Da Independent, l’azzardo di Joel Mesler è insieme una mostra d’arte e un esperimento di mercato

di | 05 giu 2026
Joel Mesler, On The Couch, 2026. Olio su lino, 121,9 × 152,4 cm. Courtesy di Joel Mesler; Independent. Foto di Jessica Dalene Photography

Verso la fine di aprile, in un caffè di Little Italy, Joel Mesler si è messo comodo e ha iniziato a raccontare di quando vendeva arte a New York. Ha ricordato che tra la fine degli anni Duemila e i primi anni Dieci, quando gestiva alcune gallerie nel Lower East Side, gli affari si concludevano spesso a notte fonda, dopo troppi drink, mentre si mescolava a persone che riteneva decisamente fuori dalla sua portata.
«Volevo sedere al loro tavolo, ma non ero invitato», ha detto Mesler, facendo una pausa per sorseggiare un caffè freddo. Ha sorriso. «Poi hanno capito: “Joel può procurarci la cocaina”. E di colpo ero uno di loro: ero al tavolo dei miliardari».
Da lì è stato un turbinio: sconti scritti a penna direttamente sulla mano durante le feste, fatture inviate la mattina dopo a collezionisti e galleristi di prim’ordine che non era detto accettassero davvero di acquistare opere di artisti come Henry Taylor e Loie Hollowell, fatture che invece venivano pagate lo stesso, e quella strana frenesia sociale necessaria per sopravvivere come gallerista squattrinato della downtown, prima di tornare a dedicarsi all’arte a tempo pieno.

Joel Mesler, On The Chairs, 2026. Olio su lino, 152,4 × 121,9 cm. Courtesy di Joel Mesler; Independent. Foto di Jessica Dalene Photography

Ora, quasi un decennio dopo essersi lasciato alle spalle il mondo delle gallerie, Mesler ci sta ritornando, almeno in parte, e senza quella vita dissoluta pericolosamente romanticizzata.
Questa settimana, all’Independent Art Fair, Mesler debutterà con una nuova serie di dipinti figurativi in una presentazione intitolata “Joel Mesler Presented by The Estate of Joel Mesler”, un nome deliberatamente bizzarro, con una generosa dose di reinvenzione e di costruzione del mito di sé. Il progetto, intitolato Interiors, segna una netta svolta rispetto ai colorati dipinti testuali e all’iconografia allegra che hanno caratterizzato il lavoro di Mesler negli ultimi anni.
I nuovi dipinti hanno ancora un tratto fumettistico, ma sono più cupi, psicologicamente più esposti, e – cosa forse più importante per Mesler – sono pochi, volutamente. «Ci sono solo dodici dipinti», ha detto, «boom, tutto qui».
Per Mesler, il progetto si colloca a metà strada tra il classico stand di una fiera d’arte e un esperimento di mercato controllato. Le opere non verranno vendute tramite il team commerciale di una galleria. Al contrario, solo l’artista in persona e David Kordansky, il suo ex gallerista, potranno vendere i quadri. Parte dell’esperimento prevede che Mesler si chiami deliberatamente fuori dalla scuderia di artisti della galleria Kordansky. «Soltanto David Kordansky in persona può proporre questi dipinti», ha detto. «Se provi a chiamare il suo team commerciale o un direttore senior, beh, buona fortuna».

Joel Mesler, On His Knees, 2026, Olio su lino, 152,4 × 177,8 cm. Courtesy di Joel Mesler; Independent. Foto di Jessica Dalene Photography

Tutto questo rispecchia una più ampia frustrazione di Mesler nei confronti dell’attuale mercato dell’arte contemporanea che, a suo avviso, ha perso l’intimità, l’esclusività e l’imprevedibilità che lo caratterizzavano durante i turbolenti primi anni Duemila. Oggi troppa arte contemporanea funziona come merce di lusso: infinitamente scalabile, illimitatamente disponibile e sempre più slegata dalle relazioni personali.
L’artista-diventato-gallerista-diventato-artista vuole invertire quella dinamica, costruendosi di fatto un mercato da zero. I prezzi della nuova serie si attesteranno, a suo dire, ben al di sotto delle cifre a sei zeri che oggi registrano i suoi dipinti più riconoscibili – palloncini in foil che compongono la parola «courage» su un cielo sfumato color prugna e blu, o paesaggi colmi di cuori scarabocchiati con «I love you» in corsivo rosa acceso. Ma a differenza di queste opere più vecchie, che l’artista considera sempre più accessibili e destinate al grande pubblico, i nuovi dipinti avranno una circolazione rigorosamente limitata. «Ad essere onesto, preferirei che i ricchi non li avessero», ha detto.
Questa filosofia spiega in parte la frattura che sta emergendo nella sua carriera. Da un lato c’è il brand Joel Mesler, patinato e di grande visibilità, che comprende commissioni pubbliche e collaborazioni su larga scala – come un pavimento a mosaico alla 92nd Street Y di Manhattan –, oltre a merchandising e accordi di licenza commerciale, come quello che recentemente ha portato le sue immagini all’interno di uno dei più grandi centri commerciali di Bangkok. Dall’altro c’è questo nuovo corpus di opere figurative, di cui Mesler parla in modo protettivo. I dipinti, molti dei quali ritraggono figure isolate o emotivamente vulnerabili, lo riportano a uno stile che aveva in gran parte abbandonato prima di diventare gallerista.

Joel Mesler, In The Boat, 2026. Litografia colorata a mano, 78,7 × 120,7 cm. Courtesy di Joel Mesler; Independent. Foto di Jessica Dalene Photography

La presentazione all’Independent, secondo quanto riportato in un comunicato stampa, «segna un ritorno al linguaggio figurativo e personale degli esordi», esplorando temi di vulnerabilità, guarigione e autorappresentazione. Uno di questi dodici lavori mostra un uomo paffuto e stempiato, a torso nudo, a bordo di un piccolo canotto. Non si trova da solo in mare aperto. È peggio: sembra che stia pagaiando all’interno di una scatola rossa. Che speranza puoi avere, sembra comunicare Mesler, quando non c’è nessun posto dove andare?
In Receiving, cinque figure dalle labbra serrate e in abiti attillati protendono le braccia verso il cielo con dita spettrali e gonfie, come in attesa di un qualche messaggio dall’alto.

Joel Mesler, Receiving, 2026. Olio su lino, 203,2 × 177,8 cm. Courtesy di Joel Mesler; Independent. Foto di Jessica Dalene Photography

Mesler ha abbracciato la sobrietà poco prima di lasciare New York per gli Hamptons nel 2016, dopo che la sua attività di gallerista era di fatto crollata. «Ero a pezzi», ha detto, «non mi era rimasto più nulla».
Negli Hamptons, dove inizialmente ha continuato a gestire una galleria mentre dipingeva nel seminterrato, ha detto di aver trovato un pubblico che rispondeva non solo alle sue opere, ma anche alla sua personalità e apertura. «La gente pensava: questo qui non ha filtri», ha ricordato, aggiungendo che i collezionisti hanno iniziato a prestargli attenzione solo dopo aver visto i suoi lavori fuori città, lontano dalla frenesia del mercato newyorkese.
“The Estate of Joel Mesler” sembra concepito proprio per fondere tutte queste identità insieme: gallerista, artista, arrampicatore sociale, tossicodipendente in recupero, critico del mercato, costruttore di brand. Allo stesso tempo, Mesler non vuole abbandonare del tutto il lato più commerciale della sua attività. Verso la fine della conversazione, ha tirato fuori il telefono per mostrarmi video generati dall’IA basati sui suoi libri e sulle sue opere, creati con collaboratori all’estero. Spera infatti di costruire un ecosistema mediatico più ampio attorno al lato più accessibile del suo lavoro, paragonando questa ambizione – in modo alquanto improbabile – a quella di Mister Rogers. Kordansky, tuttavia, lo ha incoraggiato a tenere questo nuovo corpus di opere separato da tutto il resto. «Mi dice sempre: “Mantieni questa cosa autentica”», ha detto. «“Non incasinarla”».
Per il momento, se non altro, sembra felice di rivestire più ruoli contemporaneamente: il volto popolare e il gatekeeper, l’artista e il gallerista, il brand pubblico e l’operatore di mercato nell’ombra.
«“The estate of Joel Mesler presented by Joel Mesler”», ha detto ridendo. «Potrebbe funzionare, o potrebbe essere un suicidio».

Da «ARTnews US».

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