Bari. Geografia di una scena in costruzione

di | 17 ago 2026
Roberto Cuoghi, Ether en Flocons, 2016-2018. Tecnica mista su agar agar e gelatina. XXVII Edizione Premio Pino Pascali (2025). Fondazione Museo Pino Pascali, Polignano a Mare (BA). Courtesy di Hauser & Wirth. Foto di Marino Colucci, 2025

Bari intrattiene da tempo una relazione antica e irregolare con l’arte contemporanea. L’ha intercettata precocemente, talvolta con intuizioni sorprendenti, senza riuscire a tradurre quella trama di esperienze in un sistema riconoscibile. Il problema riguarda la struttura entro cui i singoli episodi si collocano. La città possiede luoghi pubblici, architetture recuperate, gallerie private, istituzioni storiche, un’accademia, presìdi indipendenti, operatori culturali e una memoria critica particolarmente significativa. Manca ancora una regia stabile: un museo del contemporaneo, una collezione pubblica capace di crescere, una politica di acquisizioni e un centro di documentazione. Occorre partire da questa frattura, evitando di ridurre la scena barese a una sequenza di eventi.
Il contemporaneo abita luoghi spesso pensati per altre funzioni e prende forma attraverso presìdi autonomi. Il Teatro Margherita, l’ex Mercato del Pesce e Spazio Murat costituiscono il nucleo del Polo delle Arti Contemporanee, formula ancora in cerca di una fisionomia museale reale e compiuta, antichi proclami a parte. Attorno a questo asse si dispongono il Kursaal Santalucia, il Faro di San Cataldo, l’ex Caserma Rossani, la Pinacoteca Metropolitana “Corrado Giaquinto”, il Museo Archeologico di Santa Scolastica, il Museo Civico, il Museo Nuova Era, VOGA Art Project, MICROBA, Muratcentoventidue Artecontemporanea e l’Accademia di Belle Arti. Ne deriva una geografia mobile, attraversata da qualità e fragilità persistenti. Il campo di questa ricognizione coincide deliberatamente con la città. Molto altro andrebbe raccontato nel territorio limitrofo, dove istituzioni, gallerie e progetti definiscono un paesaggio più vasto. Il primo riferimento conduce alla Fondazione Museo Pino Pascali di Polignano a Mare, uno dei pochi musei pugliesi interamente dedicati al contemporaneo, che ha ospitato una mostra di Roberto Cuoghi, costruita intorno alla natura metamorfica della sua ricerca e alla capacità di attraversare materiali, immagini, suoni e procedimenti ogni volta reinventati.

Il nome di Marilena Bonomo resta imprescindibile: la sua galleria ha portato a Bari, fin dagli anni Settanta, artisti e ricerche di statura internazionale, costruendo una relazione diretta con l’arte concettuale, le neoavanguardie e alcune delle pratiche più radicali del secondo Novecento. Accanto a questa esperienza, l’attività critica di Pietro Marino, Giusy Caroppo, Carmelo Cipriani, Anna D’Elia, Lia De Venere, Marilena Di Tursi, Antonella Marino, Giusy Petruzzelli, Roberto Lacarbonara e Nicola Zito ha contribuito, attraverso generazioni e posture differenti, alla formazione di uno sguardo consapevole.

Marilena Bonomo con Joseph Beuys. Courtesy della Famiglia Bonomo, Bari / Roma

La vitalità di una scena si misura anche attraverso gli artisti capaci di trasformare un’origine, una formazione o un attraversamento geografico in linguaggio. L’elenco resta necessariamente parziale, poiché Bari e l’area barese hanno espresso o accolto ricerche numerose e assai diverse. Chiara Fumai rimane una presenza radicale e imprescindibile. In Chiara Fumai presents Nico Fumai (2010), finzione biografica, voce, falso documento, mitologia familiare e immaginario pop confluivano in una macchina narrativa capace di confondere vita vissuta e inventata. In Shut up actually talk (2013), concepito per dOCUMENTA(13), l’artista assumeva le vesti di Zalumma Agra per declamare Io dico Io di Carla Lonzi, portando il femminismo dentro un teatro di apparizioni, alter ego e sabotaggi dell’autorità. Da La donna delinquente a The Book of Evil Spirits e The Church of Chiara Fumai, occultismo, cultura pop, femminismo, spiritismo, documento e menzogna diventano strumenti di insubordinazione visiva e politica.
Fabrizio Bellomo ha lavorato sull’archivio, sull’immagine, sul cinema, sull’urbanistica spontanea e sullo spazio pubblico, leggendo il territorio come deposito visivo e infrastruttura mentale. Giuseppe De Mattia ha costruito una pratica laterale e concettuale, tra fotografia, suono, disegno, cultura materiale ed economie minime dell’immagine. Michele Giangrande, attraverso scultura, installazione, ceramica e interventi nello spazio, ha dato continuità a una linea in cui materia e ambiente restano inseparabili. Nico Angiuli ha portato la riflessione sul lavoro, sull’agricoltura, sul corpo, sulle migrazioni e sui gesti produttivi dentro una dimensione performativa e sociale. Teresa Giannico ha agito sulla fotografia costruita, sul montaggio e sull’artificio dell’immagine; Valentina Vetturi, attiva a Bari, ha sviluppato una ricerca tra performance, testo, suono, memoria collettiva, nuovi media ed ecologie digitali. A queste traiettorie si affiancano ricerche più appartate o recenti, da Mariantonietta Bagliato, con il suo immaginario tessile, installativo e performativo, a Margherita Ragno, attenta al corpo, al disegno e alle rappresentazioni fuori norma, fino ad Annarita Gaudiomonte (’Ndrame), Ivana Pia Lorusso e Aurora Lacirignola, che introducono questioni legate alla voce, al genere, alla performatività, al paesaggio sonoro, alla cartografia e alle pratiche situate. Uno spazio specifico merita Annalisa Pintucci, con la sua grammatica di immagini apparentemente minime, dalle quali scaturiscono energie e visioni rare. Altre presenze, tra cui Daniela Corbascio, rimangono invece più saldamente legate a un orizzonte locale.
Il nodo pubblico più visibile resta il Polo delle Arti Contemporanee. La sua articolazione tra Teatro Margherita, ex Mercato del Pesce e Spazio Murat individua un potenziale importante e una delle ambiguità più evidenti della situazione barese. Un polo di edifici prestigiosi deve ancora tradursi in politica culturale. Servono continuità scientifica, una direzione autorevole, archivi, acquisizioni, programmi di ricerca, strumenti educativi, relazioni internazionali e capacità di incidere sul pubblico e sul collezionismo. Spazio Murat occupa una posizione centrale e urbanisticamente strategica. La sua identità rimane ibrida: accoglie progetti culturali, mostre, festival e incontri, convivendo con una funzione commerciale legata all’artigianato locale, al design e alle produzioni pugliesi. Le mostre di Cesare Pietroiusti, “Agenti patogeni e morfogenesi del disegno. Tremila opere in fieri” (2024), e di Michele Guido, in-sectum | raccolte residui sedimenti” (2025), hanno indicato una possibilità di lavoro fondata sul processo, sulla trasformazione e sulla natura intesa come dispositivo di conoscenza. ÀNGOLI / ZAWYAH 2025 INTERNATIONAL ARTS FESTIVAL, curato da Wonder Cabinet di Betlemme con la direzione artistica di Massimo Torrigiani, ha aperto lo spazio a una dimensione internazionale, intrecciando immagini provenienti dalla Palestina, dal Medio Oriente e dalla diaspora. Più strutturale, per potenzialità pubblica, è il ruolo che potrebbe assumere il Teatro Margherita, architettura simbolica della città. Posizione, storia e riconoscibilità potrebbero farne uno spazio decisivo, purché venga sottratto alla funzione di contenitore intermittente. Lo stesso vale per l’ex Mercato del Pesce, luogo possibile per la sperimentazione, i laboratori e le attività espositive, tuttora in attesa di una funzione chiara e continuativa.

In assenza di un museo del contemporaneo, alcune architetture nate per altre funzioni hanno assunto un ruolo di supplenza qualificata. Il Kursaal Santalucia è il caso più evidente. Teatro recuperato, attraversato da una memoria scenica e collettiva, può trasformarsi in piattaforma culturale quando la programmazione raggiunge esiti alti. La mostra “Pino Pascali Toti Scialoja. Confluenze” (2024-2025), promossa dalla Fondazione Pino Pascali e dalla Regione Puglia con Electa, ha dimostrato come il Kursaal possa accogliere progetti capaci di tenere insieme rigore scientifico, qualità espositiva e valore simbolico del luogo. Il rapporto tra Pino Pascali e Toti Scialoja vi emergeva come campo di formazione e invenzione linguistica (anche se l’opera site specific di Pirri non dovrebbe essere utilizzata come pavimento per installare lavori di altri, vivi o meno).
La Pinacoteca Metropolitana “Corrado Giaquinto”, istituzione storica, attribuisce a ogni apertura al presente un valore particolare, poiché il confronto con linguaggi attuali modifica la lettura del patrimonio. “Estetica della violenza” (2025) di Berna Reale, nell’ambito del Bari International Gender Festival, ha introdotto nelle sue sale una presenza aspra e politica, in cui il corpo diventa luogo di esposizione della violenza sociale e delle forme di disciplinamento del potere. Qui il contemporaneo entra come innesto critico, cambia la temperatura del museo e interroga il rapporto tra patrimonio, immagine e presente.
Una funzione analoga, declinata attraverso il rapporto fra archeologia e presente, è stata assunta dal Museo Archeologico di Santa Scolastica. La mostra “Dove non siamo stati” (2025), curata da Giuliana Schiavone, ha riunito artisti italiani e internazionali intorno all’impronta intesa come traccia, memoria e passaggio, attivando una relazione diretta con le collezioni archeologiche. Il progetto trattava il patrimonio come materia aperta, ponendolo a contatto con opere e sensibilità contemporanee. Per struttura e stratificazioni, Santa Scolastica potrebbe diventare un interlocutore stabile delle ricerche attuali.
Anche il Museo Civico partecipa a questa rete di luoghi capaci di accogliere il contemporaneo pur essendo stati concepiti per custodire altre forme della memoria. La sua vocazione alla storia della città, agli archivi e alla cultura urbana rende fertile l’ingresso di pratiche rivolte alla costruzione delle immagini e delle identità collettive. Può diventare un organismo poroso, dove la storia barese continua a essere riletta e rimessa in circolazione.
Il Faro di San Cataldo indica un’altra modalità di relazione tra patrimonio e contemporaneo. Tornato a una funzione pubblica con il Museo del Faro e della Radio, ha accolto Bagnanti al faro (2025) di Francesco Lauretta, opera site specific legata al progetto “Fari e torri del fuoco segreto”. Qui l’arte agisce su un bordo fisico e simbolico della città, dove la memoria della navigazione, il paesaggio costiero e la riconversione culturale di un luogo tecnico trovano una forma di convivenza.
Un’altra infrastruttura da osservare è l’ex Caserma Rossani, oggi Polo Biblio-Museale e Biblioteca del Mediterraneo, con la direzione di Mauro Bruno. La mostra Il Teatro del Tempo” (2025) di Domingo Milella, a cura di Michele Spinelli, ha mostrato come un grande spazio urbano riconvertito possa diventare luogo di visione, memoria e ricerca fotografica. La Rossani può essere letta come laboratorio urbano, capace di saldare biblioteca, museo, paesaggio, immagine e nuova centralità pubblica.
Sul versante privato, il Museo Nuova Era conserva un ruolo imprescindibile. In una città segnata da frequenti interruzioni, la durata stessa diventa valore critico. Nuova Era è un archivio vivo di relazioni, passaggi generazionali, artisti, collezionismo, scritture e visioni. Il lavoro privato assume qui un peso quasi istituzionale, custodendo continuità e rapporti che il sistema pubblico fatica a garantire. La programmazione ha attraversato ricerche differenti, da Mirella Bentivoglio a Mauro Castellani, da Emilio D’Elia a Gaetano Fanelli e Fernando De Filippi, testimoniando una persistente attenzione al segno, alla materia e alla memoria.
In una dimensione più raccolta, MICROBA rappresenta una delle esperienze migliori della città. Animato dagli architetti Riccardo Pavone e Marialuisa Sorrentino, con il contributo curatoriale di Nicola Zito e la collaborazione dell’associazione culturale Achrome, lo spazio ha trasformato una scala quasi domestica in una precisa condizione di lavoro. La sua forza risiede nella prossimità: mostre costruite intorno alle opere, rapporti diretti con gli artisti, una programmazione che collega pittura, scultura, installazione e ricerche sul corpo. La dimensione ridotta produce concentrazione dello sguardo, intimità e libertà sperimentale.

VOGA Art Project, nel quartiere Libertà, occupa una posizione speciale e necessaria. Lo spazio indipendente, curato da Nicola Guastamacchia e Flavia Tritto e fondato nel 2021 con Bianca Buccioli, intreccia produzione artistica e ascolto del contesto. Guastamacchia, artista oltre che curatore, porta nel progetto una sensibilità maturata direttamente nella pratica, unendo esperienza internazionale e attenzione alla città. VOGA agisce dentro una trama urbana segnata da stratificazioni sociali e trasformazioni profonde. “CEMENTO” (2025) di Fabrizio Bellomo e Armando Perna, “CARNE” (2025) di Margherita Ragno e Annarita Gaudiomonte (’Ndrame) e “STORIELLETTE” (2025-2026) di Gianni D’Urso e Giuseppe De Mattia indicano direzioni differenti, dalla materia urbana al corpo e alla narrazione minima.

Raffaele Fiorella, “Pure il vento”, 2026. Veduta dell’installazione. Muratcentoventidue Artecontemporanea, Bari. Courtesy di Muratcentoventidue Artecontemporanea

Muratcentoventidue Artecontemporanea rappresenta un altro tassello rilevante per la capacità di mantenere una linea riconoscibile sui linguaggi mediali, sull’immagine in movimento, sulla tecnologia, sul corpo e sulle geografie culturali internazionali. Con Lauren Moffatt, Sira-Zoé Schmid, Chiara Passa, Lydia Dambassina e con la collettiva “Deserti” (2025), la galleria ha messo Bari in relazione con dispositivi digitali, percezione, paesaggio, Mediterraneo e poteri economici e simbolici, mostrando come uno spazio privato possa produrre orientamento senza ridurre la propria funzione al mercato.
Va infine considerato il ruolo dell’Accademia di Belle Arti di Bari, luogo di formazione e possibile officina critica della città. Può diventare uno dei motori di un sistema futuro, purché sappia dialogare con istituzioni, artisti e luoghi di produzione. Lo stesso vale per l’università. In questo quadro, la cattedra di Storia dell’arte contemporanea di Maria Giovanna Mancini sta portando una ventata importante di nuovi studi e nuovi respiri in ambito accademico, rinnovando il rapporto tra ricerca, insegnamento e conoscenza diretta delle pratiche artistiche.
La situazione barese è dunque viva, ma irrisolta. Possiede una memoria alta, artisti capaci di guardare oltre il contesto locale, gallerie resistenti, istituzioni aperte al presente, spazi indipendenti e un’accademia potenzialmente determinante. Deve ancora trasformare queste presenze in una struttura riconoscibile (Antonella Marino, Giusy Petruzzelli, Lia De Venere). Occorre una politica culturale capace di acquisire, documentare, comunicare, sostenere e connettere un’idea di città che assuma le mostre come strumenti di conoscenza anziché consumarle come eventi. Solo così Bari potrà passare dalla somma delle esperienze alla costruzione di una scena critica e necessaria. La recentissima nomina di Annibale D’Elia a capo del Dipartimento Cultura della Regione Puglia lascia molto ben sperare su questi e altri obiettivi.