Ugo La Pietra, forme della terra e forme del pensiero

C’è qualcosa di radicale, oggi, nel tornare a parlare di manualità senza nostalgia e di artigianato senza gerarchie. “Erbario e Gli Invasati”, il progetto che Casa degli Artisti a Milano dedica a Ugo La Pietra, va in questa direzione: non tratta il fare come un insieme di tecniche da salvare, ma come una forma di pensiero. La mostra, inaugurata durante l’Art Week 2026 e visitabile fino al 31 maggio 2026, si distingue proprio per questo. Prima ancora che nell’allestimento, la sua forza sta nell’idea che la sostiene.
Il percorso si articola in due parti. “Erbario” è il lavoro di La Pietra; “Gli Invasati” nasce invece dal dialogo con gli artisti in residenza alla Casa. La distinzione è netta, ma non rigida. Le due sezioni si parlano e si completano: una è più raccolta, più teorica; l’altra più aperta e sfaccettata.
Con “Erbario” La Pietra porta il proprio immaginario botanico dentro una serie di libri in ceramica, pagine aperte su cui compaiono erbe spontanee e piante minori. L’idea potrebbe sembrare fragile sulla carta, quasi troppo delicata, ma il risultato colpisce per equilibrio e intensità. L’incontro tra questi due elementi, così diversi per natura, prova a fermare qualcosa di ciclico e in continuo mutamento: la crescita irregolare del vegetale viene trasferita in una materia che, al contrario, trattiene, conserva, fissa. Qui la ceramica non è un semplice supporto, e la natura non è un tema da illustrare. Il lavoro nasce proprio da questa tensione tra ciò che passa e ciò che resta.



I dodici libri aperti, disposti su leggii, hanno una presenza sobria ma molto precisa. Non cercano la monumentalità, e non ne hanno bisogno: chiedono piuttosto un’attenzione lenta, ravvicinata. La Pietra non trasforma il vegetale in repertorio decorativo né in pretesto concettuale; lo osserva con precisione e lo restituisce con misura, senza forzarne il significato.

Se “Erbario” procede per concentrazione, “Gli Invasati” allarga il campo. Il progetto coinvolge Matteo Bicego, Mariavera Chiari, Claudia Mendini, Marco El Gato Chimney, Francesco Ciavaglioli e Roxy Ceron, chiamati a intervenire su una forma comune: il vaso in terracotta. L’idea è semplice e, in fondo, rischiosa. Bastava poco perché tutto si riducesse a un esercizio di stile. Invece il progetto tiene, perché il vaso non viene trattato né come un feticcio né come un oggetto neutro. Resta una forma primaria, abbastanza riconoscibile da reggere le differenze, ma non così chiusa da impedirle.

Lo si capisce meglio entrando nei singoli lavori. Se con Paesaggio mediterraneo La Pietra torna al vaso in cotto a vista, gli altri artisti ne spostano il senso in direzioni molto diverse. Matteo Bicego, con Ubi aqua vita est, lo riveste come una presenza rituale, evocando mascherate cerimoniali alpine; Mariavera Chiari lo porta verso l’ironia e l’eccesso, tra figure trattenute dai vasi e ortaggi che traboccano oltre il bordo; Claudia Mendini, in Viriditas, richiama una forza vegetativa lenta e capillare, una linfa che ricopre la terra e la tiene in vita.

Francesco Ciavaglioli, con Indoor Garden, trasforma la superficie in uno steccato segnato dall’inchiostro sumi e condensa l’idea di giardino in scala domestica; Roxy Ceron, in Upside-down vase, altera il profilo del contenitore con una crescita argentata e ramificante ottenuta da materiali di scarto; Marco El Gato Chimney, infine, in Rane, immagina il vaso come un luogo umido e brulicante da cui affiora un accumulo di corpi in emersione.

È qui che il lavoro collettivo prende davvero forma. Ogni artista si misura con la stessa forma, ma il risultato non è uniforme, e non vuole esserlo. La materia tiene insieme il gruppo, mentre il gesto individuale lo scompagina. Il titolo “Gli Invasati” gioca bene su questa ambivalenza: c’è il vaso, naturalmente, ma c’è anche l’idea di essere attraversati da qualcosa, quasi presi dentro una tradizione, da una memoria della mano, da un rapporto concreto con la terra.

Quello che conta davvero, però, non è soltanto il richiamo alla ceramica in sé, ma il modo in cui la mostra ne verifica ancora la tenuta nel presente. Qui la ceramica non compare come omaggio alla tradizione né come tecnica accessoria: diventa il terreno su cui si misurano mano, forma e rapporto con la materia. È in questo passaggio che La Pietra mette in crisi la separazione tra arte e mestiere, mostrando che l’idea prende corpo proprio nel fare. Per questo “Erbario e Gli Invasati” evita, per lo più, la retorica in cui spesso cadono mostre di questo tipo e funziona quando resta su un piano concreto, senza cercare scorciatoie simboliche.
Alla fine è questo che resta: non una dichiarazione di principio, ma la tenuta delle forme. I libri aperti di “Erbario”, i vasi reinventati di “Gli Invasati”, la sensazione che qui la materia non serva a illustrare un’idea, ma a darle corpo. È in questa misura concreta che il progetto di La Pietra convince davvero.
Dal 17 aprile al 31 maggio 2026; Casa degli Artisti, Corso Garibaldi, 89/A, 20121, Milano; info