Centro Pecci Night: e se ci entrassi dentro? Il corpo come territorio da allenare per un desiderio indisciplinato 

di | 20 apr 2026
STINA FORCE per Centro Pecci Night. Courtesy del Centro Pecci Prato. Foto di Elisa Norcini

Per un venerdì al mese, di notte, il Centro Pecci cambia ritmo. Centro Pecci Night è un format serale inaugurato nel 2023[1] sotto la direzione di Stefano Collicelli Cagol che apre le porte con un orario inedito: dalle 19.30 a mezzanotte. La serata attiva un rapporto con il sensibile tra percezione, movimento e suono.
Il Pecci è stato il primo museo di arte contemporanea d’Italia costruito ex novo nel 1988. Secondo il progetto di Italo Gamberini è concepito come centro di aggregazione, studio e socializzazione, con un’arena all’aperto, l’archivio e la biblioteca del CID (Centro di Informazione e Documentazione sulle Arti visive). A ogni vano una sua funzione. Un’architettura razionalista ispirata all’estetica delle fabbriche di tessuto del territorio, che dal 2016 ha un innesto dorato scintillante a opera dello studio Maurice Nio/NIO architecten di Rotterdam per ampliare lo spazio espositivo. Con la Pecci Night l’ambiente risulta elastico, aperto e accessibile. Il museo, fin dai suoi inizi, è stato pensato come una fabbrica culturale, un laboratorio, un luogo di scambio per la comunità cittadina e creativa, e non un grande memoriale[2]. Durante le serate, al pubblico viene richiesto di camminare, di spostarsi, di percepirsi: l’idea è di offrire in ogni occasione una nuova lettura dello spazio del Centro Pecci come luogo di ascolto interno e condivisione collettiva. 
Il programma è arricchito da una ricerca performativa identitaria grazie alla curatela condivisa tra l’istituzione, il gruppo Kinkaleri (Massimo Conti, Marco Mazzoni e Gina Monaco), l’associazione culturale NUB Project Space (Federico Fiori e Francesca Lenzi) e OOH-sounds. Tre realtà attive sul territorio, tra Prato e Pistoia, dedite alla performance e al suono, che insieme hanno dato vita al progetto e se ci entrassi dentro?: una domanda semplice e curiosa, posta in modo genuino, quasi fosse rivolta da un bambino. 
Lo scorso 27 marzo i protagonisti della serata sono stati: Matteo Binci, Emanuele Braga, Vida Rucli, Luca Scarlini, Jacopo Benassi, Stina Fors, Thomas Ankersmit.

Coltiviamo gli spazi interni
Al piano terra si trova il cinema del museo, dove si è tenuta la conversazione moderata da Matteo Binci, co-curatore del progetto editoriale Hill of Desires, con gli interventi di Emanuele Braga e Vida Rucli (Robida Collective) sull’onanismo della pratica artistica e curatoriale. Tra ricordi postmoderni, in cui l’arte si fa per e tra amici, e la continua sovrapproduzione di eventi richiesti dal sistema artistico per arrivare a un nonnulla di contenuto, la discussione prende forma. Rucli riporta la sua esperienza a Topolò, un piccolo paese di confine tra Italia e Slovenia: una terra abbandonata dai contadini. Qui si osserva un paesaggio che è in rovina ma che si esprime attraverso una libera riappropriazione dei campi modellati dall’uomo. Si resta in ascolto per comprendere il movimento della natura, in un continuo processo di adattamento. Dall’osservazione delle piante si impara a ritrovarsi e a vivere in comunità sbaragliando i confini dell’isolamento[3]. Un approccio simile a quello della permacultura che per Braga è l’atteggiamento da assumere per dare all’arte la potenza di un agguato per insorgere dalle aree interne[4].
Secondo Braga dobbiamo chiederci com’è che vogliamo il mondo del futuro, allenando il nostro corpo all’esplorazione autonoma uscendo dal loop della produzione sempre uguale a se stessa. Qual è quindi l’urgenza di fare arte? Quanto può essere un’arma di rivoluzione collettiva e quanto un privilegio senza fine?

Dialogo tra Matteo Binci, Emanuele Braga e Vida Rucli per Centro Pecci Night. Courtesy del Centro Pecci Prato. Foto di Elisa Norcini

per andare a ballare accompagnati da un’ambulanza e due infermieri
Al primo piano, superando “Eccentrica”, la collezione del museo allestita dallo studio architettonico Formafantasma, si arriva alla mostra “VIVONO”, articolata nelle sale storiche del museo a ricordo dell’impegno sociale del Centro nei confronti dell’AIDS fin dai primi anni di attività. Qui, Luca Scarlini attende il pubblico per poi dare il benvenuto e iniziare a ricordare episodi della geniale Firenze degli anni Ottanta, a declamare versi di drammaturghi e poeti come Dario Bellezza[5], o Giovanni Testori che venne contestato nel 1988 al Teatro della Pergola in occasione della presentazione della sua ultima opera In Exitu[6].
La lettura di quegli anni è ruvida, ironica e violenta. Chi è omosessuale viene brutalmente preso a bastonate, chi è bisognoso di cure negli ospedali viene invisibilizzato, allontanato con sdegno. Ma c’è la resistenza gioiosa di chi vuole vivere al massimo fino all’ultimo minuto andando a ballare scortato dalla Croce Rossa e dagli operatori sanitari. Guidati dalla dialettica di Scarlini che non lascia spazio a distrazioni, si spiano gli articoli di cronaca allestiti sui grandi tavoli, si commentano le opere di Francesco Torrini. Un vuoto durato decenni diventa ora traboccante di storie. Si canta Ev’ry time we say goodbye di Annie Lennox, canzone simbolo del movimento di sensibilizzazione inglese. Si leggono insieme le frasi di Nino Gennaro, «O si è felici o si è complici», gli slogan sui poster Arci Gay, «La dolcezza non trasmette l’Aids», e infine la poesia di John Giorno: «Tratta un perfetto estraneo come se fosse un amante, abbraccialo come un caro amico […]».
Luca Scarlini conclude la camminata collettiva intonando una canzone come requiem: Show Must Go On.
«Does anybody know what we are living for?»
«Andare a ballare per un’ultima volta con l’ambulanza e due infermieri».
Coerente con lo spirito gioioso di “VIVONO”, il pezzo si conclude rispondendo così alla domanda posta da Freddie Mercury. Il titolo dell’intervento, Le lacrime in mongolfiera diventano risate, riprende il ricordo di un’amica che, in fin di vita, fu convinta dallo stesso Scarlini e dai familiari a realizzare il suo desiderio: andare in mongolfiera. Uscita dall’ospedale di Careggi, tra le nuvole pianse bagnandosi di risate. Il giorno dopo morì.
«And that is the time for another wonderful party!». Con queste parole Scarlini congeda il pubblico, che torna verso la collezione.

Luca Scarlini per Centro Pecci Night. Courtesy del Centro Pecci Prato. Foto di Elisa Norcini

con ai piedi le ciabatte per mostrarci così come siamo
«Per me sono state un oggetto importante, mi hanno fatto capire chi ero veramente, tanto che mi vergognavo ad usarle in casa per paura che qualcuno capisse il mio vero io. Ho fatto il mio coming out con le pantofole ai piedi, assurdo! Ma è così», rivela Jacopo Benassi.
Dentro l’opera è il momento di presentazione della nuova acquisizione del museo: Selfportrait 1970/2019. Un’opera che si compone di due elementi iconografici principali: le pantofole e le relative rappresentazioni in formato fotografico; e il teschio come medium scultoreo. In grande autoritratto in ventinove immagini è tenuto insieme da delle cornici dai vetri rotti, spesso frantumati da Benassi stesso. Un’azione esplosiva in risposta reattiva contro ogni elogio alla mera estetica, per un ritorno alla genuina repulsione tramite l’osservazione dell’intimità ossessiva. 

Jacopo Benassi, Selfportrait 1970/2019. Courtesy del Centro Pecci Prato. Foto di Elisa Norcini

con una grande passione per il metal e la trippa.
Stina Fors indossa un paio di jeans, un blazer e delle scarpe molto pelose simili a pantofole. Gironzola nella stanza aspettando che il pubblico si sieda davanti alla sua batteria. Fors rimane in piedi dietro allo strumento e ascolta le parole e i suoni provenienti dalle altre sale del museo. Cattura ogni vociferare e lo restituisce borbottando. STINA FORCE è il gruppo punk che sta per iniziare a esibirsi con una serie di canzoni in scaletta. Tutto quanto però è improvvisato, dipende dalle reazioni del pubblico; da come rispondono tamburi e piatti della batteria alle sollecitazioni di bacchette, mani e un lecca-lecca ciucciato; dal riverberare delle percosse attraverso lo spazio architettonico.
Viene dalla Svezia, racconta la one woman band, che da sempre ama il metal. Intervalla aneddoti della giornata, il pranzo a base di trippa e sugo di pomodoro, a dei growl lanciati per far sobbalzare chi l’ascolta. Felice come una bambina dispettosa, svela le sue capacità da rumorista, da musicista, da vocalist e da straordinaria ventriloqua. Tramite il suo corpo che funge da cassa di risonanza, ogni minimo spostamento si trasforma in eco raggiungendo ogni persona in suo ascolto.  L’iperstimolazione sonora di FORCE ci frastuona e si conclude con un fragoroso applauso. La performance, curata da Kinkaleri rientra nel programma Body To Be, con il supporto diToscanaincontemporanea2025.

STINA FORCE per Centro Pecci Night. Courtesy del Centro Pecci Prato. Foto di Elisa Norcini

Stare in ascolto di se stessi per capire il mondo fuori.
Sdraiati sul tappeto della prima sala di “Eccentrica” si ascoltano le tracce prodotte dal sintetizzatore analogico. The Motherships è una navicella spaziale sonora composta da Thomas Ankersmit. Suoni impercettibili come quelli prodotti internamente dall’apparato uditivo e l’infrasuono si amplificano per espandersi nelle sale e tornare nei corpi di chi ascolta. Le onde emesse sono simili al fruscio dei fuochi d’artificio quando si spengono nel cielo: cullano, ma la loro ripetizione pone in uno stato d’allarme per una nuova esplosione imminente.
L’intervento live di Ankersmit è stato curato da OOH-sounds e Nub Project Space.

Thomas Ankersmit per Centro Pecci Night. Courtesy del Centro Pecci Prato. Foto di Elisa Norcini

Pecci Night del 17 aprile: godersi un pezzo di torta per apprezzare il suono dell’aria.
Nel prossimo appuntamento verrà attivato un nuovo senso: il gusto. La collaborazione tra l’artista Diego Marcon e Il Pasticciere Trotzkista, coniugherà la relazione tra tradizione italiana, cinema e linguaggio culinario. La torta Fedora citata dal protagonista del film La Gola di Marcon acquisisce forma fisica, distribuita tra il pubblico su un tovagliolo rosa pallido. La ricetta del dolce catanese verrà reinterpretata per l’occasione con l’aiuto del maestro Paolo Sacchetti della Pasticceria Nuovo Mondo.
Kinkaleri proseguirà l’esplorazione tra corpo performativo-architettura-corpo collettivo con T.J. Dedeaux-Norris e Jefferson Pinder, in dialogo con American Academy in Rome.
OOH-sounds e Nub Project Space continueranno l’esplorazione dell’impercettibile invitando il compositore giapponese FUJI||||||||||TA, studioso dei fenomeni naturali e in particolare dei suoni dall’aria.

Diego Marcon e Il Pasticciere Trotzkista per Centro Pecci Night. Courtesy del Centro Pecci Prato. Foto di Elisa Norcini

[1] Tra gli artisti invitati nel corso degli anni: Boris Charmatz, Maria Hassabi, Limpe Fuchs, Alessandro Sciarroni, Farida Amadou, Young Boy Dancing Group, Asuna, Eszter Salamon. 
[2] Cfr.  Aa. Vv., Hans Ulrich Obrist. A Brief History of Curating, JRP | RINGIER & LES PRESSES DU REEL, 2011. Intervista a Pontus Hultén p. 41; intervista a Harald Szeemann p. 104.
[3] Il titolo del suo contributo in inglese è Staying with the Place, la pubblicazione di Donna Haraway Staying with the Trouble: un invito alla conoscenza e al pensiero tentacolare, micelico, lento.
[4] Aa. Vv., Hill of Desires. Practices of Rural Imagination, Viaindustriae, 2025, p.112. «La fortuna di una pianta dipende soprattutto dalle piante che le stanno attorno. Se le aree interne sono le aree in cui si nasconde la resistenza per una cultura della permanenza, allora le aree interne devono consolidare questa capacità di costruire una cultura del contropotere […]».
[5]Michele Bertolino, VIVONO. ARTE E AFFETTI, HIV-AIDS IN ITALIA. 1982-1996 Reader, 2025, p. 200.
«Il didietro – pardon  il retto
Non funziona più, una fistola 
o ragade l’ha infettato.
Allergie successive hanno reso odioso il Karma dei poveri.
Le possessioni diaboliche
lasciano spazio alla musica
di Mozart, il resto è prosa».
[6] «Giovanni: Un fuoco gli salì, dall’inguine. Fu un attimo. Si rizzò, quasi obbedisse a un comando inevitabile. O come se una scarica l’avesse, per intero, percorso. Restò lì, immobile, per un altro attimo. Poi, crollò. Giù. Nella conca. Del water. E, nel crollarvi, rovesciò quanto, dentro di sé, aveva.
Franco: Il vomì. Nel vo. Gesù! Gesù! Gesuìno! Nel vomitar che. Che feci che. Nel. Nel. Tutto di me. De mi, tut. Tut de. De mi, tut». Ivi, p. 292.