaggio e potere, libertà individuale e appartenenza collettiva. Per l’ottava edizione di Furla Series, l’artista indiana porta alla GAM di Milano nuove produzioni concepite appositamente per gli spazi del museo. Scultura, luce, video, suono e performance mettono in relazione lingue e territori, dimensione privata e spazio pubblico, entrando a loro volta in dialogo con l’architettura storica e la collezione permanente della galleria. Il museo diventa così un luogo in cui anche una parola o un gesto minimo possono rendere visibili le strutture che determinano chi può parlare e muoversi.

Shilpa Gupta, I Live Under Your Sky Too, 2004–in corso. Installazione luminosa animata, 975 x 487 cm. Courtesy dell’artista. Foto di Shrutti Garg

7. Corrado Cagli: Nostoi. Rome New York Taormina – Palazzo Corvaja, Taormina (fino al 20 ottobre)
Si può tornare davvero nei luoghi che abbiamo lasciato? “Nostoi”, dal termine greco che indica il ritorno in patria, ripercorre la vicenda umana e artistica di Corrado Cagli attraverso tre città che ne hanno segnato l’identità: Roma, New York e Taormina. Costretto all’esilio negli Stati Uniti dalle leggi razziali fasciste, Cagli attraversa la guerra e torna in Italia nel 1948, senza però ricomporre semplicemente ciò che aveva lasciato. La mostra, curata da Raffaele Bedarida con la direzione artistica di Franco Baldasso, legge infatti il ritorno non come nostalgia, ma come una continua ridefinizione di sé. A Palazzo Corvaja, opere e documenti ricostruiscono una traiettoria fatta di partenze, incontri e appartenenze, fino alla Sicilia degli anni Sessanta, dove Taormina diventa per Cagli un nuovo luogo da cui ripensare la propria storia.

Corrado Cagli, Larve a Mazzarò, 1963. Inchiostro colorato su carta riso intelata, 43 x 63 cm

8. “Nivola, Colombo e lo spazio intorno” – Museo Nivola, Orani (NU) (fino al 25 ottobre)
Lo spazio non è vuoto: cambia quando lo attraversiamo. Il museo Nivola mette in dialogo Costantino Nivola e Gianni Colombo partendo da una significativa vicinanza: nel 1968 Nivola realizza il suo primo studio di ambiente, mentre Colombo presenta alla Biennale di Venezia lo Spazio elastico. Quasi sessant’anni dopo, tre stanze trasformano quel confronto in un’esperienza fisica. La Stanza dei sogni di Nivola incontra lo spazio percettivamente instabile di Colombo, mentre un terzo ambiente raccoglie voci, scritti, immagini e ricordi della comunità di Orani. Prospettive, volumi, vuoti e luce smettono di essere semplici elementi dell’architettura per diventare qualcosa che il corpo misura e modifica.

9. Davide Stucchi, “Temporary Rooms” – Triennale Milano, Milano (fino al 4 ottobre)
Una casa non è mai soltanto lo spazio in cui viviamo. È fatta di oggetti, abitudini e memorie, ma anche di convenzioni che stabiliscono il modo in cui impariamo ad abitarla. Nella personale di Davide Stucchi alla Triennale Milano curata da Damiano Gullì, lo spazio domestico è in continua trasformazione. Durante i mesi di apertura, l’impluvium cambia infatti quattro volte identità: da bagno a salotto, da camera da letto fino a cucina, ultima configurazione in programma dal 15 settembre. Opere ibride tra arte e design perdono la propria funzione abituale o ne acquisiscono di nuove, mettendo in relazione oggetti, immagini e corpi. Le stanze sono temporanee, ma ciò che raccontano è quotidiano: la casa come costruzione culturale, intima e insieme collettiva.

Davide Stucchi, “Temporary Rooms”, 2026. Triennale Milano, Milano. © Triennale Milano. Foto Andrea Rossetti

10. Betty Bee. “Innamorata – ALMANAC, Torino (fino al 2 ottobre)
Per Betty Bee arte e autobiografia non sono mai state due cose separate. Fin dagli anni Novanta l’artista napoletana ha trasformato esperienze personali, desiderio e corpo in strumenti attraverso cui mettere in discussione i ruoli assegnati alle donne e le convenzioni che regolano genere, erotismo e potere. “Innamorata” ripercorre questa pratica attraverso dipinti, fotografie, video, performance, materiali d’archivio e opere inedite. Ma più che costruire una retrospettiva ordinata, la mostra restituisce un’identità continuamente riscritta, in cui la messa in scena di sé diventa una forma di emancipazione. Il titolo sembra promettere una storia d’amore; Betty Bee usa invece l’amore per interrogare il desiderio e le immagini attraverso cui impariamo a riconoscerlo.

Betty Bee, Gilda, 2016. Tecnica mista su stampa fotografica con cornice in legno metallizzato, 42 × 52 cm. Betty Bee. “Innamorata”, 2026. ALMANAC, Torino. Courtesy dell’artista; ALMANAC, Torino. Foto di Luca Vianello e Silvia Mangosio