Fabio Mauri al MAXXI L’Aquila: la mostra come una partitura di immagini e azioni

Fabio Mauri, Piccolo Cinema, 2007. Installazione con proiezione presso Pirelli HangarBicocca, Milano. Courtesy Fabio Mauri Estate; Hauser & Wirth. Foto di Sandro Mele

A cento anni dalla nascita di Fabio Mauri (Roma, 1926 – Roma, 2009), il MAXXI L’Aquila torna sui vent’anni dell’artista trascorsi nel capoluogo abruzzese, dove dal 1979 al 1999 ha insegnato Estetica della Sperimentazione all’Accademia di Belle Arti. “Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila”, a cura di Maurizio Cattelan e Marta Papini, aperta a Palazzo Ardinghelli fino al 24 gennaio 2027, più che procedere cronologicamente, lo fa per associazioni, facendo emergere quanto, per Mauri, la pratica artistica fosse legata al confronto con gli studenti.

Fabio Mauri, Io sono un ariano, Milano / Roma, Edizioni Volume!, Lampi di stampa, 2009. Courtesy di Fabio Mauri Estate

A offrire a Maurizio Cattelan e Marta Papini una chiave per rileggere questi anni è Io sono un ariano, ultimo progetto editoriale di Mauri, pubblicato nel 2009, anno della sua morte. Quasi interamente composto da immagini, il libro costruisce una successione visiva in cui opere, documenti e vicende personali si sottraggono alla linearità del racconto autobiografico. È questa struttura a diventare il principio dell’allestimento: una sorta di grande partitura visiva trasferita negli spazi di Palazzo Ardinghelli, dove opere distanti nel tempo vengono messe in relazione attraverso associazioni e contrasti. La centralità di questo lavoro permette inoltre di riportare l’attenzione su una dimensione, quella editoriale, che caratterizza Mauri fin dagli esordi. Nel 1942 fonda insieme a Pier Paolo Pasolini e ad altri amici la rivista letteraria «Il Setaccio»; negli anni successivi lavora per la casa editrice dello zio Valentino Bompiani, dove si occupa della direzione artistica dell’«Almanacco Letterario» e della rivista «Sipario», oltre che della consulenza per libri e copertine. Nel 1967 è poi tra i fondatori di «Quindici», rivista legata all’esperienza del Gruppo 63. Esperienze diverse che mostrano come, nella ricerca di Mauri, il lavoro sulle immagini e quello sulla loro costruzione e circolazione editoriale procedano a lungo in parallelo.

Fabio Mauri, Muro d’Europa / La barca, 1979. Muro di mattoni e barca. Courtesy Fabio Mauri Estate; Hauser & Wirth. Foto di Oscar Van Alphen

In mostra all’Aquila anche Muro d’Europa / La barca (1979), un muro di mattoni attraversato dalla presenza incongrua di un’imbarcazione, ed Entartete Kunst (1985), il cui titolo recupera la formula con cui il regime nazista bollò l’arte considerata “degenerata”. Ci sono i ricami della serie Arierwiege, tra cui Questo mezzopunto è ariano (1995), e lavori su carta come Senza titolo della serie Apocalisse (1983). E ancora La resa (2002), Piccolo Cinema (2007) e Zerbini (2009): opere appartenenti a momenti diversi che l’allestimento riporta dentro la riflessione su ideologia, memoria, appartenenza e costruzione delle immagini che attraversa l’intera produzione dell’artista. Ma è soprattutto nel rapporto con l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila che gli anni dell’Aquila acquistano una fisionomia particolare. Qui Mauri non è semplicemente un artista che insegna: il corso di Estetica della Sperimentazione diventa un laboratorio di pensiero. Le lezioni teoriche convivono con un intenso lavoro laboratoriale e gli studenti entrano direttamente nella costruzione delle opere e delle azioni. Nascono in questo contesto Gran Serata Futurista 1909-1930 (1980) e Che cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da tavolo (1989), mentre viene ripresa anche Che cosa è il fascismo (1971). Mauri è tra i primi a praticare la forma della conferenza-performance: alla parola e alla struttura apparentemente frontale della lezione si sovrappongono azioni e gesti, superando la separazione tra discorso teorico e rappresentazione.

Fabio Mauri, Entartete Kunst, 1985. Olio su tela e scultura in bronzo. Courtesy Fabio Mauri Estate; Hauser & Wirth. Foto di Timothy Doyon

Due performance occupano un posto centrale nella mostra. Che cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da tavolo, nata durante gli anni aquilani, torna dopo essere stata presentata l’ultima volta nel 2012 a dOCUMENTA (13) a Kassel. Che cosa è il fascismo. Festa in onore del generale Ernst Von Hussel di passaggio per Roma è una delle opere con cui Mauri affronta i rituali, i simboli e i meccanismi di seduzione dell’ideologia fascista. Realizzata nuovamente con la collaborazione dell’Accademia di Belle Arti dell’Aquila, viene riportata in scena dopo quasi trent’anni. La presenza delle due performance mette al centro il metodo attraverso cui Mauri ha lavorato all’Aquila: fare dell’Accademia uno spazio di sperimentazione in cui il rapporto tra docente e studenti poteva produrre direttamente forme, azioni e pensiero.

Cosa resta di quel fervore fatto di scambio, prossimità e lavoro comune oggi? A distanza di quasi mezzo secolo, gli anni dell’Aquila restituiscono soprattutto l’immagine di una formazione in cui insegnamento, pratica e ricerca potevano alimentarsi reciprocamente. Un metodo di lavoro che Mauri avrebbe mantenuto anche negli anni successivi lavorando con i suoi assistenti alla realizzazione di opere e allestimenti fino alla sua morte. Rileggere oggi questo periodo significa allora tornare anche su quella dimensione collettiva del fare artistico, costruita attraverso il confronto, la sperimentazione e il lavoro condiviso.