Vincenzo Agnetti alla GAM di Torino. Ricominciare dalla fine

di | 14 set 2026
Vincenzo Agnetti, Photo-Graffia, 1980. Carta fotografica esposta e graffiata, 35 x 25,5 cm. Fondazione Arte CRT in comodato alla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino

Nel 1970 Vincenzo Agnetti scriveva dell’importanza di iniziare dalla fine. Questa esigenza, oltre a essere uno dei tanti paradossi che attraversano la sua opera, può essere intesa come una dichiarazione poetica. Per Agnetti ogni linguaggio, prima di poter produrre un significato nuovo, deve essere portato al proprio limite per potersi così svuotare delle sue convenzioni. È soltanto quando un sistema smette di funzionare secondo le proprie regole che diventa possibile comprenderlo davvero. Questa tensione verso l’azzeramento attraversa tutta la sua ricerca artistica e trova una delle sue espressioni più compiute nelle Photo-graffie, nucleo centrale della mostra “Vincenzo Agnetti. Oggi è un secolo”, allestita alla GAM di Torino in occasione del centenario della nascita dell’artista.
Curata da Chiara Bertola con Virginia Lupo, l’esposizione prende avvio da Photo-graffia (1980), entrata nelle collezioni del museo nel 2024, e sviluppa attorno a quest’opera una riflessione sulle sperimentazioni che Agnetti conduce tra la fine degli anni Settanta e il 1981, ultimo anno della sua vita. È una scelta curatoriale significativa, perché sposta l’attenzione su una fase spesso considerata marginale rispetto alle celebri opere linguistiche degli anni Sessanta e Settanta, mostrando invece come le Photo-graffie costituiscano il punto di condensazione di un percorso iniziato molti anni prima.
Quando Agnetti abbandona definitivamente la pittura, alla fine degli anni Cinquanta, non lo fa per aderire semplicemente alle nascenti ricerche concettuali. La sua è una decisione radicale, legata al suo interrogarsi sul ruolo stesso dell’arte. Da quel momento – e per diversi anni – non gli interessa più produrre immagini, ma interrogare le condizioni che rendono possibile la loro esistenza.

Vincenzo Agnetti, Oggi è un secolo. Feltro bianco inciso e dipinto di colore marrone. Courtesy dell’Archivio Vincenzo Agnetti, Milano

La scrittura occupa fin dall’inizio un ruolo centrale nella sua produzione. I suoi numerosi scritti teorici infatti non accompagnano le opere, ma si intrecciano con la produzione visiva. È lo stesso Agnetti ad affermare: «Io scrivo delle cose dalle quali ricavo i miei quadri che a loro volta mi sono di stimolo per altri scritti». Si instaura così una circolarità continua tra pensiero e opera, nella quale nessuno dei due precede definitivamente l’altro. La parola non spiega l’immagine, così come l’immagine non illustra la parola. Entrambe divengono strumenti che articolano lo stesso processo conoscitivo.
Agnetti mantiene sempre una dimensione poetica e letteraria che impedisce alle sue opere di ridursi a uno specifico fine. Anche quando costruisce assiomi, iscrizioni o dispositivi logici, ciò che emerge è una riflessione sulla memoria, sul tempo, sull’assenza e sull’impossibilità di fissare definitivamente il significato.

“Vincenzo Agnetti. Oggi è un secolo”, 2026. Veduta dell’allestimento. GAM, Torino. Foto di Perottino

Non è un caso che uno dei concetti più ricorrenti nella sua ricerca sia quello della “dimenticanza a memoria”, formula apparentemente impossibile che sintetizza il suo modo di concepire il ricordo. Per Agnetti la memoria non coincide con l’accumulo delle informazioni, ma con un processo continuo di perdita e ricostruzione. Ricordare significa inevitabilmente dimenticare, e soltanto ciò che viene trasformato dal tempo può acquisire una reale intensità poetica. Gli oggetti artistici diventano così, nelle sue parole, dei “rammentatori”, ovvero dei dispositivi che non conservano il significato, ma riattivano il pensiero dello spettatore. È proprio questa tensione tra presenza e assenza che prepara il terreno alle Photo-graffie.

Vincenzo Agnetti, Vetrata. Carta fotografica esposta e graffiata con l’aggiunta di colore in cornice di ferro. Courtesy dell’Archivio Vincenzo Agnetti, Milano

A prima vista il procedimento appare sorprendentemente semplice. L’artista espone intenzionalmente la carta fotografica alla luce fino al completo annerimento. La fotografia viene quindi distrutta prima ancora di nascere. Su quella superficie nera interviene successivamente con punteruoli di diverse dimensioni, incidendo il supporto e talvolta aggiungendo il colore. L’immagine non deriva più dalla registrazione ottica del reale, ma emerge materialmente dal gesto del graffiare. È un’immagine costruita per sottrazione, scavata nella superficie invece che impressa dalla luce.
La Photo-graffia rappresenta quindi la conseguenza estrema della riflessione di Agnetti sul linguaggio. Azzerare la fotografia significa sospenderne tutte le convenzioni, eliminare la macchina fotografica, cancellare il referente esterno, interrompere il procedimento tecnico che tradizionalmente produce l’immagine. L’annerimento della carta non coincide con una negazione nichilista; al contrario, è la condizione necessaria affinché un’immagine diversa possa riaffiorare. Agnetti non distrugge il linguaggio perché lo considera insufficiente; lo porta al grado zero affinché possa tornare a parlare in modo nuovo. È una dinamica che attraversa tutta la sua opera e che nelle Photo-graffie assume una forma visivamente immediata.
L’immagine che emerge dal nero non rappresenta infatti qualcosa di riconoscibile nel senso tradizionale. È piuttosto una soglia. Un’apparizione. Un territorio intermedio nel quale il gesto grafico, il segno pittorico e il procedimento fotografico cessano di appartenere a discipline separate. La fotografia smette di documentare e diventa esperienza.

Vincenzo Agnetti, Photo-Graffia. Carta fotografica esposta e graffiata con aggiunta di colore, 64,5 x 54,5 cm. Courtesy dell’Archivio Vincenzo Agnetti, Milano

È qui che la mostra della GAM individua uno degli aspetti più interessanti del lavoro dell’artista. Le Photo-graffie segnano un rinnovato interesse per il gesto pittorico e per il disegno, pur mantenendo intatta la matrice concettuale della sua ricerca. La parola sembra arretrare lasciando spazio a un linguaggio dato dalla sottrazione di materia, eppure continua ad agire in profondità come struttura invisibile del lavoro.
Questa apparente svolta ha spesso indotto la critica a leggere l’ultima fase di Agnetti come un allontanamento dall’arte concettuale. Una lettura che oggi appare riduttiva. La riflessione teorica migra verso la materia stessa dell’opera. Il pensiero continua a essere presente, ma si manifesta attraverso forme meno dichiarative e più sensibili. Dopo anni dedicati all’analisi dei sistemi linguistici, Agnetti sembra concedersi una maggiore libertà poetica. Non rinuncia al rigore, ma permette all’emozione di occupare uno spazio nuovo all’interno del lavoro. La fotografia diventa allora il luogo in cui il concetto incontra finalmente l’immaginazione.
Forse è proprio questo il senso più profondo del titolo Oggi è un secolo. Non soltanto ricordare Agnetti a cento anni dalla nascita, ma suggerire che il suo lavoro continua a parlare al presente. In un tempo dominato dalla sovrapproduzione delle immagini, l’artista milanese ci ricorda che ogni vera visione comincia da un atto di sospensione. Solo allora, come accade nelle sue Photo-graffie, qualcosa può tornare lentamente alla luce.