Gabrielle Goliath, Bearing: corpi che portano, corpi che resistono

di | 04 mag 2026
Gabrielle Goliath, Bearing V, 2025. Olio e pastello a gesso su carta, 76 × 112 cm. “Bearing”, 2026. Raffaella Cortese, Milano. Courtesy dell’artista; Raffaella Cortese, Milano-Albisola

«More than flesh, a body – your “beat and beating heart”». La citazione di Christina Sharpe con cui si apre “Bearing” offre una chiave di lettura essenziale. Per Gabrielle Goliath il corpo non è mai solo immagine, pura superficie: è un luogo in cui si depositano memoria, violenza, desiderio e fatica, ma anche una possibilità di resistenza.
La mostra, allestita da Raffaella Cortese negli spazi di via Stradella a Milano e aperta fino al 3 settembre, ruota attorno a questa idea, già inscritta nel titolo. “Bearing” significa portare, sostenere, sopportare: tre verbi che tengono insieme peso e tenuta, oppressione e capacità di restare in piedi. Nei lavori esposti, i corpi neri, brown, femme e queer non sono semplicemente rappresentati: sono corpi che reggono, sostengono, rendono possibile. Goliath li mette al centro con grande cura, interrogando una contraddizione strutturale: come può accadere che proprio questi corpi diano vita e supportino il mondo, pur restando ai suoi margini o venendone apertamente esclusi?

Gabrielle Goliath, “Bearing”, 2026. Veduta dell’installazione. Raffaella Cortese, Milano. Courtesy dell’artista; Raffaella Cortese, Milano-Albisola

In questo progetto l’artista mette da parte alcuni codici più contemporanei e sceglie di esprimersi attraverso tecniche tradizionali come olio, acquerello e pastello. È anche un modo per restituire alle immagini una qualità più morbida e tattile, affidandole alla fisicità del disegno e della pittura. Goliath usa questi mezzi per confrontarsi con una lunga storia della rappresentazione del corpo, e in particolare del nudo, senza mai aderirvi davvero. Le sue figure non hanno nulla di idealizzato: non cercano compostezza né armonia in senso classico. Restano esposte, certo, ma non diventano mai immagini docili.

Gabrielle Goliath, “Bearing”, 2026. Veduta dell’installazione. Raffaella Cortese, Milano. Courtesy dell’artista; Raffaella Cortese, Milano-Albisola

Questo aspetto emerge con particolare evidenza in un’opera in cui l’artista ridisegna una celebre copertina del «Time» che ritraeva una donna sudanese incinta durante la guerra. Quella gravidanza era il risultato di una violenza subita, e l’immagine originale esponeva il suo corpo con una durezza estrema, dentro una logica profondamente segnata dallo sguardo occidentale. Goliath riprende quella figura, ma la sposta altrove. Non cancella la ferita che quell’immagine porta con sé; prova però a sottrarla a una modalità di esposizione brutale, restituendole una qualità più raccolta e più fragile. È uno dei nuclei più forti della mostra: non negare la violenza, ma trasformare il modo in cui la si guarda.

Gabrielle Goliath, “Bearing”, 2026. Veduta dell’installazione. Raffaella Cortese, Milano. Courtesy dell’artista; Raffaella Cortese, Milano-Albisola

La mostra, però, non si esaurisce in un discorso sulla violenza dello sguardo. Leggerla solo in questi termini sarebbe riduttivo. In “Bearing” c’è anche una ricerca di tenerezza, intimità e piacere: Goliath non mostra questi corpi soltanto nel segno della ferita, ma li restituisce anche a una dimensione affettiva e desiderante. Anche l’erotismo si muove in questa direzione, non come elemento decorativo o compiaciuto, ma come affermazione di corpi che non esistono solo dentro la violenza o le categorie che li hanno definiti.

Gabrielle Goliath, “Bearing”, 2026. Veduta dell’installazione. Raffaella Cortese, Milano. Courtesy dell’artista; Raffaella Cortese, Milano-Albisola

Accanto ai nuovi lavori compaiono anche alcuni ritratti della serie Beloved, dedicata a figure segnate da storie di discriminazione e persecuzione. Tra questi c’è Primo Levi, insieme ad altri volti della stessa serie. Sono le uniche opere in mostra in cui il volto appare in primo piano. Per il resto, Goliath lavora quasi sempre su corpi senza viso. È una scelta decisiva: il volto scompare, e con esso anche la possibilità di un’identificazione immediata e individuale. Rimangono la postura, l’esposizione, la vulnerabilità del corpo. Per questo i ritratti di Beloved introducono una soglia diversa, più direttamente legata alla memoria storica e biografica.

Gabrielle Goliath, Bearing (Homage III). Acquerello, 76 × 56 cm. “Bearing”, 2026. Raffaella Cortese, Milano. Courtesy dell’artista; Raffaella Cortese, Milano-Albisola

“Bearing” lascia l’impressione di una mostra severa, ma mai rigida. La forza della mostra sta qui: nel restituire ai corpi marginalizzati una possibilità di dolcezza e tenerezza, sottraendoli a quella visione violenta o brutale in cui troppo spesso sono stati rinchiusi, senza però cancellare la ferita che continuano a portare. Lo fa attraverso un linguaggio visivo universale, affidato ai colori, al tratto e alle forme, che agisce per sensazioni e conferisce a queste figure una qualità più morbida, intima e affettiva. Il corpo, allora, non è più restituito solo nella sua esposizione alla violenza, ma anche nella possibilità dell’affetto, dell’intimità e del piacere.

Dal 16 aprile al 3 settembre 2026; Raffaella Cortese, Via Stradella 7-1-4, 20129, Milano; info