La voce non basta. Amelia Rosselli al MACRO

Tra gli elementi di cui negli ultimi decenni la poesia – e forse ancora di più l’arte contemporanea – ha fatto maggiore abuso, c’è sicuramente quello della voce. Voce come autenticità, voce come presenza, voce come corpo, voce come traccia, voce come restituzione di un soggetto messo a tacere. Tutto ha una voce, tutto deve restituire una voce, tutto viene legittimato dal fatto di dare voce a qualcosa o qualcuno. Il risultato: una parola in origine decisiva è diventata un passepartout; una di quelle formule che sembrano spiegare molto e invece non spiegano quasi nulla. Eppure, davanti ad Amelia Rosselli, è difficile farne a meno. Non perché la sua poesia chieda di essere riportata a una qualche purezza orale, e neanche perché la registrazione della sua lettura aggiunga semplicemente un supplemento emotivo al testo. Al contrario: in Rosselli la voce sembra esprimere parte di quell’esitazione febbricitante della sua poetica. Il tempo che intercorre tra l’ascolto della sua voce riprodotta a quello dell’apprendimento delle sue forme e figure, ricalca – in alcuni momenti amplifica – lo spaesamento che procura la sua rigorosa architettura grafica. Lo dimostra la cura quasi ossessiva per la disposizione grafica di Variazioni belliche: l’autrice chiedeva che venisse rispettata un’equivalenza precisa tra proporzioni tipografiche, lunghezza delle righe e progetto metrico. In Rosselli, è come se verso e voce si sfruttassero a vicenda, senza mai completarsi totalmente, facendo emergere ogni volta zone d’ombra e residui di senso da elaborare sempre in fieri. Una tensione continua: non la sola, ma tra le tante della sua poesia. Non è un caso se perfino Pier Paolo Pasolini ebbe problemi a decifrare la sua metrica, tanto da chiederle di raccontargliela attraverso uno scritto. Fu infatti così che nacque Spazi metrici, «quasi un compitino ispirato da Pasolini», secondo le sue parole. Pasolini aveva intuito la forza della sua poesia, tanto da favorirne l’emersione pubblica, ma aveva anche bisogno di capire meglio la logica metrica interna di quei testi. Il punto centrale è che per Rosselli la metrica non coincide più con la metrica tradizionale, cioè con schemi regolari di sillabe, accenti, rime. È una metrica spaziale, in cui il verso si organizza dentro una specie di campo, che può essere la pagina, la lunghezza della riga, la disposizione tipografica; ma anche la durata del fiato o la scansione logica e sonora. Un campo di relazioni che tiene conto anche del rapporto della lunghezza della riga, preoccupandosi della densità del ritmo e della forza psichica che sostiene il componimento.
La mostra del MACRO, “Amelia Rosselli, un canto nel suo spazio”, sembra partire proprio da questi presupposti. Non è una mostra in senso tradizionale e non occupa lo spazio attraverso un accumulo di documenti, fotografie o apparati biografici, ma attraverso l’ascolto. Curata dal critico letterario e storico della letteratura italiana Andrea Cortellessa e realizzata in collaborazione con Rai, la mostra è costruita nella sala audio del museo, e si articola in due momenti. Il primo, dal 29 aprile al 28 giugno, riprende letture e materiali da Con l’Ascia Dietro le Spalle. Dieci Anni Senza Amelia Rosselli, programma di Rai Radio3 del 2006, realizzato a dieci anni dalla morte della poetessa. Il secondo, dal 29 giugno al 30 agosto, è invece dedicato a Impromptu, (termine musicale che indica una composizione che richiama l’improvvisazione, ma non coincide con l’abbandono informe: una forma libera, ma non priva di struttura) il lungo poema in tredici sezioni pubblicato nel 1981, nella lettura registrata dalla stessa Rosselli per la riedizione Mancosu del 1993.

Non si parte quindi dalla necessità di aggiungere un apparato visivo alla poesia, e nemmeno da quella di trasformare Rosselli in un personaggio da esposizione, ma dal tentativo più essenziale – e per certi versi più difficile – di restituire la sua opera alla dimensione in cui testo e voce si implicano reciprocamente. Ascoltare Rosselli parlare racconta molto del suo personaggio, ma non è qualcosa di candidamente romantico. Almeno non nel suo senso convenzionale. La cosa che impatta subito con la prima impressione è infatti il suo rapporto con le lingue, che non ha nulla di pacificato. Rosselli, nata a Parigi, figlia di Carlo Rosselli, intellettuale antifascista, teorico del socialismo liberale e fondatore di Giustizia e Libertà, e di Marion Cave, inglese, quacchera, avrebbe potuto incarnare l’apoteosi di un certo cosmopolitismo positivista, europeo, propositivo; randiano, addirittura. Invece di impersonare la ricostruzione esistenziale (e di un mondo che era collassato), ne ha incarnato la sua insostenibile e difficile tragicità, che si protrasse fino al suicidio. Francese, inglese e italiano non costituiscono un semplice capitale culturale, bensì un trilinguismo sghembo, che la rende apolide del linguaggio. E la sua voce lo comunica immediatamente.
Studiò musica fin da piccola, non lasciandola mai. Fu allieva anche di Luigi Dallapiccola, compositore centrale del Novecento italiano e tra i principali mediatori della dodecafonia schönberghiana in Italia, che sicuramente un ruolo lo ebbe nella visione poetica di Rosselli. Ma il rapporto di Rosselli con la musica non va inteso in senso genericamente lirico. Non si tratta soltanto di dire che la sua poesia è, banalmente, “musicale”, formula che rischia di spiegare poco. Musica è anche studio del suono e della sua costruzione, per non dire delle sue componenti fisiche. Negli anni Cinquanta lavora alla Serie degli armonici, un saggio di teoria e acustica legato anche alla costruzione di uno strumento commissionato alla FARFISA: un piccolo pianoforte pensato per riprodurre la serie degli armonici di una nota bassa fino al sessantaquattresimo armonico – un dettaglio tecnico, ma utile, perché mostra che il suono per Rosselli non è solo atmosfera o suggestione, ma qualcosa che si può analizzare e scomporre.
In quelle riflessioni compare anche il tema del suono puro, il sinus. Rosselli osserva che il suono puro, in senso stretto, non esiste in natura: è prodotto artificialmente da strumenti capaci di eliminare gli ipertoni, cioè le componenti superiori di un suono complesso. Il suono puro non esiste, così come la voce non è mai davvero pura, ma sempre legata al timbro, l’accento, l’interferenza, l’approssimazione. Per Rosselli, anche quando si prova ad analizzare elettronicamente una voce o una poesia, il risultato è condizionato dagli strumenti usati per farlo: l’analisi stessa produce una deformazione. Questo può dare una suggestione in più alla mostra. E infatti tornando ad “Amelia Rosselli, un canto nel suo spazio”, ascoltare Rosselli non significa arrivare alla verità immediata del testo, come se la voce dell’autrice fosse la soluzione alla difficoltà della sua poesia. Significa però, senza troppe ambizioni assolute, raggiungere un livello ulteriore di lettura. Un livello che non può che risultare abbastanza originario, se si considera che è lei stessa a fornire a voce le poesie che ha scritto. Il trilinguismo, con tutti i suoi accenti, suoni consonanti diversi e pause, è qui esibito in tutta la sua irriducibilità. Si ha quindi la possibilità di cogliere un aspetto della sua poesia che sulla pagina è già presente, ma in forma meno evidente.
Dal 29 al 30 agosto; MACRO, via Nizza, 138, 00198 Roma RM; info