Cao Fei: Dash a Fondazione Prada, Milano

di | 12 ago 2026
Cao Fei, The Birth, 2026. Installazione multimediale, dimensioni variabili. Video a tre canali in loop, oggetti di scena legati al raccolto, altare, sacchi di fertilizzante, striscione, cuscini, drone agricolo XAG. Cao Fei, “Dash”, 2026. Courtesy Fondazione Prada. Foto di Marta Marinotti e Federico Floriani 

I processi di accelerazione digitale e di automazione in ambito agricolo-industriale iniziati in Cina negli anni Novanta del secolo scorso e che, con l’attuazione del quindicesimo Piano Quinquennale (2026-2030), aspirano a giungere alla piena maturità, hanno contribuito a plasmare nuove modalità, non solamente produttive ed economiche, ma anche sociali e culturali. 
Da un lato, tali processi hanno decretato il primato dell’uomo e della sua capacità di superare sé stesso; dall’altro, proprio tale superamento sta preparando il terreno all’obsolescenza della nozione di umanità conosciuta finora, alla progressiva irrilevanza e dimenticanza di un sapere connotato dall’ideazione e dall’esecuzione umana a vantaggio di uno votato alla delega alla macchina in forma quasi esclusiva. 
L’agricoltura, una delle invenzioni cruciali per la creazione di civiltà complesse, è un ambito in cui, nel corso dei secoli, si sono sedimentate forme sapienziali che spaziano dalla dimensione arcaica a quella futuristica. Ciò è evidente soprattutto in diversi paesi asiatici, tra cui la Cina, luogo in cui il concetto stesso di terra è definito dai legami che intercorrono tra la sfera della mitologia, della religione, del rito e quella della geopolitica, del diritto e della tecnologia. Di conseguenza, per la civiltà cinese l’agricoltura è molto più di un settore di produzione: è un pilastro sociale e culturale, è l’attività che ha la collocazione più significativa sull’asse cosmologico che unisce Cielo e Terra.

“Dash”, la mostra personale di Cao Fei (nata nel 1978 a Canton, vive e lavora a Pechino), organizzata presso la sede milanese di Fondazione Prada, diparte dall’analisi del fenomeno dell’agritech, ancora relegato alla dimensione del possibile per buona parte del mondo occidentale, ma già integrato nelle vite di milioni di persone in Asia. Prendendo come spunto le attività di XAG – azienda cinese leader a livello mondiale per le tecnologie agricole smart – la mostra si rivela un metadispositivo operante su più livelli semantici che mette in scena l’intersecarsi di diverse dimensioni temporali: scenari ipertecnologici coesistono con pratiche ancestrali e riti apotropaici derivanti dalla cosmologia agricola tradizionale.
Cao Fei non è nuova a indagare come l’accelerazione vissuta dalla società cinese ne abbia impattato ogni aspetto: dalla metamorfosi dell’assetto urbano affrontata in maniera documentaristica in San Yuan Li (2003) o presentata con toni post-apocalittici in La Town (2014), ai sogni degli operai delle fabbriche del sud della Cina protagonisti di Whose Utopia (2006), fino alla logistica digitale applicata allo smistamento delle merci di Asia One (2018). “Dash” rappresenta una sintesi degli ultimi decenni della poetica dell’artista ma al tempo stesso ne allarga il campo sia geografico – includendo oltre alla Cina altri paesi asiatici come Thailandia, Vietnam e Cambogia – sia concettuale e iconografico, integrando il registro del sapere tecnologico e quello secolare, creando un movimento dialettico che oscilla costantemente tra i due.

Cuore del progetto è l’installazione multimediale Dash (2026) da cui la mostra prende il nome. Situata al piano terra del Podium, l’installazione è posta al centro di un percorso concepito come un sito archeologico dedicato all’agricoltura contemporanea ed è costituita da un film a due schermi (Dash), una serie fotografica, stazioni meteorologiche e droni agricoli. Il film Dash (2026) – visibile sotto una tenda simile a quelle usate per la conservazione del riso – si apre con un rito propiziatorio che segna l’inizio della semina primaverile performato da danzatori cerimoniali. Lo spettatore percepisce immediatamente di non trovarsi di fronte a una scena convenzionale perché i danzatori sono circondati da oggetti tecnologici, sensori e pannelli fotovoltaici disseminati nei campi, controllati da tecnici in una sala di comando. Ma soprattutto perché il protagonista assoluto è un drone abbellito con decorazioni cerimoniali, circondato da offerte votive, portato in processione dai campi al tempio ancestrale.
Il drone non è presentato come una macchina senza anima ma come una sorta di “mediatore culturale”, elemento chiave nella triade Cielo, Terra e Uomo; è dotato di uno “spirito” che forse gli umani stanno ancora imparando a conoscere, ma a cui si affidano senza remore. La presenza del drone non segna così l’assenza di sacralità, ma è una nuova chiave d’accesso al mondo spirituale attraverso il riconoscimento del principio della “vitalità delle cose” secondo cui anche nella materialità risiede la divinità. Non è casuale che molte divinità cinesi siano rappresentate con gli strumenti primordiali ma essenziali per le trasformazioni tecnologiche che hanno contribuito a implementare, creando così un continuo rimando tra tecnica, religione e cosmologia. La figura mitologica di Shennong, il “Contadino Divino” noto come l’inventore dell’agricoltura, per esempio, è associato a una sorta di aratro rudimentale, in cinese leisi. Emblematica è la presenza del drone in scene del film che richiamano riti sciamanici e in cui la vibrazione emessa dal drone e i battiti dei tamburi cerimoniali procedono all’unisono.

Cao Fei, Dash, 2026. Installazione multimediale, dimensioni variabili. Video a due schermi, 47 minuti e 05 secondi, installazione fotografica a 9 pannelli, strutture da risaia, stazioni meteorologiche, droni agricoli, veicoli automatici e filmati promozionali XAG, arredi. Cao Fei, “Dash”, 2026. Courtesy Fondazione Prada. Foto di Marta Marinotti e Federico Floriani 

Per questo, in tutto il film – girato tra le risaie della regione di Guangdong e i campi di cotone del Nord-Est della Cina – il drone non è solamente un prodotto della mente umana e del suo ingegno ma, agendo da soggetto/oggetto che facilita il passaggio tra due dimensioni spazio-temporali, si rivela in grado di intervenire sull’ambiente e sull’individuo attraverso un’azione trasformativa. Il drone cambia il rapporto del coltivatore con la terra trasformando il contadino tradizionale da esecutore materiale ad amministratore di dati. I coltivatori, sostituiti da macchine sempre più sofisticate in grado di tradurre il sapere legato alla terra, non sono più in balia della natura biologica e delle sue incertezze. Attraverso i droni, metonimia di una natura tecnologica, grazie alla “liberazione della mano” umana dal lavoro, gli uomini cercano di ritrovare il principio di risonanza con il Cielo sia a fini produttivi sia spirituali. In prossimità di Dash è posizionata una tenda realizzata con sacchi di fertilizzante che richiama un tempio. Al suo interno The Birth, un video a tre canali ispirato alla venerazione dei droni nel Sud-Est asiatico. Pochi passi più in là, il ribaltamento prospettico, da visione terrena ad aerea, è al centro del gioco di realtà virtuale Dash-180c. Trasportando lo spettatore in uno scenario futuristico, Dash-180c permette di adottare la prospettiva di un drone agricolo dismesso modello 180-c che si muove in un paesaggio tecnologico se non già obsoleto, destinato a diventarlo ben presto. 

Cao Fei, Dash 180-c, 2026. Installazione, dimensioni variabili. Gioco in realtà virtuale, 20 minuti e 15 secondi, trailer di 2 minuti. Banani artificiali, luci al neon, stampa su vetro, due set di schermi curvi panoramici, due dispositivi VR. Cao Fei, “Dash”, 2026. Courtesy Fondazione Prada. Foto di Marta Marinotti

Il piano superiore di Podium è occupato in gran parte da Land Evolution (2026), trasposizione visiva di due diverse metodologie di ricerca: ai primi trattati sull’agricoltura che seguono una linea del tempo verticale e ricostruiscono la filosofia della tecnologia è accostato materiale iconografico che, avvalendosi di un approccio filologico orizzontale, mappa l’evoluzione dell’agricoltura dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese (1949) sino agli anni Ottanta del secolo scorso. In questo contesto, il principio agricolo «seguire il tempo del cielo» enunciato in Tecniche essenziali per il benessere del popolo del 540 d.C. dialoga con lo slogan di epoca maoista «l’uomo può conquistare il cielo». Alla macchina seminatrice su ruote presentata nel Trattato di agricoltura del 1313 fanno eco le immagini di macchine per la semina e trattori che compaiono sui poster di propaganda a favore della modernizzazione agricola (1958) in cui donne e uomini ugualmente nerboruti si prodigano per rendere la terra il più produttiva possibile. A questo apparato, in uno spazio allestito come se fosse un laboratorio, sono affiancati contributi video con interviste ad accademici, studiosi, ingegneri di XAG (Land Debate, 2026) ma anche a piloti di droni, agricoltori provenienti da Vietnam, Cambogia, Thailandia (Southward Journey, 2026), nonché una selezione di diapositive tratte dalla serie China Agricolture: Color Educational Slide Film risalente al 1984 (Land of Plenty, 2026). In quest’ultimo lavoro, i cui contenuti si dispiegano dai primi anni di apertura della Cina promossa da Deng Xiaoping, l’agricoltura e la sua modernizzazione emergono come elementi dal valore identitario della nazione. 
Punto di raccordo di tutto il piano ma anche del progetto stesso è Cosmos, Human, Technics (2026), un diagramma creato appositamente per la mostra e che riassume visivamente la genesi di Dash e le diverse ramificazioni concettuali ad esso sottese. Dal diagramma si evince il rapporto dialogico tra cosmo, uomo e tecnologia attraverso le lenti della filosofia, della storia, della religione, delle tipologie di invenzioni e coltivazioni. 

Nella mostra “Dash”, Cao Fei non si fa portavoce né di una semplicistica fiducia cieca nella tecnocrazia, né di un ritorno ingenuo e anacronistico alla terra. Nessuna dichiarazione di superiorità tecnologica come strumento di soft power, nessun tecno-nazionalismo, nessun mito del buon selvaggio come forma di escapismo dal senso di estraniazione urbana. “Dash” è una riflessione aperta su come tecnologia e cosmologia possano essere un riverbero dell’altra, su come l’avanzamento tecnologico stia dando forma – che lo si voglia oppure no, che sia una scelta cosciente o subita – a modi inediti di vivere, lavorare, pregare, emanciparsi, appropriarsi del proprio tempo entro i limiti e al di là della dimensione lavorativa. Con una prospettiva inedita, non sempre di immediata lettura data la complessità dei contenuti e dei contesti, “Dash” rifugge la logica binaria basata sull’esclusione e sulla definizione a priori, sospendendo il giudizio a favore dell’analisi. In questo contesto, low tech e high tech non solamente si contaminano a vicenda, ma discendono dalla stessa matrice. In un momento in cui si assiste a una smaterializzazione progressiva del rapporto con la terra e con il mondo fenomenico in termini generali, “Dash” invita a sviluppare una nuova consapevolezza per contrastare l’evanescenza della condizione umana. 

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