Catania: nuove geografie culturali per immaginare nuove forme dell’abitare

di | 23 ott 2026
“Agata On The Road”, 2026. Veduta dell’allestimento. Fondazione Oelle, Aci Castello (Catania). Foto di Alfio Garozzo

Era settembre del 2023 quando Abadir, l’accademia di Design e Comunicazione Visiva alle pendici dell’Etna, in un pomeriggio di confronto, s’interrogava sul fare contemporaneo secondo la prospettiva del pensiero meridiano, un approccio che riconosce al Sud un punto di vista autonomo e che si rifiuta di inseguire la corsa del Nord industrializzato. Quando toccò al Collettivo Casa Nostra, ci fu bisogno di molte più sedie del previsto. Il collettivo è nato nel 2021 da dieci persone tornate a Catania, la loro città di origine, con la complicità del Covid. A Catania hanno deciso di restare e fondare un progetto associativo che favorisse l’imprenditoria giovanile. È stata una delle prime volte in cui ho sentito parlare, con una certa preoccupazione generazionale per il territorio, di “restanza”, termine che l’antropologo Vito Teti ha reso noto nel suo libro omonimo, edito da Einaudi nel 2022, e che spiega la scelta, tutt’altro che scontata, di restare nei luoghi di origine per abitarli, rivendicando politiche strutturali che rendano la permanenza vivibile. Confesso che mi ha sorpresa scoprire che quel pensiero non mi avesse sfiorato, pur essendo nata in Sicilia, ma questa è un’altra storia, e non vorrei trovarmi a chiedermi chissà se sia più fedele chi parte o chi resta. Seguire i passi incerti di questo fenomeno, però, può essere una delle lenti attraverso le quali leggere la scena contemporanea catanese o almeno gli sforzi che vanno nella direzione di costruirne una.
Parliamo della città italiana con la più alta concentrazione di centri commerciali, una città che condivide il destino di molte altre, con centri sempre più invivibili e costosi che spingono chi l’abita all’esterno, in un movimento che è sintomo di politiche scellerate che mettono in vendita interi centri storici. A questo si aggiunge il fenomeno del nomadismo digitale che trasforma le città in set temporanei per una produttività che ha delle ricadute economiche e sociali altrove, contribuendo all’impoverimento della comunità. La produzione culturale, d’altro canto, soffre degli stessi mali del resto del Paese: una scarsa libertà d’azione, o un’azione sempre regolamentata dalla gabbia istituzionale legata alla logica dell’evento (si pensi alla valanga di festival, giornate-settimane dedicate a qualcosa), una scarsa remunerazione del lavoro culturale, e la piaga della piega gourmet.

Escursione piratesca, giugno 2026. Collettivo Salmastra, Catania. Foto di Federico Guarnaccia

In direzione opposta a questa deriva vanno progetti come Paru Paru, una residenza d’artista coordinata da Enrico Floriddia, uno spazio nel centro storico con due appartamenti, gli studi e una sala lettura che si definisce «spazio di cura reciproca, ricerca incarnata e pratiche artistiche situate». Lo scorso inverno ha organizzato dei crit d’artista per le persone in residenza in collaborazione con viaraffineria, uno spazio indipendente fondato nel 2019 con una programmazione di progetti, mostre, festival in un ex magazzino nel complesso Le Ciminiere, nato dalla riconversione di un’area industriale. Nella stessa direzione, il collettivo Salmastra a San Giovanni Li Cuti, un borgo marinaro a rischio di spopolamento nella parte est della città, ha un progetto nato con lo scopo di riconnettere la città al suo mare cittadino (non facilmente raggiungibile lungo tutto il litorale catanese), un progetto che è un atto di cura verso un luogo e chi lo abita, con un calendario molto fitto di pratiche di cittadinanza attiva: residenze d’artista, letture, performance, laboratori, sessioni di ascolto, proiezioni, raccolte fondi e mobilitazioni. La stessa cura per la cosa pubblica anima il progetto della Fondazione Fiumara d’Arte a Librino, un quartiere periferico nato come satellite ma afflitto da una carenza strutturale di servizi e da una microcriminalità endemica. Qui, nel 2023, la fondazione ha realizzato un’opera d’arte pubblica: un bassorilievo in terracotta che si estende per un chilometro lungo le pareti del cavalcavia e si aggiunge a un intervento simile, inaugurato nel 2009, lungo cinquecento metri.

Il lavoro di Antonio Presti, mecenate fondatore della Fiumara, racconta anche di una città priva di un piano politico-culturale e di una sponda pubblica, in cui l’iniziativa culturale è per lo più privata. Oltre a Fiumara, sono due le fondazioni cittadine che si fanno carico di questo vuoto, Fondazione Oelle e Fondazione Brodbeck. La prima, fondata nel 2009 dall’imprenditrice Ornella Laneri con sede nell’albergo di proprietà, lo Sheraton lungo la scogliera di Aci Castello, ha una programmazione di mostre e residenze con un’attenzione speciale al territorio, all’arte emergente e al dialogo con le strutture educative. La seconda, fondata da Paolo Brodbeck, è spazio espositivo, di produzione e di residenza. La fondazione occupa dal 2007 gli spazi di un vecchio stabilimento nel quartiere storico di San Cristoforo, originariamente usato per la lavorazione di liquirizia e frutta secca, allora proprietà di un’altra famiglia di imprenditori svizzeri, i Caflish. La famiglia Brodbeck racconta infatti un pezzo della storia della migrazione elvetica dell’imprenditorialità svizzera che si sviluppa in Sicilia e soprattutto a Catania, fra Ottocento e primo Novecento, di cui resta traccia nella Scuola Svizzera ancora esistente, con un’offerta formativa per i tre gradi.

Catania è anche la città dello spettacolo, la città del Teatro Coppola, primo teatro comunale di Catania fondato nel 1821 e dopo varie vicende riaperto nel 2011 come teatro occupato, spazio culturale indipendente e autogestito, rinominato Teatro dei Cittadini. Di Scenario Pubblico, che dal 2002 è centro di produzione di danza contemporanea e sede della storica compagnia Zappalà fondata nel 1989. Catania è sempre stata città della musica – chi c’era venti, venticinque anni fa rimpiange esperienze come quelle dei Mercati Generali, un riferimento per la musica elettronica nell’area del Mediterraneo – e più di recente con la collaborazione tra l’agenzia culturale Kadmonia di Germano Centorbi e l’Associazione Musicale Etnea ha visto una programmazione costruita in dialogo con l’architettura e l’acustica piuttosto unica della chiesa di San Nicolò l’Arena, un luogo rimasto incompiuto, con un riverbero di nove secondi. E lasciando di nuovo il centro verso la montagna, a Milo l’Opera Festival dal 2021 interpreta il paesaggio vulcanico, che diventa attore e non sola suggestione estetica, e Maison du Cheval, sempre a Milo, offre rifugio in un locale per vinili e vini così discreto da essere introvabile.

Più la si tenta di cogliere, più Catania sembra disperdersi in rivoli che corrono verso il mare e si arrampicano lungo i fianchi del vulcano, come se cercasse di sfuggire a se stessa. Per capirne la natura viscosa bisogna percorrerne le fughe verso i margini. Questi a nord ci portano a Sant’Agata li Battiati sul declivio collinare, a dieci chilometri da Catania, dove in quella che era una vecchia casa di villeggiatura ha sede la già citata Abadir, un’accademia che, ancorata alla consapevolezza di essere un luogo speciale ai piedi di un vulcano, cala la sua offerta formativa in uno sguardo non localistico che possa reinterpretare in maniera contemporanea i materiali legati alla tradizione senza replicarla. Un’idea di formazione che ha l’ambizione di plasmare una sensibilità e costruire una progettualità più libera da un approccio prettamente utilitaristico.
Spingendosi ancora più a nord verso l’Etna, a Linguaglossa, SARP, galleria e residenza fondata nel 2019, nel suo statement si definisce un «ponte tra Europa e Africa». Il progetto di ricerca insieme editoriale, espositivo e archivistico come Istituto Sicilia, fondato da Renato Leotta nel 2021, definisce invece la Sicilia come «un ente fluttuante nel Mediterraneo, un museo delle nature e della temporalità. Una nave-navicella». Sono due modi, in parte simili, di definire l’identità insulare: il primo (il ponte) relazionale, di scambio e contaminazione, il secondo (la navicella) fluttuante e mobile, il cui radicamento è stato sospeso. Due immagini che, pur nella loro differenza, sembrano mettere in discussione l’idea dell’isola come spazio fisso e delimitato, introducendo una tensione tra radicamento e movimento.
E del resto è ancora Vito Teti a parlare di una condizione di spaesamento propria della restanza, come del sentirsi sempre altrove. Una relazione conflittuale con i luoghi che è fatta di prossimità ed estraneità. Ripenso alla questione della fedeltà che mi ha sfiorata all’inizio, ma forse non ha niente a che vedere né con il partire né con il restare.