La Pisolineria Librizzi alla Galleria Rollò di Palermo: il diritto alla tregua

di | 27 apr 2026
Pisolineria Librizzi. Foto di Pietro Martini

Nel cuore pulsante di Palermo, dove il quartiere popolare di Ballarò, con il suo celebre mercato, riverbera di una vitalità ancestrale e incessante, il silenzio non è un’abitudine, ma una conquista. I mercati storici palermitani – Ballarò, la Vucciria, il Capo – costituiscono da secoli il tessuto connettivo della vita urbana, luoghi dove il commercio si intreccia con la socialità e la tradizione orale. Qui le merci vengono ancora annunciate attraverso le abbaniate, le caratteristiche grida cantate dei venditori che declamano la freschezza del pesce, la dolcezza della frutta, il prezzo della merce con una cadenza quasi liturgica. Tra le grida dei venditori e il flusso continuo di via Maqueda, esiste un luogo – la Galleria Rollò, dal nome del tipico pezzo di rosticceria palermitana, richiamo ironico che spoglia lo spazio espositivo da ogni sacralità istituzionale – inserito in un piccolo vicolo che ha deciso di invertire la rotta della frenesia urbana. Non si tratta di una trovata pubblicitaria, bensì di un dispositivo estetico e funzionale che trasforma l’atto biologico del sonno in un manifesto politico e poetico: la Pisolineria Librizzi.
Il progetto, nato dall’incontro tra l’artista di origini madonite, Pietro Librizzi, e la direttrice della Galleria Rollò, Marcella Sciortino, ha l’obiettivo di scardinare la retorica dell’iperproduttività per offrire una “zona franca” dal dovere di essere costantemente performanti. Se la letteratura ha spesso celebrato l’ozio, qui l’idea si materializza come servizio alla cittadinanza. La Pisolineria Librizzi nasce infatti da un’esigenza tanto semplice quanto trascurata: offrire uno spazio accogliente a chi si trova lontano da casa e avverte il bisogno di una tregua tattica. Un riposo che ognuno può calibrare, dai dieci a un massimo di trenta minuti, per riappropriarsi del proprio tempo durante la pausa pranzo, nella fascia oraria tra le 12:00 e le 16:30. Si tratta del primo progetto della galleria ad avere una durata eccezionale, una stanzialità prolungata che si distacca nettamente dalle consuete e “sporadiche apparizioni” che caratterizzano l’attività di Rollò.
Tuttavia, Marcella Sciortino, direttrice della galleria, invita a non farsi distrarre troppo dal contesto: «Il fatto che la pisolineria sia a Ballarò in realtà non è un dettaglio importante, anzi, l’ideale sarebbe stato aprire in via Sciuti o via Quintino Sella», le zone più residenziali e borghesi della città, sviluppatesi nell’Ottocento e nel Novecento. «Penso che l’attenzione al quartiere sia un po’ fuorviante rispetto alle intenzioni e alla postura del progetto. È lì perché lo spazio è lì, la relazione con Ballarò è quasi circostanziale». Per la galleria, infatti, insistere sulla narrazione pittoresca dei mercati rischia di assecondare quel processo per cui il patrimonio simbolico viene «depurato dalla narrazione funzionale alla sua mercificazione da parte di operatori del turismo ed élite culturale», tema centrale delle pubblicazioni di Rollò come Uacciuariuari (restituzione di una delle prime mostre, “Un kaos assoggettante” di Gianluca Concialdi e Sofia Melluso) e Bellolampo – Dreams that art can’t buy, a cura di Arch. Serpe, Sofia Melluso, Gianluca Concialdi e Studio Graphicone. Uno spazio, inoltre, che rivendica la sua natura temporanea e non pretenziosa: «La galleria è un garage e tornerà a essere il garage in cui parcheggio la macchina, fino alla mostra successiva», precisa Sciortino, sottolineando come i progetti espositivi di norma qui durino solo il tempo dell’inaugurazione. Una manifestazione estemporanea, per cui chi ha avuto la fortuna di esserci l’ha vista, e per tutti gli altri, pazienza.
Lo spazio opera in un quartiere che negli ultimi anni ha vissuto trasformazioni profonde: Ballarò, come gran parte del centro storico della città, è oggi attraversato da dinamiche di gentrificazione, tra locali notturni e affitti brevi, che ne stanno ridisegnando gli equilibri. In questo contesto, la scelta di offrire un servizio accessibile a prezzi popolari assume una valenza che va oltre il semplice riposo. Tuttavia, la Galleria Rollò non intende proporsi come un intervento culturale strutturato, ma come una «presenza instabile dentro un territorio instabile», commenta Sciortino. Lo spazio sviluppa la propria pratica a partire dalla consapevolezza del proprio «privilegio materiale e culturale» all’interno di un contesto «segnato da tensioni tangibili e simboliche in cui le dinamiche estrattive agiscono con intensità, plasmando un immaginario egemonico ormai sedimentato, raccontato da reel social, contenuti promozionali per il turismo e progetti artistici e culturali». La pisolineria, dunque, si inserisce in queste crepe non per fornire soluzioni, ma per abitarne le contraddizioni con onestà.
In occasione di questo progetto, la galleria è stata riconfigurata grazie al contributo tecnico dell’architetta Silvia Duminuco e di un team allargato di collaboratori che ha tradotto l’intuizione di Librizzi in un ambiente sensoriale protetto. La redazione dei testi del progetto – a partire dal regolamento affisso all’ingresso – è firmata da Marcella Sciortino con un contributo dell’artista, a conferma di quella vocazione partecipativa che distingue ogni iniziativa della Galleria Rollò, dove i confini tra direzione, curatela e produzione sfumano in un unico processo creativo condiviso. Una pesante tenda blu notte scherma la luce e attutisce i rumori della strada, creando un’atmosfera ovattata dove il sonno può finalmente dirsi al sicuro. A differenza delle nap pods delle multinazionali – concepite per rigenerare il dipendente affinché produca di più – la pisolineria è un’enclave indipendente. Qui il riposo è slegato dal profitto altrui e diventa un servizio di pubblica utilità. Nel caos cittadino, dove addormentarsi in un parco comporterebbe rischi, la pisolineria offre la custodia vigile del “pisoliniere”. Librizzi accoglie gli avventori in un elegante pigiama celeste, curando dettagli funzionali al rilassamento come l’essenza di geranio dal potere calmante o la possibilità di noleggiare anche delle mascherine. È un cortocircuito tra arte e realtà che mette a fuoco il diritto al rallentamento.

Il tariffario della Pisolineria Librizzi. Foto di Pietro Martini

Pietro Librizzi agisce come un vero e proprio Master of Ceremony. La sua presenza trasforma il servizio in una performance sulla durata e sulla responsabilità verso l’altro. Artista multidisciplinare che predilige la pittura, Librizzi espone qui un unico lavoro su tela nella sala d’aspetto: una composizione che evoca una nuvola o un cuscino di panna montata, fungendo da “matrice estetica” dell’intero progetto. Superata la soglia della vera e propria pisolineria, si trovano tre letti singoli dotati di cuscini, coperte e zanzariere che separano le postazioni per garantire la privacy. Proprio il regolamento rappresenta il cuore ironico e sovversivo dell’intervento. Tra il divieto di «fornicare» e l’obbligo di emettere solo «sospiri di beatitudine», il progetto gioca con i codici della burocrazia per sancire la sacralità del silenzio. Il pisoliniere è colui che garantisce l’armonia, pronto a svegliare chi cade nel sonno profondo con «metodi proporzionati» o a ruotare delicatamente chi russa, tutelando il comfort collettivo. Sebbene l’affluenza risenta inizialmente di un certo scetticismo – con il pubblico propenso a leggervi una messinscena artistica piuttosto che un servizio reale – l’ambizione è che il modello venga replicato fino a diventare una pratica quotidiana e una libera abitudine cittadina. Per capirne di più, abbiamo rivolto qualche domanda al pisoliniere: 

Valentina Bruschi Pietro, la pisolineria sembra essere l’approdo fisico di una ricerca che nella tua pittura indaga spesso forme organiche e “morbide”. In che modo il tuo unico dipinto qui esposto, la nuvola di panna montata che definisci «matrice estetica», ha dettato le regole dello spazio e quanto è stato complesso tradurre un’ossessione visiva in un servizio urbano realmente funzionante?

Pietro Librizzi La pisolineria e i suoi elementi hanno preso forma da uno schizzo dove il pisoliniere, la tenda, il cartello silenzio e l’insegna erano ben distinti. La “mozzarellona” ne ha orchestrato i colori, ci siamo mossi da lì per trovare il pigiama, la tenda, le lenzuola e le testate, per dipingere i cartelli, il tariffario, il regolamento e il blocco di ricevute. L’opera Mozzarellona gioca ora la parte di abbellire la sala d’attesa per i clienti in turno per il loro pisolino. Nella sua molteplice presenza come nuvola, gelato, cuscino e morbidezza succulenta, è un invito a un sonno pasciuto.

Pietro Librizzi, Mozzarellona Cumulonemba, 2025. Olio su cartone telato con cornice in legno, 86 x 51 cm. Foto di Pietro Martini

V.B. Presiedi la galleria in pigiama, assumendo il ruolo di custode delle coscienze sospese dei tuoi “clienti”. In un sistema dell’arte che spesso chiede al pubblico di essere iper-reattivo o intellettualmente teso, come cambia la tua percezione dell’opera quando il destinatario è in uno stato di totale vulnerabilità e incoscienza?

P.L. L’operazione della pisolineria non si è particolarmente preoccupata di riflettere sulle dinamiche del sistema dell’arte ma si è concentrata nel costruire un servizio pubblico assurdo ma funzionante. L’intera azione performativa di “essere esercente” all’interno di uno spazio solitamente dedicato alle mostre, seppur comunque di carattere critico e liberato quali i progetti di Galleria Rollò, ha permesso di estendere la materialità dell’opera verso un campo ibrido tra esperimento teatrale e servizio pubblico: la vulnerabilità dei clienti, attori volontari, diventa la preoccupazione centrale del gestore del riposo, questi deve assicurare loro un momento quanto più sereno.

Pisolineria Librizzi. Foto di Pietro Martini

V.B. Il regolamento della Pisolineria mescola ironia e rigore normativo, prevedendo persino “sanzioni” per le suonerie o il divieto di fissare i dormienti. Questa impalcatura burocratica serve a proteggere l’intimità del gesto o è un modo per evidenziare quanto sia diventato paradossalmente complesso riappropriarsi di un bisogno naturale?

P.L. La costruzione della pisolineria, nella sua quasi totale artigianalità, soprattutto negli elementi comunicativi, è un gioco estremamente serio. Ogni regola e limite sono utili per elasticizzare il pensiero e favorire l’immaginazione, proprio come nei giochi di società. Nel contesto del riposo e della costante presenza degli schermi nella nostra vita, spesso è facile abusarne in momenti in cui il corpo avrebbe bisogno di allontanarsene. Nella Pisolineria Librizzi i telefoni cellulari vengono custoditi in accettazione, offrendo un gentile ma deciso aiuto nel gestire la tentazione di consumare contenuti.

Pisolineria Librizzi. Foto di Pietro Martini

V.B. Hai dichiarato che questo è un progetto idealmente replicabile in ogni quartiere. Se la Pisolineria dovesse uscire dal contesto protetto della Galleria Rollò per diventare un servizio municipale a tutti gli effetti, credi che manterrebbe la sua carica di “gesto sovversivo” o finirebbe per essere assorbita dalle stesse logiche di efficienza che cerchi di scardinare?

P.L. Vedo purtroppo che le ipotetiche pisolinerie si presentano come declinazioni degli affitti brevi, con le stesse logiche di mercato; negli anni, la possibilità di fare un pisolino verrà forse integrata strutturalmente nei luoghi di lavoro, allestendo dei luoghi appositi per i colleghi pisolanti. Ancora più in la nel tempo, per strada ci saranno i banditori del silenzio ad annunciare la finestra consentita di riposo comune, probabilmente diversa di quartiere in quartiere come la raccolta differenziata: in quelle ore le città sarebbero silenziose come un paesino di provincia!