Di rabbia e di paura. La rassegna di videoarte femminista SHE DEVIL 14 al MACRO

Si parte dal corpo. Dal corpo plurale e femminile, universale e sottomesso. La rassegna di videoarte femminista “SHE DEVIL”, nata nel 2006 da un’idea di Stefania Miscetti e giunta oggi alla quattordicesima edizione presso il MACRO, parte dalla volontà di utilizzare il video come strumento di indagine sul corpo e sull’esperienza femminile. L’opera video risponde quindi a un’urgenza espressiva radicata nel genere, maturata all’interno di una condizione di disparità rispetto all’artista maschio. Con un titolo che fa riferimento, da un lato, a una nota eroina Marvel e, dall’altro, all’omonima commedia diretta da Susan Seidelman, il progetto “SHE DEVIL” mette a fuoco l’ironia vendicativa sottesa all’arte femminile, alla potenza della rabbia rimasta a lungo silente e alla sua possibilità di trasformazione.
Nell’ambito della sua associazione culturale, attiva da più di trentacinque anni, Miscetti ha lavorato con molte artiste – da Marina Abramovic a ORLAN a Yoko Ono – notando un’attitudine ad usare il video «quasi come un diario alla Sylvia Plath, per indagare il proprio corpo e i suoi dintorni».
Nel raccontarci la genesi del progetto, la curatrice fa riferimento all’episodio di blackout del 2003 che ha colpito l’Italia durante la notte bianca, per una durata di tre ore. Miscetti ha scelto così di rilanciare, l’anno successivo, il tema dell’energia continua in sottofondo che spesso diamo per scontata: la mostra “7 K-Nights” ha ospitato sette artiste e le loro opere video proiettate in galleria senza interruzioni, dalle otto di sera fino a mezzanotte. Da lì, l’idea di creare una rassegna periodica.

Ripercorrendo le ultimissime edizioni – la dodicesima dedicata agli artisti in transizione e la tredicesima al tema del patriarcato analizzato e riconosciuto da artisti uomini – si giunge alla quattordicesima, dedicata al tema della paura. «Ci sono diverse forme di paura», racconta Miscetti, «dalla maternità, alla guerra, al disastro ecologico, ai rituali di appartenenza maschili che possono diventare femminili, dunque la paura di essere escluse da qualcosa. E poi c’è la voglia di superare la paura». Tra le opere selezionate, I’ve Been Afraid (2020) di Cecilia Condit è un’enciclopedia musicale sull’abuso femminile, in cui una figurina animata attraversa attimi di terrore e violenza domestica per poi affermare: «Non ho più paura». Prosegue Miscetti: «In tutte le edizioni, anche quelle più cupe, ho sempre cercato di indirizzare una visione al di là dei fatti che provocano la violenza stessa. La paura può essere un sentimento positivo perché ci tiene allerta».

La varietà delle tematiche affrontate dalla rassegna suggerisce un’idea di femminile che coincide con l’universale. La paura delle donne si specchia nella paura del mondo intero – la brutalità dell’uomo sull’ambiente, il costo invisibile del commercio globale, la guerra in Ucraina. Una visione femminile «che si allarga al mondo» è alla base di un progetto che abbraccia e accoglie il senso di smarrimento della società contemporanea, rendendolo quasi un manifesto e una dichiarazione politica. A conclusione della rassegna, Autofobia di Regina Josè Galindo non è altro che uno sparo alla propria ombra, ad esprimere una sorta di paura verso sé stesse, verso tutto quello che si può essere e diventare. Ecco quindi che l’Io si specchia nel Noi, in una collettività onnipresente anche quando non è strettamente prevista e contemplata.
Senza l’intento di “brutalizzare” gli uomini, Miscetti riconosce come nella recentissima esplosione delle donne nell’arte vi sia la ragione della loro tendenza a un’esplorazione più mirata e circoscritta rispetto alle ricerche maschili.

Racconta delle divergenze interne alla scelta di lavorare prevalentemente con artiste: «In trentacinque anni ho lavorato con tantissime donne, ma a un certo punto negli anni Novanta mi sono chiesta: “Perché non includere solo donne?” Mi sono risposta che per me l’arte non ha confini. Voglio esplorare la diversità per entrare in colloquio con l’altra metà del cielo, che adesso forse sono loro».
Difficile non pensare alla figura di Lea Vergine, sempre attenta e restia a rinchiudersi nella gabbia del femminile, nonostante abbia di fatto dedicato la sua intera vita e carriera all’elevazione dell’arte delle donne. «Lea Vergine la conoscevo bene, ha fatto in tempo a vedere le prime edizioni di SHE DEVIL, ed è esattamente la sua posizione che vorrei portare avanti».

Tra forme documentarie e veri e propri film d’artista, in “SHE DEVIL” il video recupera quella radice femminista che l’ha caratterizzato negli anni Settanta, quando ha permesso alle donne di aggirare gli ostacoli economici e le censure per esplorarsi e riconoscersi liberamente. Si tratta dunque di un progetto che si fa lettura critica e politica del presente ma porta in sé il legame con l’identità storica della videoarte e della sua autentica tendenza all’anarchia.
Dal 29 aprile al 30 agosto 2026; MACRO, via Nizza 138, Roma; info