Fuori tempo, in anticipo. La primavera della Pinacoteca Agnelli, Torino

di | 14 mag 2026
Walter Pfeiffer, Untitled, 1974. Stampa a pigmenti, 80 × 120 cm. Courtesy dell’artista; Galerie Gregor Staiger, Zurich / Milan. © Walter Pfeiffer

C’è qualcosa di inevitabile nel fatto che la prima mostra istituzionale in Italia dedicata a Walter Pfeiffer (1946, Beggingen; vive e lavora a Zurigo) arrivi nel 2026. Il linguaggio visivo che lui ha costruito a partire dagli anni Settanta del Novecento, nel silenzio della Svizzera rurale e poi nell’ambiente culturale zurighese, sembra oggi il vocabolario condiviso di un’intera generazione cresciuta con i social media: la proliferazione antigerarchica di immagini, il rifiuto di datare i lavori, la capacità di passare senza sforzo dal servizio commerciale allo scatto intimo e perturbante. Eppure lui non ha Instagram. O meglio: è Instagram ad avere lui, senza saperlo.
“In Good Company”, a cura di Simon Castets e Nicola Trezzi, raduna oltre cento fotografie a colori e in bianco e nero in sei sale tematiche che rifiutano la gerarchia cronologica. Il titolo è un’allusione al processo collaborativo e performativo messo in atto dall’artista: che si tratti di amici, passanti, gatti, souvenir o top model, le fotografie di Pfeiffer traggono la loro forza da questa modalità partecipativa.
La formazione di Pfeiffer è insostituibile per capire il suo occhio: studia alla Scuola di Arte e Mestieri di Zurigo, dove entra in contatto con le teorie bauhasiane su forma e colore, poi lavora come vetrinista per i grandi magazzini Globus, poi come grafico. Si definisce tuttora un fotografo amatoriale. Tutto questo – il rigore compositivo modernista, la familiarità artigianale con il layout, la distanza ironica dall’identità del Fotografo con la maiuscola – confluisce in un formalismo caricato di erotismo, desiderio, ironia. Il contrasto tra struttura e pulsione è il motore di ogni sala.

Walter Pfeiffer, “In Good Company”, 2026. Veduta dell’installazione. Pinacoteca Agnelli, Torino. Courtesy della Pinacoteca Agnelli, Torino. Foto di Sebastiano Pellion di Persano

Nella prima, Glamour elvetico, i ritratti degli anni Settanta e Ottanta del Novecento mostrano già questa tensione: Pfeiffer cattura i suoi soggetti un istante prima o un istante dopo quello che Cartier-Bresson avrebbe chiamato il momento decisivo, rivelando una sensibilità per le relazioni tra figure e oggetti che rimanda direttamente alla sua esperienza di vetrinista. Nella terza sala, El Dorado, si trova il nucleo concettualmente più denso: la serie di dittici costruita tra il 1980 e il 1986 vagando per le strade di Zurigo e Parigi, avvicinandosi a giovani uomini fotografati con variazioni minime – talvolta la stessa persona due volte, talvolta due sconosciuti che si somigliano. Le ventiquattro immagini installate in sequenza, tratte dal libro Das Auge, die Gedanken, unentwegt wandernd (1986), rimandano al fregio antico e alla fotografia concettuale – bianco e nero, serialità, ripetizione – ma ne sovvertono la freddezza con un’attesa erotica che la fotografia concettuale non possiede. La sala conclusiva, Anti eroe super model, offre la sintesi: gli autoritratti raccolti come serie mostrano un artista che gioca con maschere e ruoli, con una libertà che anticipa di quarant’anni le grammatiche dell’autorappresentazione digitale, fino al primo servizio per «Vogue» edizione francese con Eva Herzigová completamente camuffata – trasformata in un antieroina contemporanea –, realizzato quando Pfeiffer aveva già quasi sessant’anni e ancora nessun agente, nessun assistente, nessuna esperienza logistica. Il dilettantismo consapevole come condizione più produttiva per fare arte.

Walter Pfeiffer, Untitled, 2015. Stampa ai pigmenti, 45 × 30 cm. © Walter Pfeiffer – New Art Corps

La programmazione primaverile non si esaurisce al terzo piano. Nello Scrigno, “Modigliani sottopelle. Quattro capolavori” – a cura di Pietro Rigolo e Beatrice Zanelli nell’ambito del ciclo Beyond the Collection – dimostra che un’opera già nota può diventare un oggetto di conoscenza radicalmente nuovo se si cambia strumento di lettura. Il punto di partenza è il Nu couché della Collezione Permanente, acquistato da Giovanni e Marella Agnelli nel 1960 dalla Galerie Beyeler di Basilea dopo un lungo percorso che passa per Paul Guillaume e la sua collezione parigina, messo in dialogo con tre capolavori in prestito dal Centre Pompidou di Parigi – il ritratto di Gaston Modot e Maternité – e dalla Staatsgalerie di Stoccarda con Female Nude Reclining on a White Pillow. Non si tratta di un confronto stilistico: il progetto nasce da indagini scientifiche che hanno analizzato la trama e l’ordito delle tele attraverso algoritmi applicati alle radiografie, capaci di misurare con precisione la densità dei fili e mapparne le variazioni, ricostruendo l’origine dei rotoli di tessuto impiegati dall’artista tra il 1917 e il 1919. Il risultato è una scoperta concreta: il Nu couché non apparterrebbe più al biennio 1917-1918, ma al periodo 1918-1919, durante il soggiorno di Modigliani nel sud della Francia. A confermarlo, anche l’imprimitura grigio-bianca della tela, che Modigliani inizia a scegliere solo a partire dal 1918, e il fatto che Nu couché e Maternité risultino entrambi realizzati sullo stesso rotolo di tela, insieme ad altri due dipinti datati 1919. Accettare questa postdatazione non significa correggere una semplice didascalia: significa collocare il dipinto tra le ultime opere del pittore, con le loro composizioni più fluide e i cromatismi caldi, riscrivendo un capitolo di storia dell’arte.

“Modigliani sottopelle. Quattro capolavori”, 2026. Veduta dell’installazione. Pinacoteca Agnelli, Torino. Courtesy della Pinacoteca Agnelli, Torino. Foto di Sebastiano Pellion di Persano
Nathalie Du Pasquier, Bandiere per Zefiro, 2026. Pinacoteca Agnelli, Torino. Courtesy della Pinacoteca Agnelli, Torino. Foto di Sebastiano Pellion di Persano

Salire alla Pista 500 – il circuito di collaudo FIAT trasformato in parco e museo a cielo aperto a ventotto metri d’altezza – significa entrare in una dimensione in cui architettura, paesaggio e arte si fondono diversamente a seconda delle stagioni. Per questa primavera due installazioni site-specific di natura e intenzione molto distanti compongono un dittico inaspettatamente coerente. Nathalie Du Pasquier (1957, Bordeaux; vive e lavora a Milano) – già membro fondatrice di Memphis Milano, il collettivo radicale guidato da Ettore Sottsass che a partire dal 1980 ha riscritto le regole del design italiano – porta sulla facciata est del Lingotto Bandiere per Zefiro, quindici gonfaloni equidistanti tratti da disegni inediti, caratterizzati da motivi geometrici e colori vivaci disposti in una sequenza ritmica in relazione diretta con la scansione architettonica dell’edificio. Il vento dell’ovest, evocato poeticamente dalla figura di Zefiro – divinità greca che diventa presenza simbolica e ironica – anima i gonfaloni rendendoli mutevoli. Nella loro imponenza, le bandiere richiamano quelle delle grandi organizzazioni internazionali, ma se ne distanziano deliberatamente: nessun nazionalismo, nessun potere, solo il colore come lingua franca e l’arte come spazio di apertura e dialogo.

Nathalie Du Pasquier, Bandiere per Zefiro, 2026. Courtesy dell’artista
Peter Fischli, Addition, Subtraction, Multiplication, 2026. Veduta dell’installazione. Pinacoteca Agnelli, Torino. Courtesy della Pinacoteca Agnelli, Torino. Foto di Sebastiano Pellion di Persano

Nella rampa ellittica, Peter Fischli (1952, Zurigo, dove vive e lavora) installa Addition, Subtraction, Multiplication, opera nata dall’immagine dei trenini turistici su ruote – i cosiddetti “treni senza binari” – che attraversano le città offrendo un’esperienza di visita guidata standardizzata. Fischli scompone e destruttura questo immaginario: i vagoni appaiono capovolti, rovesciati, sospesi nel vuoto della rampa in una sequenza che rompe ogni linearità. Appesi tra la base commerciale dell’edificio e il suo vertice culturale, questi elementi costruiscono un percorso impossibile che evoca al contempo la Velocità astratta di Giacomo Balla della Collezione Permanente e la domanda che percorre l’intera ricerca di Fischli: cosa distingue la scoperta autentica dalla sua simulazione? Il viaggio, simbolo di movimento e progresso, si capovolge – letteralmente – in interrogativo. Il Lingotto risponde con la sua stessa storia: macchine che giravano in tondo senza andare da nessuna parte, costruendo nel frattempo il futuro.

Peter Fischli, Addition, Subtraction, Multiplication, 2026. Veduta dell’installazione. Pinacoteca Agnelli, Torino. Courtesy della Pinacoteca Agnelli, Torino. Foto di Sebastiano Pellion di Persano

Messa insieme, è una stagione che scommette sull’outsider come posizione davvero fertile da cui osservare il presente: Pfeiffer che anticipa senza volerlo le grammatiche visive del XXI secolo; Modigliani riletto dalla scienza, con una datazione che riscrive la storia; Du Pasquier che smonta il simbolismo delle bandiere con la geometria; Fischli che trasforma un trenino turistico in una domanda filosofica. La Pinacoteca Agnelli conferma, nella sua terza primavera dopo il rilancio del 2022, una vocazione precisa: quella di un museo che non si accontenta di mostrare le opere, ma chiede insistentemente al visitatore di ricominciare a guardarle.

Dal 30 aprile al 13 settembre 2026; Pinacoteca Agnelli, Via Nizza, 262, 10126, Torino. Info