“Unos pocos buenos amigos”. Pratiche di resistenza e comunità da CANTADORA

“Unos pocos buenos amigos, 2026. Veduta dell’allestimento. CANTADORA, Roma, 2026. Courtesy di CANTADORA. Foto di Roberto Apa

«Il futuro lo costruisce il lavoro collettivo», recita uno striscione appeso fuori le porte della galleria fondata nel 2025 da Flavia Prestininzi and Enrico Palmieri. Un manifesto, una dichiarazione di intenti che concepisce il lavoro curatoriale e il dialogo con gli artisti come un processo comunitario. La mostra “Unos pocos buenos amigos nasce dall’esperienza del curatore Vasco Forconi in America Latina nel corso dello scorso anno. I dialoghi instaurati con gli artisti locali e il senso di accoglienza respirato nelle loro case confluiscono in un progetto che prende il titolo dal documentario del 1986 di Luis Ospina (Cali, 1949 – Bogotá, 2019), dedicato allo scrittore Andrés Caicedo (Cali, 1951 – Cali, 1977) attraverso le voci dei suoi amici artisti. «Me ne sono appropriato facendone quasi un mantra e proiettando nella vita di questo gruppo di giovani della Cali degli anni Settanta un ideale di amicizia come laboratorio dell’immaginazione», dichiara Forconi. 
Attraverso i lavori di María Leguízamo (Bogotá, 1988) e Gerson Vargas (Cali, 1990), e i loro racconti delle rispettive città, prende forma il tentativo di dare consistenza a queste conversazioni collettive. Qui l’arte si fa strumento di dialogo e avvicinamento, spazio privilegiato per osservare e comprendere il dolore, l’incertezza e le ferite lasciate dal colonialismo. Le loro pratiche si configurano come forme di resistenza attiva e al tempo stesso di cura reciproca, all’interno di un discorso fondato sulla condivisione degli spazi e delle identità. 

Gerson Vargas, Senza titolo, 2026. Courtesy di CANTADORA. Foto di Roberto Apa

I disegni di Gerson Vargas restituiscono il «sentire geopolitico» radicato nel suo luogo d’origine. Memorie familiari, luoghi fondativi della storia del barrio, scene di lotta e apparizioni di esseri soprannaturali si traducono in disegni a matita, repliche e integrazioni degli album di famiglia e degli archivi comunitari, riempiendo i vuoti della memoria con la pratica dell’immaginazione. «Lo spazio più sacro che abbiamo è quello che si manifesta quando facciamo comunità, quando insieme facciamo in modo che le condizioni per la cura della vita (umana e non) continuino a essere» ha spiegato l’artista. Un discorso profondamente radicato nella storia della sua famiglia: la frase riportata sullo striscione esterno alla galleria appartiene infatti a Orfilia Chara, nonna di Leguízamo, ostetrica e leader comunitaria del barrio Unión de Vivienda Popular di Cali.

Gerson Vargas, El Futuro, acciones para el presente, 2025. Courtesy di CANTADORA. Foto di Roberto Apa

Speculare e complementare, il lavoro di María Leguízamo parte dalla dimensione della voce collettiva, attraversata da una costante ossessione per il disastro. Corpi grotteschi in vetro soffiato evocano luoghi e persone lontane, come presenze fantasmiche provenienti da un’altra dimensione. «È dal privilegio di un rifugio sicuro che si può nominare il disastro» spiega l’artista, che integra le sue sculture con registrazioni provenienti dalle strade di Bogotà: le esplosioni delle bombe e le telefonate improvvise si fanno colonna sonora della mostra, e la minaccia di un disastro imminente si fonde con il ricordo di una terra segnata da amore e atti di cura profonda. 

María Leguízamo, Inundación de madrugada, 2026. Courtesy di CANTADORA. Foto di Roberto Apa

Le pratiche dei due artisti si inseriscono così nella poetica di CANTADORA: un approccio partecipativo e pedagogico per l’arte contemporanea che mira ad attivare alleanze umane e sodalizi artistici.

Dal 13 maggio al 24 luglio 2026; CANTADORA, Piazza Galeria, 7, 00179, Roma; info