Il New Museum dispone finalmente di un edificio all’altezza delle sue ambizioni, dicono i nostri critici

Quasi esattamente due anni fa, il New Museum di New York, uno dei pochi grandi musei statunitensi interamente dedicati all’arte contemporanea, ha chiuso le porte al pubblico, lasciando un vuoto difficile da colmare. Oggi, dopo l’ampliamento realizzato sotto la supervisione dello studio OMA, è finalmente pronto ad accogliere di nuovo i visitatori.
In vista dell’apertura al pubblico, avvenuta sabato 21 marzo, il museo ha organizzato una preview per la stampa, presentando nei suoi spazi rinnovati la mostra collettiva “New Humans: Memories of the Future”. Curata dal team del New Museum sotto la direzione artistica di Massimiliano Gioni, la rassegna attraversa oltre un secolo di produzione artistica e riunisce più di duecento artisti.
Distribuita sui tre piani principali del museo, ed estesa persino agli ascensori e all’atrio, “New Humans” è un’impresa monumentale, tanto che un solo punto di vista difficilmente può renderle giustizia. In quest’ottica, i senior editor di «ARTnews US» Maximilíano Durón e Alex Greenberger si sono confrontati in un documento condiviso sulle loro prime impressioni del rinnovato New Museum e della mostra.
[Maximilíano Durón] Sarò sincero: ho sempre detestato il New Museum, fin dalla prima volta che lo vidi, circa quindici anni fa. E questo ha a che fare esclusivamente con l’edificio, non con il programma espositivo. Come ho detto e ripetuto, la struttura progettata da SANAA è il posto peggiore in cui vedere arte a New York, un caso emblematico di forma che prevale sulla funzione. L’impressione generale è un po’ fredda, a volte i soffitti sembrano troppo bassi e il montacarichi accessibile al pubblico spezza la continuità dell’architettura. La scala di servizio che collega il terzo e il quarto piano è a dir poco pericolosa, e raramente mi è piaciuto il modo in cui i curatori vi collocavano le opere. Una volta, un redattore inserì in un mio articolo un’espressione che descriveva l’edificio come una «scintillante costruzione futuristica»: probabilmente l’unico apprezzamento che mi avrai sentito fare prima della chiusura del museo, durata due anni. Devo continuare?

[Alex Greenberger] Neanch’io ero un grande estimatore del vecchio New Museum: l’ho sempre trovato scomodo, claustrofobico e difficile da percorrere, tanto per i curatori quanto per i visitatori. La buona notizia è che l’espansione appena inaugurata migliora notevolmente la struttura. Progettato da OMA, questo ampliamento elegante e lineare aggiunge circa 5.600 metri quadrati di superficie, integrandosi in modo fluido con l’edificio preesistente. La nuova ala è organizzata attorno a una scala a spirale attraversata al centro da una monumentale scultura sospesa di Klára Hosnedlová. L’edificio sulla Bowery è sempre stato privo di una scala di questo tipo e, grazie a questo intervento, il museo dà finalmente una sensazione di compiutezza. Per alcuni, il fatto di essere più grande ha anche i suoi lati negativi: secondo loro, uno dei meriti del precedente New Museum era che ti bastava un’ora per vederlo tutto. Oggi invece, consiglierei al pubblico di prevedere una buona parte del pomeriggio per la visita. Per me questo non è affatto negativo: dopo una lunga attesa, il New Museum dispone finalmente di un edificio all’altezza delle sue ambizioni.

[MD] Penso che l’ampliamento e la ristrutturazione fossero necessari: il New Museum aveva bisogno di più spazio per le mostre e per la sua piattaforma, la New Inc., oltre che di correggere alcuni difetti del progetto originario. La scala a spirale è un colpo di genio dal punto di vista architettonico: si percorre agevolmente, con calma, e dalle finestre si godono splendide vedute su SoHo. Il nuovo atrio è arioso e la fila per il guardaroba non ostruisce più l’ingresso, anche se mi mancheranno la caffetteria e lo spazio per i progetti al piano terra, ora trasformati in bookshop.
Concordo sul fatto che l’integrazione tra le due strutture sia riuscita. Il New Museum ha finalmente spazio per respirare e soprattutto le opere esposte sono molto più valorizzate di prima. Ho preso una delle scale interne dell’edificio preesistente fino al quarto piano e sono rimasto piacevolmente sorpreso da quello che ho visto. Oltre il perimetro originario si apre un’altra sala in cui si trova una scultura di Tau Lewis del 2024 installata in modo impeccabile che si inserisce alla perfezione nel nuovo edificio. Al piano di sopra, due sculture simili a meduse, riempite di elio e realizzate da Anicka Yi, fluttuano sopra le teste dei visitatori, accentuando l’ariosità del nuovo spazio
[AG] Questi sono solo due esempi tra i circa settecento pezzi presenti nella mostra collettiva “New Humans: Memories of the Future”, che occupa quasi ogni angolo degli spazi rinnovati del museo. A grandi linee, questa mostra riflette sull’umanità, così come è stata plasmata e riplasmata fin dall’alba del XX secolo. Si tratta di una rassegna ampia e nutrita: le varie sale sono una cacofonia di sculture eterogenee, video dal suono metallico e dipinti dai colori vivaci. Ma questo caos è fondamentale, perché la mostra vuol essere anche un modo per elaborare le ansie legate alle macchine, alle tecnologie emergenti, ai disordini sociali e all’intelligenza artificiale. L’ho trovata piuttosto convincente, anche perché collettive così ambiziose e articolate stanno diventando sempre più rare a New York

[MD] Devo dire che sono rimasto sorpreso quando hai menzionato che “New Humans” comprende oltre settecento opere. È sicuramente una mostra ricca, con moltissimi lavori, ma non dà la sensazione di essere sovraccarica. Quando le opere sono raggruppate in nuclei abbastanza fitti, l’insieme acquista una sua coerenza. L’allestimento è eccellente. Il tutto, naturalmente, in perfetto stile New Museum, con le didascalie di ogni opera il doppio più lunghe del necessario. Se ti prendi il tempo di leggerle con attenzione, però, esci dalla mostra con la mente piena di nuove informazioni e, con ogni probabilità, anche con il desiderio di tornarci, vista la quantità di opere esposte.
Secondo me, nonostante le dimensioni, la mostra funziona perché è organizzata per temi, con sezioni dai titoli indovinati come Auto Women, Prosthetic Gods e Dream Machines. La mia preferita resta però Mechanical Ballets, che instaura un dialogo tra la coreografia d’avanguardia – con i materiali che documentano gli allestimenti dei balletti di Oskar Schlemmer e Kurt Schmidt, ad esempio – e i dipinti di Jacqueline Humphries, i disegni di El Lissitzky e una scultura di Lavinia Schulz e Walter Holdt del 1923. Questo permette al curatore di includere opere meno note, come le litografie di Sargent Claude Johnson, che rivelano un lato del tutto inedito di questo artista associato al Rinascimento di Harlem, pur essendo attivo sulla West Coast. Ci sono anche sculture di Ovartaci, realizzate durante il suo ricovero forzato in un ospedale psichiatrico in Danimarca: opere sorprendenti soprattutto per quei visitatori che non hanno avuto l’occasione di vederle alla Biennale di Venezia del 2022.
Non mi aspettavo una selezione così ampia di opere storiche, considerando che si tratta di un’istituzione originariamente denominata “New Museum for Contemporary Art”; tuttavia, questi lavori rafforzano la tesi della mostra, secondo la quale gli artisti si confrontano con le ansie generate dalla tecnologia fin da quando quest’ultima è parte della condizione umana. Alcune delle opere esposte, pur risalendo al Novecento, potrebbero essere state realizzate pochi giorni fa, e questo è uno degli aspetti più stimolanti della visita. Non pensavo che la mostra mi sarebbe piaciuta così tanto, ne sono uscito col cervello in fermento.

[AG] Questa scelta di mettere a confronto l’arte moderna con quella più recente è oggi molto diffusa nelle biennali internazionali. In effetti, “New Humans” ha un impianto concettuale così complesso che avrebbe potuto sostenere un’intera edizione della Biennale di Venezia o di documenta Kassel. Ma la mostra sembra anche rispondere a queste rassegne, in particolare alla Biennale di Venezia del 2022, che ha saputo mettere in relazione l’interesse contemporaneo per le dimensioni spirituali e per l’assurdo con il surrealismo delle artiste del Novecento. Non a caso, “New Humans” e la Biennale del 2022 – curata da Cecilia Alemani, moglie del direttore artistico del New Museum, Massimiliano Gioni – condividono più di quaranta artisti. Alemani ha dichiarato che la sua Biennale era «radicata nel pensiero postumano». Evidentemente lo è anche “New Humans”.
L’aspetto che secondo me distingue “New Humans” è l’accostamento tra opere d’arte e oggetti del passato non necessariamente concepiti come arte. Per esempio, c’è il modello di un uomo nudo del 1976, con mani enormi e labbro inferiore molto pronunciato, realizzato dal neurochirurgo americano Wilder Graves Penfield; accanto, un disegno del sistema nervoso realizzato nel 2019 dall’artista di Hong Kong Angela Su. Questo dialogo, particolarmente riuscito, attraversa non solo il tempo e lo spazio, ma anche ambiti disciplinari diversi. Suggerisce che per molti versi l’impulso artistico a immaginare il corpo in condizioni di stress affondi le sue radici nella scienza.

[MD] Trovo affascinante questa estetizzazione della scienza, perché non feticizza in alcun modo le immagini proposte, come gli embrioni fotografati da Lennart Nilsson tra il 1965 e il 2003, perfettamente a loro agio in questo contesto. Ho inoltre trovato ipnotico il film del 1927 L’Œuf d’Épinoche di Jean Painlevé, che mostra la riproduzione di un pesce – lo spinarello – attraverso ingrandimenti estremi. Come sottolinea il testo di sala, l’avanguardia all’epoca di Painlevé – da Man Ray a Sergei Eisenstein – era profondamente affascinata dalla scienza. Una declinazione più contemporanea di questo interesse si ritrova nell’opera Da Vinci (2012) di Yuri Ancarani, che mostra dei chirurghi al lavoro con uno strumento chiamato appunto “Da Vinci”, alternando queste immagini a riprese frontali del robot che muove i propri arti come in una sequenza coreografica. Sebbene la danza del robot evochi chiaramente il timore, ormai radicato, di una possibile supremazia delle macchine, l’opera è forse tra le meno inquietanti dell’intera mostra.

[AG] Eppure, ci sono opere ben più sconvolgenti di quel film in “New Humans”, una mostra che attinge di frequente alla fantascienza e all’horror, talvolta anche in modo esplicito. È il caso di Necronom 2005 (Alien-III-Model)(1990-2005) di H.R. Giger, che mostra una creatura inginocchiata con la coda che termina in un aculeo. Questo essere, che richiama da vicino gli extraterrestri concepiti da Giger per la saga di Alien, si trova qui a poca distanza da una straordinaria scultura di Ivana Bašić, in cui una figura dall’identità di genere ambigua sembra sciogliersi in una sostanza liquida. Altrove la mostra offre al visitatore un’autentica estetica da body horror: in un dipinto memorabile, Jana Euler trasforma un paio di piedi in peni non circoncisi; in una scultura di Hans Bellmer, la gamba di una bambina è innestata su un torso dalle molteplici mammelle; infine, un notevole dipinto di Maina-Miriam Munsky raffigura il parto come una massa di carne isolata da una struttura quadrata.
Un genere di horror simile si trova nell’attuale edizione della Whitney Biennial, e ho l’impressione che entrambe le mostre costituiscano, in modo indiretto, una risposta all’incertezza del presente. Ma “New Humans” mette in luce in maniera interessante come questo orrore non sia affatto nuovo: anche il passato era inquietante. Una delle opere più disturbanti risale al 1979: la documentazione di una performance di Lenora de Barros intitolata Poema, in cui l’artista fa scorrere la lingua su una macchina da scrivere, che in una delle foto sembra intrappolarla tra i suoi ingranaggi. Per me questo scatto è al tempo stesso abietto e stranamente bello, proprio come la mostra nel suo complesso.
[MD] In realtà credo che rispetto alla Whitney Biennial, “New Humans” incarni molto di più l’horror, ma non il solito body horror che siamo abituati a vedere al cinema o nelle mostre d’arte contemporanea. Ciò che i curatori sembrano mettere in luce è piuttosto un orrore del corpo legato alla guerra. Procedendo in ordine cronologico, penso alla serie di fotografie commissionate dal governo francese che documentano le invenzioni militari sviluppate durante la Prima guerra mondiale; alla Painted metal facial prosthesis (1917-1920) di Anna Coleman Ladd, uno dei dispositivi realizzati per quei soldati dal volto così gravemente sfigurato da non poter essere ricostruito con la chirurgia plastica; al dipinto Ningen no Chizu (Mappa dell’umano, 1959) di Natsuyuki Nakanishi, che evoca la pelle deformata degli hibakusha, i sopravvissuti alle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki, fino all’agghiacciante dipinto di Zoran Mušič Non siamo gli ultimi (1974), in cui l’artista riflette sulla sua esperienza nei campi di concentramento trent’anni prima, mettendola in relazione con le terribili guerre condotte dagli Stati Uniti in Vietnam e in America Latina.
Queste opere trovano un toccante contrappunto nella scultura di Paul Thek tratta dalla serie Technological Reliquaries, in cui un arto dipinto di grigio giace all’interno di una teca in Plexiglas, parzialmente coperto da un pezzo di stoffa e da una parrucca. Per realizzarla, l’artista ha tratto ispirazione dai reliquiari cattolici, che spesso conservano parte del corpo di un santo, applicando questo modello alla carneficina a cui aveva assistito durante la guerra del Vietnam. L’opera è inclusa nella sezione intitolata Hall of Robots, la più dinamica tra tutte quelle della mostra. Salendo ancora, dopo esserci lasciati alle spalle il video Da Vinci di Yuri Ancarani, ci si imbatte nel notevole contributo di Precious Okoyomon per approdare infine in questa sala, dove sembra davvero che i robot abbiano preso il sopravvento. Conviene fare attenzione a non calpestare il serpente robotico di Pamela Rosenkranz che striscia sulla moquette rosa della sala.

[AG] Forse è proprio questo carico di orrore a spingere alcuni artisti in mostra ad astrarsi dalla realtà: Portia Zvavahera, per esempio, dipinge i propri sogni in grande formato, mentre Toyin Ojih Odutola disegna in maniera dettagliata entità semi-umane provenienti da luoghi remoti. Questa tendenza può anche spiegare l’ultimo settore di “New Humans”: una sezione intitolata Future Cities, non tanto incentrata sui corpi quanto sugli spazi, con artisti come Cui Jie e Constant che prendono l’architettura urbana e la deformano fino a farla apparire aliena. Popolata per lo più da opere grigiastre e prive di humour, Future Cities mi è sembrata l’unica nota stonata della mostra – un passaggio poco convincente all’interno di un’esposizione altrimenti coinvolgente.
[MD] La sezione Future Cities è senza dubbio la più debole e, a mio avviso, fuori luogo. Riesco a cogliere l’impulso che l’ha ispirata: alla metà del Novecento il pensiero utopico era una risposta diffusa alla distruzione cui avevamo assistito nei decenni precedenti. Tuttavia, la promessa dell’utopia è ormai da tempo screditata, e questo mi è sembrato il punto meno efficace dell’intera mostra.
[AG] Avrei preferito una sezione specifica dedicata all’arte digitale. Non che questa sia del tutto assente dalla mostra: in altre sezioni compaiono, per esempio, lavori di computer art di personalità come Lillian Schwartz e Charlotte Johannesson, e c’è anche un autoritratto digitale di Donald Rodney con cui il pubblico può interagire. Tuttavia, nel complesso, la mostra omette quasi del tutto la Net art. Inoltre, esclude gente come Josh Kline, Ed Atkins, Ryan Trecartin e DIS, che negli anni dieci del nuovo millennio hanno riflettuto sul modo in cui Internet ha trasformato l’essere umano. Queste lacune risultano ancora più evidenti se si considera che il New Museum ha contribuito in modo determinante a costruire la storia di questi artisti e della Net art.

[MD] È una mancanza ancora più evidente se si considera che il New Museum ospita Rhizome, un’organizzazione che si occupa di documentare e storicizzare la Net art e la Post-internet art. La Net art mi affascina perché gli artisti che la praticavano erano in grado di esistere interamente online. Molti di loro vivevano nell’Europa dell’Est: realizzarono i loro lavori dopo la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Tutto questo – come qualsiasi altro aspetto di “New Humans” – appare strettamente legato alla risposta ai due conflitti mondiali. Sarebbe stato inoltre interessante vedere sviluppata una riflessione sulla fusione tra elemento umano e tecnologia a opera di quegli artisti che hanno intrecciato le loro vite offline e online. La sezione Dream Machines, nello spazio che si trova dietro il vecchio vano ascensori, accenna a questo tema, ma gran parte delle opere esposte si basa sull’uso di macchine da scrivere o stampanti ad aghi, come nel caso di The House of Dust Edition (1967) di Alison Knowles. A eccezione del lavoro di Rodney, in questa sezione non ci sono praticamente né computer, né tantomeno smartphone, a illustrare come, tra gli anni Novanta e gli anni Dieci, le persone abbiano volutamente caricato versioni di sé in una sorta di etere digitale. A mio avviso, si tratta di una lacuna significativa.

[AG] Almeno la mostra comprende anche Hito Steyerl, il cui contributo alle pratiche artistiche legate alle immagini digitali negli anni dieci è difficilmente sopravvalutabile, anche se i lavori più recenti non risultano altrettanto incisivi. Per me, il suo nuovo video, Mechanical Kurds (2025), non è solo l’opera più riuscita di “New Humans”, ma segna anche il ritorno alla forma di una delle artiste più importanti del nostro tempo. In questo caso i protagonisti sono dei rifugiati iracheni impegnati per Amazon in una forma di lavoro nota come turking, in cui le persone hanno il compito di identificare manualmente degli oggetti per addestrare gli algoritmi dell’intelligenza artificiale. Steyerl li intervista e alterna le loro conversazioni su Zoom a immagini generate dall’IA, tra cui una sequenza con un gruppo di danzatori che “si intrecciano” gli uni con gli altri suggerendo una dissoluzione totale del corpo politico sotto il dominio dei poteri tecnologici.
Penso che, a modo suo, “New Humans” sia una mostra sulla spoliazione. Pensa per esempio alla serie di fotografie realizzate nel 1983 da Liliana Maresca, in cui l’artista posa nuda con degli oggetti di fortuna. Una di queste la ritrae con un’alta spirale metallica davanti alla gamba, come se avesse una protesi improvvisata. Se questa immagine dialoga, per assonanza, con le figure femminili cibernetiche dipinte da Kiki Kogelnik, esposte poco distante, va ricordato che il contesto è ben diverso: la fotografia fu scattata negli ultimi anni di una brutale dittatura militare nell’Argentina natale dell’artista. Sono immagini che parlano di un popolo derubato dei propri diritti che ha dovuto reinventarsi in un’altra forma.

[MD] Vedo un parallelismo tra le immagini di Liliana Maresca e A.T. (2012) di Henrik Olesen, dedicato ad Alan Turing, il matematico che col suo lavoro di decrittazione contribuì a cambiare le sorti della Seconda guerra mondiale a favore degli Alleati e che nel 1952 fu condannato per omosessualità e sottoposto a castrazione chimica e terapia ormonale. In uno dei collage di Olesen compare la scritta «MACHINES AT WORK», tracciata a grandi lettere, insieme a una citazione del 1952 in cui Turing parla del trattamento subito e del fatto che «uno dovrebbe tornare alla normalità quando tutto è finito». E aggiunge: «Spero che abbiano ragione». La morte di Turing, nel 1954, fu archiviata come suicidio, ma la realtà è più complessa. La sua storia non manca mai di colpirmi.
[AG] A me non è sembrata tutta così cupa questa mostra, anzi, a tratti l’ho trovata persino carica di speranza. Penso al contributo di Frieda Toranzo Jaeger, un dipinto pieghevole simile ad una pala d’altare intitolato To Imagine Is to Absent Oneself (2025). L’opera raffigura una cassetta degli attrezzi, con un set di chiavi inglesi ricamate a mano. Lo scorso anno Toranzo Jaeger ha dichiarato all’«Observer» che la tecnologia ci «toglierà gradualmente il potere» e che i suoi dipinti con le cassette degli attrezzi trattano il tema di «arrendersi alla macchina, diventare tutt’uno con l’apparato». A mio avviso, tuttavia, queste opere suggeriscono anche il possibile uso di quella macchina contro sé stessa. Toranzo Jaeger ci mostra gli strumenti della rivoluzione: sta a noi capire come adoperarli e per costruire cosa.
Da «ARTnews US».